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 2017  marzo 14 Martedì calendario

L’arte dell’insulto, dal Bullo a Seghino: con stile è bello

Bullo, va da sé, è Matteo Renzi. Ed è quasi un blasone. Lo è stato nei giorni ruggenti. Ma ancor più deve esserlo adesso perché l’ingiuria lo preserva da ben altro insulto: ritrovarsi – nei giorni del tramonto – bìschero. Tenersi cara l’antica offesa è un modo per schivare il fato altrimenti – giusto il povero Renzi che tutti ritiene siano bischeri – dovrebbe piegarsi al destino del significato: essere come i Bischeri che furono, tra i bischeri, “i bischeri per eccellenza”.
Sballone è l’altro Matteo, ossia Salvini. Dicesi sballone di persona dedita alle balle, cose se non proprio false comunque esagerate e la parola deriva dal verbo sballare, e cioè “togliere un oggetto dall’imballo che lo contiene”. Figuratamente “tirare fuori cose lontane dal vero, dire enormità”, un corredo di proclami in sintonia con la Megera per eccellenza, ossia Beppe Grillo.
Un insulto grave per una donna, megera, ma che su un uomo – oltretutto un fior di comico – non rivela acredine: scarmigliato, irascibile e perfido. Megera è una delle tre Erinni, le Furie dei romani e più furia di quanta ne porti Grillo sulla scena della politica non se ne trova ed è l’alta scuola di Federico Roncoroni – filologo, saggista, autore della Grammatica italiana per eccellenza – a costringerci, senza malanimo, a smascherare la realtà per mezzo di “belle ingiurie e succulenti insulti”. Libretto d’istruzione alla mano –Ingiurie & insulti, un manuale di pronto impiego, A. Mondadori scuola, euro 12.00 – voce dopo voce, Roncoroni ci soccorre nello scandaglio del pantano di livore cui s’è ridotta l’Italia.
L’offesa è una ferita ma l’insultarsi con stile è un approdo di civiltà. Chiusi come dentro a un cesso – tale è il circuito claustrofobico dei social – si fa tutti a gara per scrivere sul muro l’imperativo “suca” e la scelta dell’epiteto, allora, deve impegnare la fantasia. E disinnescare la violenza.
Il libretto di Roncoroni è come uno specchio attraverso il quale, e non certo per rifrazione deformante, tutto si svela. Ci sono i nerd e sono i Cinque Stelle, ci sono i mezzacalzétta e sono i tanti deputati della transumanza trasformista, c’è l’orso e la descrizione – quasi tenero, come il suo derivato orsaccio – riporta a Nico Stumpo mentre scartarèllo è preciso, quasi un dipinto, di Gianni Cuperlo: “Ammiratore e corteggiatore di cui si fa poco conto e che si può lasciare alle amiche senza rimpianto”. In una memorabile lezione al Festival della Comunicazione, a Camogli, il compianto Umberto Eco sollevò la questione della scurrilità priva d’inventiva nell’epoca in cui “le nonne dicono cazzo e non più perdindirindina”. Eco, da par suo, propose una soluzione spiritosa – insultare con stilemi “desueti ma lessicalmente saporosi” – ma non sapeva come, con maestria semiologica, Tomaso Staiti di Cuddia, il più signore tra i politici presenti a Montecitorio, liquidava i colleghi e gli inquilini del palazzo: “Sono bifolchi tre volte, dunque Trifolchi”.
Un elegante torneo d’ostilità s’impone con l’insulto. Chi, se non il ministro Andrea Orlando, può fregiarsi dell’epiteto di Seghìno? Roncoroni docet. Ecco la spiegazione di sèghino: “Individuo timido, impacciato, sempre incerto, pieno di dubbi circa quello che deve fare, spesso pure smunto e pallidino come uno che…”.
Ecco, come uno che… e basta. La definizione del Roncoroni, giusta lectio, a un certo punto non coincide più col galantuomo Orlando mentre “gattamorta”, con le dovute cautele, apre un interessante capitolo a metà tra costume e politica. In ogni gattamorta, si sa, c’è sempre una zoccola viva – giusto in tema di società – ma se la stagione del berlusconismo ebbe a essere l’imperio di un libertìno (sinonimo, scrive il Roncoroni, di “dissoluto, licenzioso e peggio”) quella appena trascorsa del renzismo, invece, è senza dubbio segnata dalla letale pericolosità dell’acquacheta.
Ecco, sia detto senza malignità alcuna, senza sessismo e senza qualsivoglia allusione ma chi può sottrarre mai a Maria Elena Boschi questo costrutto identificativo? Parla per se stesso il Roncoroni, ma – politicamente parlando, per carità – Renzi, maltrattato per avere preferito a lei Luca Lotti, potrebbe parlare così: “Non conoscevo la sua vera natura, cercai di aiutarla a essere più sicura di sé e più consapevole delle sue capacità ma, una volta fattasi acqua corrente da ferma e calma che era, mi avvolse nei suoi gorghi, mi travolse e andò oltre, lasciandomi lì come una spiaggia dopo un maremoto”.
Non si osa, infine, dare del cornùto ad alcuno. È insulto infame, “mortalmente ingiurioso, nel senso che può portare ad atti criminali”. Al femminile non si dà perché è ontologicamente impossibile che una donna possa essere cornuta, al più è abbandonata. Si consideri però – e non ce ne voglia l’illustrissimo professor Roncoroni – che il suddetto insulto, nella giusta sfumatura, ha anche un significato complimentoso assai perché infinite sono i varchi tra phoné e segno.
Il cuntista Salvo Piparo offre un apposito capitolo nel suo Scordabolario (consultabile su YouTube) e del cornuto elenca anche le squisite nomenclature, quasi cento. Eccone qualcuna. “C’è il cornuto per referendum: chi glielo dice che è cornuto? C’è il cornuto informato dei fatti: ma lo sai che sei un cornuto? C’è il cornuto interrogativo: ma che cornuto sei?”. L’uso delle corna – al modo di farne il segno – rimanda al galateo dei gran signori quali Giovanni Leone, il presidente della Repubblica che le fece all’indirizzo degli studenti contestatori; adesso non s’usa più, si mostra il dito del fuck-you, come è capitato a Daniela Santanchè di fare e però, giusto a celebrare l’ultima arrivata sigla Dp, Democratici e progressisti, urge rendere omaggio al magnifico Carmelo Calabrese, militante di Dp, nel senso di Democrazia proletaria, quando a Milano – straordinario angelo custode degli ultimi quale era – alle manifestazioni di operai, contadini, disoccupati e proletari di vario genere gridava: “Mettetevi un dito in culo e la vita vi sorriderà!”.
Post scriptum
I Bischeri – antica famiglia toscana – erano proprietari di case e tenute nella zona tra piazza Duomo e via Orioli. Quando i governanti di Firenze offrirono loro un’ingente somma di denaro per costruire il Duomo rifiutarono l’offerta per tirare su il prezzo. “Discuti oggi, discuti domani – ricorda Roncoroni – a un certo punto i governanti fiorentini, stanchi di mercanteggiare, espropriarono case e terreni”. Proprio come è accaduto a Renzi il quale, discute oggi, discute domani – e il Referendum, e il Pd, quindi la narrazione… – s’è ritrovato espropriato di ogni cosa. E poi dice che la filologia non c’indovina più della politologia.