Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  marzo 14 Martedì calendario

Biografia di Giuseppe Torreri detto Torrès

Gli fece il necrologio, centossessant’anni orsono sulla Gazzetta del Popolo, Giuseppe Mazzini, ma finora è rimasto quasi sconosciuto: «Soldato pellegrino della libertà, andò vagando per lunghi anni l’Europa, e si trovò sempre laddove si trattasse di combattere all’aperto o di nascosto il despotismo, cosicché assaggiò il regime del carcere politico di tutte le monarchie europee».
Dopo la morte, il 15 aprile 1857 a Lisbona, del patriota piemontese Pietro Giuseppe Luigi Torreri, ribelle per vocazione e protagonista con Mazzini e Garibaldi della Repubblica romana del ’49, inafferrabile agitatore che entrava e usciva dall’Italia, si cancellò quasi il ricordo. Sopravvenne una sorta di damnatio memoriae, i parenti più stretti (una famiglia patrizia di avvocati, notai e medici) rimossero la memoria di quel congiunto indocile, guerrigliero, agitatore politico professionista. Trascurarono di raccogliere l’eredità della vedova portoghese, lasciarono che molti documenti andassero persi.
Ora il «Generale Torrès» esce dall’ombra, assume contorni precisi grazie alle lunghe e accurate ricerche d’archivio di Tommaso Salzotti, ricercatore dell’Istituto storico della Resistenza di Cuneo che ne ricostruisce la storia in Una vita ribelle. Avventure, cospirazioni e guerre di Giuseppe Torreri detto Torrès (Nerosubianco). L’avventuriero devoto al pericolo e alla zuffa, del quale erano rimasti soltanto un ritratto e qualche citazione di Brofferio e Carlo Cattaneo, degli storici inglesi George Fitz-Hardinge e Joan Berkeley, di Vittorio Bersezio – che lo colloca fra i «Demosteni della piazza» – ne esce come uno straordinario personaggio del Risorgimento, un barricadero inseguito dalle polizie di tutta Europa, nato nel 1803 «in un umile terricciuola delle Langhe» – a Corneliano d’Alba nel Roero – maestro di spavalderie, di improvvisazione e di impulsività.
Il «generale Torrès» fu socialista, patriota ed eversivo: nel ’27 in Grecia per la Guerra d’Indipendenza, in Belgio nei giorni dell’insurrezione anti-olandese del 1830, fuoriuscito in Francia nel ’32, rientrato negli Stati sardi nel ’45, comandante del primo gruppo di volontari corsi in aiuto dei «fratelli milanesi» saliti sulle barricate nelle Cinque giornate nel marzo del 1848. Il generale Torrès inseguì con la sua «legione» – «come un eroe di Plutarco», scrisse Brofferio – gli austriaci di Radetzky dopo le Cinque giornate, si fece «dittatore e arringatore del popolo di Livorno» qualche mese più tardi e infine, a causa del suo irriducibile spirito repubblicano, andò allo scontro frontale con le istituzioni dello Stato carloalbertino. Fuggì in Portogallo, morì esule a Lisbona.
Un estremista, un esaltato? si chiede Salzotti. Un personaggio «minore» nell’arcipelago dei patrioti del tempo, dei trascinatori d’uomini, dei cospiratori sempre pronti a scagliarsi contro i «palloni gonfiati» e i «rampolli della buona borghesia» come scriveva un altro anti-austriaco come lui quale Luciano Manara, «quei signorini che seccano il mondo colle dimostrazioni, che fanno le proteste, che scrivono gli articoluzzi di giornali, vengano un po’ qui a mangiar pagnotta e bere acqua che sa di fango, a dormire sulla terra (quando si può) e vedranno che c’è ben altro a fare che a discutere e rompere le scatole tra un sorbetto e l’altro»?
Certo non un condottiero, ma altrettanto certamente un italiano da ricordare, che dialogò con Mameli e Lajos Kossuth, che accettò il proprio destino di guerriglie e agguati, di mezze verità e di simulazioni, di esilio e di sconfitta: «Piuttosto alto di statura – lo sferzò Bersezio – barba bruna e ispida, abbassato fin sugli occhi un cappellone a larga tesa che poteva star benissimo a un brigante da operetta; era sempre avvolto in un largo mantello da congiurato».
Di sé lui disse: «Non lascerò traccia di me nel mondo»; fu il primo a sparigliare le carte per fuorviare pedinamenti e controlli, con l’astuzia del cospiratore professionista. Ma del romantico «generale Torrès», oltre che un ritratto a olio – è la copertina del libro di Salzotti – e un suo discendente torinese (avvocato), abbiamo ora una precisa ricostruzione storica. Possiamo immaginarlo un po’ tetro attraversare le vie di Torino e nascondersi in grandi mantelli e cappellacci, in stamberghe, sempre pronto a scrivere, a menar le mani e imbarcarsi per l’esilio. Armato di un idealismo d’altri tempi: «Mille volte nella mia tempestosa vita – scriveva a Goffredo Mameli – tenendo la mano fortemente stretta sul mio cuore, avevo sentito che v’ha nel mondo una potenza, cui nulla resiste... E questa nessuno meglio di te, Goffredo, potrà apprezzarla: poiché essa risiede nel sentimento che l’uomo forte e libero di cuore professa verso chi è debole ed oppresso».