Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Oggi nasce il Partito democratico...
• Avevo idea che fosse già nato.
Perché se ne parla da anni e ancora più intensamente dallo scorso aprile, quando i congressi della Margherita e dei Democratici di sinistra votarono il proprio scioglimento e la confluenza in una nuova formazione politica. Il Partito democratico, appunto. Da allora non si fa che aspettare la data di oggi e far calcoli, non tanto sul vincitore delle primarie, quanto su quello che accadrà a partire da domani, quando il Partito democratico esisterà sul serio.
• Primarie?
Primarie. Il Partito democratico nasce oggi perché oggi si vota per l’elezione del segretario. Oddìo, adoperare la parola “primarie” è effettivamente improprio: è l’elezione diretta del capo da parte di quelli che saranno i futuri elettori del Pidì. Però, in un altro senso, il termine “primarie” è giusto. Il segretario del Pidì sarà anche l’avversario di Berlusconi alle prossime elezioni politiche. Cioè correrà per la poltrona di primo ministro. In questo senso – nel senso che selezionano un candidato – le elezioni di oggi sono effettivamente delle “primarie”.
• Chi è in gara per questo posto di segretario?
Cinque nomi: il sindaco di Roma Walter Veltroni; Rosy Bindi, ministro della Famiglia; Enrico Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e nipote di Gianni Letta (il braccio destro di Berlusconi); Mario Adinolfi, cattolico e blogger; Pier Giorgio Gawronski, economista e nipote di Jas Gawronski (europarlamentare di Forza Italia). L’ordine in cui glieli ho elencati è anche quello in cui dovrebbero classificarsi nella corsa alla leadership. Cioè stasera Veltroni dovrebbe essere il segretario del Pidì e Dario Franceschini, che ha fatto ticket con lui, dovrebbe essere il suo vice. La Bindi dovrebbe essere seconda e avrà carte da giocare in base ai voti ricevuti. Le previsioni dicono che «un milione di partecipanti al voto sarebbe un successo straordinario» (Veltroni) e che il sindaco di Roma dovrebbe raccogliere tra il 70 e l’80 per cento dei consensi. Il confronto è inevitabilmente con le primarie che candidarono Prodi: quattro milioni di votanti e quasi il 75 per cento dei suffragi. Veltroni ha già rinunciato a vincere sul piano della partecipazione. Che accadrà se invece di prendere il 70-80 per cento dei voti, dovesse fermarsi al 50 o magari al 45 per cento? Come vedersela, eventualmente, con una Bindi più forte del 15-20 per cento?
• Come?
Per esempio, creando due vicesegretari, tutti e due di provenienza Margherita: tenersi Franceschini e cooptare la Bindi. Che però sarebbe il vero vice, avendo ricevuto una così forte legittimazione elettorale. La Bindi oltre tutto sarebbe, nel vertice del Pidì, la voce di Prodi, che nella Margherita aveva scarso seguito e che qui potrebbe ritrovarsi invece con una rappresentanza più consistente. Sono rimasto colpito dal fatto che Arturo Parisi, l’intelligente braccio destro del presidente del Consiglio, abbia fatto sapere di aver predisposto degli exit-poll per stasera, in modo da dar subito un’idea sul vincitore e sulla sua forza. I dati che contano, che dànno il tono alla titolazione dei quotidiani del giorno dopo, sono quelli delle prime ore. Se risultassero molto favorevoli a Rosy, Veltroni sarebbe già nei guai, anche se lo spoglio finale gli migliorasse poi il risultato. Però da questo punto di vista – organizzazione del consenso, controllo sull’informazione – Veltroni è un maestro. Sarà interessante vedere come sarà giocata questa partita nella partita, cioè il match della “percezione da trasmettere”.
• Certi amici dicono che, con Veltroni in sella, Prodi se ne andrà a casa. Altri sostengono che il Partito democratico farà più forte il governo.
Gli ex ministri e sottosegretari di Margherita e Ds sono da oggi ministri del Partito democratico. Non prendono più ordini da Fassino e Rutelli, ma devono confrontarsi con Veltroni (probabilmente). Che farà il sindaco? Ha già detto che vuole un governo più snello, e s’è sentito rispondere abbastanza seccamente da Prodi che decisioni di questo genere spettano solo alla presidenza del Consiglio. Veltroni ha però bisogno di recuperare consensi, e un esecutivo più magro, un esecutivo meno «casta» parrebbe la premessa indispensabile per la risalita. Significa che a gennaio le carte dovranno essere redistribuite fra tutti i partiti della coalizione a un tavolo a cui siederà l’uomo nuovo del centro-sinistra. Le condizioni fisiche del paziente (cioè il governo) potranno reggere l’operazione? E se l’intervento avesse un esito infausto, il segretario del Pidì sarà pronto a sostituire Prodi a Palazzo Chigi? [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 13/10/2007]
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