Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  marzo 14 Martedì calendario

Non studio perché così mi realizzo. Intervista a Marco Vinicio Masoni

«Non è vero che al giorno d’oggi i genitori non danno regole, semplicemente le regole di una volta non funzionano più». E allora che fare? «Serve imparare l’arte di trasformare i problemi in risorse, trovare qualcosa di positivo negli errori dei figli».
A dirlo è uno psicologo di grande esperienza e autorevolezza, Marco Vinicio Masoni, 71 anni lo scorso agosto, docente dell’Istituto di Psicologia e Psicoterapia di Padova; consulente scientifico per numerosi enti locali e regionali; formatore di insegnanti, medici e psicologi (dal Miur al dipartimento del ministero della Giustizia per tutti i carceri minorili della Lombardia).
Masoni è anche autore di una ventina di libri tra i quali i best seller Studiare bene senza averne voglia (Erickson), Ragazzi che odiano la scuola (Fabbrica dei segni), Sono preoccupato per mio figlio (Erickson).
Dal suo studio (info@formazione-studio.it) sono passati in tanti tra genitori, insegnanti, medici, psicologi. Tutti accomunati da un problema, non riuscire a farsi capire dai ragazzi di oggi che sembrano essere impermeabili alle gerarchie, alla disciplina, alla forza di volontà: studiano poco e male, stanno tante ore sui social, sono muti e assenti in famiglia, sono insofferenti alle regole a scuola. «La grande sfida oggi è educare e insegnare senza dare ordini», dice lo psicologo Marco Vinicio Masoni quando insegna le sue regole d’oro.
E i cambiamenti, oltre che i risultati a scuola, sono quasi immediati.
Domanda. Masoni, che cosa sta succedendo agli adolescenti?
Risposta. Stiamo vivendo in un tempo in cui i ragazzi sentono su di loro una grande pressione sociale, sentono di dover essere adulti e autonomi il prima possibile e davanti a questa difficoltà fanno una semplice astrazione: l’adulto non deve obbedire a professori e genitori.
D. Quindi?
R. In loro si insinua l’idea che se dicono un no a priori, un no ai genitori, che sono il punto più alto della gerarchia a loro conosciuta, stanno disubbidendo e quindi automaticamente si sentono già un po’ adulti. Un ragazzo sempre contro, nella sua testa, sta costruendo la sua autonomia.
D. E la scuola cosa c’entra?
R. Se il ragazzo capisce che la scuola per i genitori è fondamentale, allora potrebbe decidere di andare male a scuola. E spesso è così: per i genitori presi da mille incombenze e problemi, con giornate senza sosta, sapere che il figlio va bene a scuola è tranquillizzante, è come dirsi che nonostante tutto hanno fatto un buon lavoro. I ragazzi lo sentono e a volte colpiscono duro, hanno una mira incredibile. Pensi, una volta uno di loro mi ha detto: «Io non posso essere felice». Ho poi scoperto da dove nasceva questa idea: la madre gli ripeteva sempre che a lei importava una cosa sola, che lui fosse felice.
D. Insomma, sembra che il no del ragazzo funzioni se percepisce che il genitore è contrariato
R. Certo perché l’adolescente ne deduce che così sta facendo il grande, nella disubbidienza trova il suo essere adulto.
D. Quindi che cosa può fare un genitore per non impazzire?
R. Trasformare il problema in risorsa e innescare un auto cambiamento. In altre parole, deve vedere il buono che c’è nel figlio per permettergli di essere se stesso e costruire la sua autonomia..
D. Proviamo a sciogliere la matassa
R. Serve cambiare il punto di vista, se vedo mio figlio come un cafone soffro, ma se nello stesso figlio scorgo un ricercatore di comportamenti, il mio atteggiamento è già cambiato. Se anziché: «Che scemo che sei», penso: «Guarda che cosa è costretto a fare mio figlio per crescere», io genitore sono già cambiato. E mio figlio lo percepisce perché in me cambia perfino il tono di voce, il messaggio subliminale che arriva al ragazzo è la comprensione da parte dei suoi genitori.
D. Ma il figlio si comporta così perché si sta costruendo un’identità, vero?
R. Certo, l’identità si costruisce ripetendo comportamenti affinché gli altri possano identificarlo, dire com’è. L’identità è un bisogno primario, senza sei socialmente invisibile. Per questo il bambino e l’adolescente si aggrappano a qualcosa che sentono dire e che continua a essere ripetuta di loro. Lo fanno perché sentono che la cosa soddisfa il loro bisogno d’identità e incominciano a richiederla e a difenderla.
D. Questo vuol dire che il ragazzo che si è costruito l’identità di chi va male a scuola, la difende con le unghie e con i denti anche se è acuto e intelligente?
R. Certo. E questo spiega perché c’è chi va sempre male a scuola, quei ragazzi che sembrano non poter trovare soluzione. Andar male a scuola non è uno stile di vita immodificabile, lo insegno nei brevi corsi che periodicamente tengo con gruppi di ragazzi.
D. E questo metodo un genitore lo può applicare a tutto? Anche, che so, a un figlio sempre aggressivo?
R. Sì, perché l’auto cambiamento del genitore che citavo prima prevede che si lasci cadere questo gioco identitario per scoprire che il figlio esiste anche quando, come in questo esempio, non è aggressivo. Il messaggio subliminale che deve arrivare al ragazzo è: «Mi accorgo sempre di te».
