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 2007  ottobre 14 Domenica calendario

MILANO

Prima di Andrea Pirlo, signore delle punizioni azzurre. In principio c’era Mario Corso, classe 1941, pescato dal dottor Cappelli su un campo della periferia di Verona, prima di diventare l’inventore della «foglia morta». Titolare nell’Inter a 17 anni, calciava le punizioni rigorosamente di sinistro e il pallone disegnava una traiettoria perfida, per andare a spegnersi dove il portiere mai sarebbe arrivato. Un gesto tecnico compiuto senza far rumore, proprio come le foglie, quando si staccano dai rami in autunno e cadono a terra. La sua «foglia morta» aveva aperto il tris al Liverpool in quella che resta la partita perfetta della storia interista (12 maggio ’65).
Le punizioni sono state il modo scelto da Michel Platini per farsi conoscere nel mondo. Una tecnica perfezionata attraverso l’uso innovativo delle sagome per costruire una barriera artificiale, utile per affinare la tecnica a fine allenamento: non un tiro velenoso come quello di Corso, ma il colpo forte per scavalcare la barriera. Per anni, aveva prevalso l’idea di mettere fino a sei uomini davanti al portiere, la soluzione preferita proprio da Platini, perché il suo problema non era sorvolare la barriera, ma sorprendere il portiere, che non vedendo partire il pallone era condannato in partenza. Così Gigi Radice, prima di un derby, ipotizzò l’abolizione della barriera; in realtà, l’unica possibilità di salvezza sulle punizioni dal limite era che Platini si fosse alzato con il mal di testa. Su palla inattiva, si era fatto conoscere in Italia, segnando il 2-2 della Francia agli azzurri a Napoli (8 febbraio ’78). E su punizione è convinto di aver firmato «il gol più importante della mia carriera»: 18 novembre ’81, Francia-Olanda 2-0, vittoria al Parco dei Principi e qualificazione mondiale.
Le straordinarie qualità di Platini sono andate a sbattere in quelle di Zico, sbarcato a Udine nell’estate ’83. Sebbene fosse famosissimo, il brasiliano stupì tutti per il modo con il quale si era presentato nel campionato italiano: doppietta nel 5-0 dell’Udinese al Genoa (11 settembre ’83). La sua abilità era nella capacità di colpire il pallone con forza e precisione, piede alto come nessuno. Una tecnica che ripassava quasi ogni giorno, fermandosi fino a sera insieme con Edinho al campo di allenamento. E quando fece gol a Catania, i tifosi siciliani si alzarono in piedi per applaudirlo. Maradona è stato invece l’uomo delle punizioni da posizione impossibile. Il suo capolavoro resta il gol alla Juve del 3 novembre ’85: pallone in una zona defilata sulla destra dell’area; barriera a non più di cinque metri (arbitro Redini); la pioggia e il campo pesante; in porta Tacconi, che era già il vice-Zenga in nazionale. Un sinistro meraviglioso, con il pallone piazzato nell’unico angolo dove nessuno sarebbe mai arrivato.
La tecnica di Platini è riemersa quando Roberto Baggio, superati i problemi fisici, ha cominciato a diventare implacabile anche su punizione. La sua caratteristica era quella di riuscire a mettere il pallone all’incrocio, per togliere le «ragnatele», con un accentuato arretramento del busto. Oggi i re delle punizioni sono Totti e Pirlo: il romanista carica il tiro, quasi volesse ispirarsi in qualche modo a Roberto Carlos (come in Palermo-Roma 1-2 , 6 maggio 2007); Pirlo appartiene alla scuola tradizionale, un colpo telecomandato per scavalcare la barriera. Rispetto a Corso, le sue punizioni finiscono più alte e fanno più rumore, però sono ugualmente vincenti. Quella segnata alla Georgia non è stata la più bella della sua carriera, ma resta fra le più utili. Come le due contro la Scozia (26 marzo 2005). Un segno del destino?