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 2017  marzo 14 Martedì calendario

Carlo Cassola? Lui è rimasto. I suoi detrattori sono spariti

Carlo Cassola (1917-87), di cui ricorre il centenario della nascita, ebbe un destino ingiusto, sfiorato dalla tragedia. Prima fu baciato da uno strepitoso successo, e subito dopo accoltellato, vilipeso, eletto a ridicolo emblema di cattivo gusto letterario. Uno scrittore «rosa», una moderna Liala, sibilò Edoardo Sanguineti, e negli anni Sessanta in tanti presero per buona quella perfida definizione. Confesso che in uno dei miei primissimi scritti lo feci anch’io, e che quando mi decisi a leggere Cassola davvero mi sentii come in debito con lui: avevo imparato, a mie spese, a scrollarmi di dosso ogni idea ricevuta e a prediligere i percorsi controcorrente.
Ora, rileggendolo ancora una volta, posso confermare che Cassola mi appare uno scrittore vero, diseguale da un lato, dall’altro fedele al proprio mondo e alla propria ricerca stilistica e morale. In un breve racconti giovanile, Ferrovia locale, che più tardi verrà ripreso e ampliato in un romanzo, mi appaiono bozzettistici i personaggi, i viaggiatori pendolari, i capannelli di borghesi e di operai che chiacchierano in stazione: ma mi basta poco a capire che i veri protagonisti sono il treno nel suo movimento, le ombre dei vagoni, i fili del telegrafo, i passaggi a livello e i paesaggi toscani tra Cecina e Campiglia, grandi campi, monti lontani, filari di viti. Una malinconia naturale e poetica riscatta subito la banalità delle quotidiane vicende umane, come sarà spesso nelle opere della maturità. In Un cuore arido, del 1961, leggo nella pagina finale che la protagonista Anna (nome prediletto dall’autore per i suoi personaggi femminili), disillusa e arresa, se ne sta al davanzale mentre viene l’alba, e pensa. «La vita quotidiana si componeva di tante cose, piccole e grandi, rifare i letti e mangiare, fidanzarsi e sposare; ma la vita vera era come il calore e la luce del sole, qualcosa di segreto e di inafferrabile». Ecco, queste righe contengono la chiave migliore per leggere Cassola, per capire come la sua descrizione della quotidianità apparentemente priva di spessore, i suoi fitti dialoghi intessuti di luoghi comuni, nascondano la ricerca, laicamente religiosa, di una verità che è sempre misteriosa e irraggiungibile.
La Ragazza di Bube, del 1960, è il libro di svolta della sua storia d’autore. Ispirato da una vicenda reale della Resistenza in quell’angolo di Toscana dove si inscrive il mondo dell’autore, il romanzo ha la Resistenza come sfondo non ideologico, non celebrativo, ma problematico. Per Cassola, conta la sostanza umana dei personaggi, le piccole cose delle loro esistenze valgono più di qualunque battaglia: non c’è epica, in lui, ma una elegiaca, amarissima dolcezza del vivere, dell’amare, del sentire, del sacrificarsi, dell’essere fedeli. Il partigiano Bube obbedisce all’idea che gli altri hanno di lui, quella del Vendicatore, e poi obbedisce al Partito. Nonostante la pistola che porta sempre con sé, è meno forte di Mara, indimenticabile figura femminile che giganteggia nel romanzo: indipendente, vitale, selvatica, impulsiva, capace di innamorarsi di Stefano, il mite intellettuale operaio della vetreria, ma di restare fedele sino al sacrificio alla promessa fatta a Bube, e di attenderlo mentre sconta i suoi quattordici anni di carcere per un delitto politico. Il romanzo vinse il Premio Strega, ottenne un vastissimo successo di pubblicò, ne fu tratto un film con un cast internazionale. Ma qualcosa andò subito di traverso. Già Togliatti in persona aveva rimproverato a Cassola la visione antieroica (e antiretorica, diremmo noi) della Resistenza. Pasolini fece di più: gli guastò la festa allo Strega, indicandolo come traditore ideologico nel suo discorso in versi In morte del realismo, modellato sul discorso shakespeariano di Antonio sulla morte di Cesare. Era una scomunica dal pulpito marxista. E poi vennero gli insulti dei Neoavanguardisti, gli stessi che combattevano Pasolini. Per dire come fu ampio il fronte nemico, il fuoco incrociato che fece a pezzi Cassola.
Nell’ultima parte della sua vita, malato, isolato, lui che aveva militato in giovinezza tra i socialisti e nel Partito d’Azione, iniziò una generosa e donchisciottesca battaglia antimilitarista, sino a postulare un utopico «Partito disarmista». Scrisse ancora romanzi, ma la sua vera passione era ormai l’impegno contro la guerra, in cui poteva sentirsi vicino ad Einstein, Bertrand Russel, Tolstoj, e lontano dalla malevola società letteraria italiana. Il risentimento di letterati che odiavano la poesia, consideravano morto il romanzo, e scrivevano abolendo trama e personaggi, lo avevano messo ai margini della letteratura. Non posso dire che per me Cassola sia sullo stesso piano di un Calvino o di un Soldati, ma La ragazza di Bube, ad esempio, mi sembra un gran bel romanzo, che mi ricorda, fatte le debite differenze, la temperie di certe pagine di Jean Giono o di D.H. Lawrence. Un romanzo vivo, che vale la pena di leggere ancora: come certo non capita agli antiromanzi dei suoi più maligni detrattori di un tempo.Giuseppe Conte