D. Sta dicendo che il ragazzo deve sentirsi capito?
R. Assolutamente. Se un ragazzo torna a casa sbattendo la porta, scuro in volto e racconta di essere arrabbiatissimo per aver preso un 3 in matematica, il padre o la madre può chiudere la cosa dicendo un semplice «vedo che ci sei rimasto male, ti capisco».
D. E basta?
R. Sì, perché in quel modo trasmette empatia. Il ragazzo sa già che per recuperare deve studiare di più, la lezioncina del genitore è controproducente, mai lasciarsi tentare dallo spiegare come risolvere il problema. Mentre le parlo mi viene in mente un ragazzo che mi diceva: «Io sono pieno di problemi e i miei sanno solo chiedermi come è andata a scuola». Ai ragazzi serve sapere che l’adulto capisce come lui si sente, come sta. Questo è anche il motivo per cui i ragazzi iniziano a drogarsi: trovano un gruppo che, almeno apparentemente, li capisce, condivide i suoi stessi problemi.
D. Lei sta dicendo che basta cambiare occhiali per vedere i nostri figli?
R. Serve vedere il bello, ma non con un atteggiamento buonista, serve vederlo sul serio. E con i ragazzi serve anche fare profezie per accendere la loro fantasia e distrarli dal punto in cui si sono incastrati.
D. Facciamo un esempio, allora. Cosa posso dire a un ragazzo aggressivo?
R. Che, anche se la cosa può essere irritante, con il suo comportamento sta verificando i confini delle regole sociali, «quelli come te diventano poi grandi esperti di rapporti umani».
D. E con uno che non fa nulla tutto il giorno?
R. Gli potrei dire che so che lui è un grande pensatore e che va lasciato pensare perché è da quelli come lui che vengono idee che miglioreranno il mondo.
D. E chi pensa solo a vestiti, trucchi e selfie?
R. Direi che so che il buon gusto si forma anche in questo modo e di continuare così.
D. Ma i ragazzi come reagiscono? Credono a questo improvviso cambiamento dei genitori?
R. No, se non lo si giustifica e se non è sincero. Bisogna dir loro che si è letto un libro o si è parlato con un esperto e «ho scoperto di poterti dire quello che ho sempre pensato di te, ma non ho mai fatto perché pensavo fosse controproducente. Ho invece scoperto che sbagliavo e quindi te lo dico. So che quelli che sono considerati i tuoi difetti in realtà sono le caratteristiche fondamentali di quelli che nella vita ce la fanno». Sentirsi dire che non devono cambiare consente ai ragazzi di cambiare.
D. E a quel punto tutto fila liscio?
R. No, a questo punto c’è la prova. Il ragazzo inventerà qualcosa per verificare se fate sul serio. Momentaneamente, dunque, la situazione peggiorerà. Chi va male a scuola prenderà per esempio il peggior voto di sempre. E se a quel punto il genitore sbotterà, il ragazzo si dirà: «Come pensavo». E la battaglia è persa.
D. Aiuto! Da madre le posso dirle che a questo punto mi viene l’ansia
R. Ma no, basta iniziare l’auto cambiamento quando si è realmente convinti di farcela a tenere duro fino in fondo, succeda quel che succeda, o forse anche quando si è disperati e non si ha altra via d’uscita che resistere su questa strada.
D. Ma il suo metodo funziona?
R. Spesso. E di solito non in tempi lunghi.
© Riproduzione riservata
D. E con uno che non fa nulla tutto il giorno?
R. Gli potrei dire che so che lui è un grande pensatore e che va lasciato pensare perché è da quelli come lui che vengono idee che miglioreranno il mondo.
D. E chi pensa solo a vestiti, trucchi e selfie?
R. Direi che so che il buon gusto si forma anche in questo modo e di continuare così.
D. Ma i ragazzi come reagiscono? Credono a questo improvviso cambiamento dei genitori?
R. No, se non lo si giustifica e se non è sincero. Bisogna dir loro che si è letto un libro o si è parlato con un esperto e «ho scoperto di poterti dire quello che ho sempre pensato di te, ma non ho mai fatto perché pensavo fosse controproducente. Ho invece scoperto che sbagliavo e quindi te lo dico. So che quelli che sono considerati i tuoi difetti in realtà sono le caratteristiche fondamentali di quelli che nella vita ce la fanno». Sentirsi dire che non devono cambiare consente ai ragazzi di cambiare.
D. E a quel punto tutto fila liscio?
R. No, a questo punto c’è la prova. Il ragazzo inventerà qualcosa per verificare se fate sul serio. Momentaneamente, dunque, la situazione peggiorerà. Chi va male a scuola prenderà per esempio il peggior voto di sempre. E se a quel punto il genitore sbotterà, il ragazzo si dirà: «Come pensavo». E la battaglia è persa.
D. Aiuto! Da madre le posso dirle che a questo punto mi viene l’ansia
R. Ma no, basta iniziare l’auto cambiamento quando si è realmente convinti di farcela a tenere duro fino in fondo, succeda quel che succeda, o forse anche quando si è disperati e non si ha altra via d’uscita che resistere su questa strada.
D. Ma il suo metodo funziona?
R. Spesso. E di solito non in tempi lunghi.