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Il pacifismo non ideologico nelle lettere all’amico poeta 
Oggi tanti ricordano e leggono il Carlo Cassola narratore. Pochi o nessuno hanno presente il Cassola impegnato, l’intellettuale militante anti-militarista. Il Cassola più spigoloso, che meno lisciava il pelo alle coscienze: il Cassola che combatteva – pacificamente ma instancabilmente – perché l’umanità, a partire dall’Italia, rinnegasse il concetto stesso di guerra, e abbandonasse la corsa agli armamenti, per aderire in senso globale alla pace. È il Cassola che dalla fine degli anni Settanta organizza – con appelli, convegni, scritti – una pesante campagna per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema degli armamenti, fondando anche una «Lega per il Disarmo». La letteratura, a Cassola, non è mai bastata.
Ed ecco ora un buon modo per ricordare quel Cassola. Lo fa il poeta Angelo Gaccione – tra i più vicini all’autore de Il taglio del bosco nella sua appassionata campagna pacifista – il quale ha raccolto un gruppo di lettere inviatogli in quegli anni dall’amico romanziere nel volume Cassola e il disarmo. La letteratura non basta. Lettere a Angelo Gaccione 1977-1984 (Tra le righe libri, pagg. 266, euro 18; a cura di Federico Migliorati). Un libro che ci fa capire almeno un paio di cose. La prima è che la cultura italiana in quel momento perse un’occasione irripetibile, quella di candidare Cassola al premio Nobel per la Pace: come nota il destinatario delle lettere inedite (una delle quali pubblichiamo in questa pagina), nessuno più di lui l’avrebbe meritato. Se si rileggono gli scritti antimilitaristi che Cassola pubblicò su fogli periferici come L’Asino (i giornaloni rifiutavano quel tipo di articoli...) ci si rende conto dell’attualità del messaggio e della sua straordinaria passione civile. La seconda è che lo scrittore nella sua personale battaglia incontrò solo avversione, ostilità, isolamento. Con rare eccezioni (alla Lega aderirono David Maria Turoldo, Cesare Musatti, Ernesto Treccani, già Sciascia e Moravia seguivano l’amico Carlo con simpatia ma non firmarono mai un suo appello), l’atteggiamento della cultura italiana fu di completo disinteresse. Gli intellettuali organici al Pci erano pacifisti solo a chiacchiere. Obbedivano al Partito, e il Partito era contro il militarismo degli Usa e i missili a Cosimo, ma certo non contro quello dell’Urss. Come rispose Cassola in un’intervista su La Nazione, nel gennaio 1978, dopo aver vinto il premio Bagutta: «Nella battaglia che conduco da anni ho avuto molte delusioni dagli ambienti intellettuali, proprio dove credevo di trovare maggiore appoggio. Non mi meraviglio: perché chi è già indottrinato fatica a modificare le proprie impostazioni ideologiche. La gente comune, invece, è stata più pronta a capire». Non fu un caso, fa notare Vincenzo Pardini nell’introduzione al volume, che la freddezza delle élite portasse lo scrittore romano a vedere la natura e la società sotto nuovi aspetti, avvicinandolo piuttosto alla vita degli animali. I quali, diceva, «parlano un linguaggio più universale degli uomini». E così vennero L’uomo e il cane, Il paradiso degli animali, La morale del branco. Al quale, culturalmente parlando, Cassola non appartenne mai.
Luigi Mascheroni

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«Ho parlato coi radicali. Pannella in realtà è un militarista» 
5 giugno 1978 
Carissimo Angelo,
scusa se ti rispondo con tanto ritardo, ma sono stato diversi giorni a Barcellona. Mi sono stancato, per questo ho detto a me stesso che per un po’ di tempo non mi sarei più dovuto muovere. Potrò considerarmi guarito solo quando non avrò più disturbi cardiaci: si sono attenuati, ma non sono scomparsi. Perciò sono contrario a un incontro a tre, che mi costringerebbe a muovermi. Ne ho già parlato per telefono con Pino. Anche i compagni della commissione per i rapporti con l’estero hanno riguardo alle mie condizioni di salute: la prima riunione della commissione si terrà sabato 10, qui, in modo che io non mi debba muovere.
Quanto alla bozza di appello, io penso che non ci si debba precludere nessuna possibilità: nemmeno quella, molto poco probabile, che a noi tocchi fare solo una rivoluzione culturale, cioè tocchi cambiare il modo di pensare della gente, e che la rivoluzione politica, cioè il disarmo unilaterale, sia opera di una delle forze politiche esistenti. È un’ipotesi poco probabile, pertanto noi dobbiamo prepararci: ma non dobbiamo spaventare in partenza chi ritiene che tutto possa andare in modo tranquillo. L’idea del referendum potremo avanzarla a un certo momento. O credi sia meglio avanzarla subito? In questo caso, dovremmo precisarlo nel nostro Appello e dire che ci proponiamo l’abrogazione dell’art. 52 mediante referendum. Altrimenti la gente pensa subito alla procedura parlamentare, che esige la maggioranza di due terzi, e pensa che è una cosa impossibile. Comunque, fai tu.
Io mi provai a proporre ai radicali (al loro congresso di Napoli, poco più di un anno e mezzo fa) che abbandonassero l’idea degli 8 referendum e si concentrassero solo nell’idea di un referendum per l’abolizione delle forze armate; ma non ne vollero sapere (in realtà Pannella è un militarista). Di quegli 8, si voterà solo su due. Per conto mio, è necessario dire di sì alla proposta di abrogare la Legge Reale; anche all’altra, sul finanziamento dei partiti: se il referendum fosse perduto ma il numero dei SI fosse elevato, che so, anche solo il 20 per cento, vorrebbe dire che molti comunisti e socialisti hanno votato a favore. Sarebbe un buon auspicio per noi.
Ti abbraccio
Carlo Cassola