vanity, 14 ottobre 2007
Nasce il Partito democratico
• Nasce oggi, intorno alle otto di sera, il Partito democratico, risultato della volontà di Ds e Margherita di sciogliersi e di invitare elettori, militanti ed eletti delle due vecchie formazioni a confluire in questa nuova. Nascita davvero sui generis: tre milioni e quattrocentomila italiani sono andati a votare e hanno eletto un segretario nazionale (Walter Veltroni), tanti segretari regionali e un’Assemblea nazionale che dovrà scrivere statuto e regole interne del partito. vero, come hanno sottolineato nelle interviste del dopo voto gli esponenti democratici, che non si ha memoria, almeno in Europa, di un soggetto politico nato con questa procedura.
• Walter Veltroni, 52 anni, è stato eletto col 75,6% dei voti. Dietro di lui: Rosy Bindi (14,4), Enrico Letta (10,1), Mario Adinolfi e Piergiorgo Gawronski (0,1%). Anche se in campagna elettorale la Bindi aveva parecchio pizzicato Veltroni, subito dopo il voto ha dichiarato: «Se non fossi stata candidata, avrei votato per lui». Franceschini: «Adesso facciamo squadra». Fassino: «Al seggio di Torino dove sono andato a votare, gli altri elettori mi hanno riconosciuto e circondato. Chiedevano una sola cosa: ”Smettetela di litigare”». Prodi: «Lavoreremo bene insieme. Siamo nati insieme». A mezzanotte, sul palco di piazza Santi Apostoli a Roma, Veltroni e Prodi si son quasi giurati amore eterno. Veltroni ha detto scherzando alla folla: «Volete che litighiamo? Allora, se è per farvi contenti, lo facciamo subito». E poi: «Otto mesi per le riforme e se Prodi vorrà ridurre i ministri lo sosterremo».
• Mentre è ovvio che Veltroni, col 75 e passa per cento dei voti, è un segretario fortissimo, bisogna studiar bene la faccenda dei tre milioni e quattrocentomila votanti. Veltroni – maestro di comunicazione – aveva detto alla vigilia che «un milione di partecipanti sarebbe un successo straordinario». Così, tutti i commentatori del lunedì si sono lasciati indurre a confrontare i tre milioni e quattro ottenuti col milione sperato. Il raffronto vero, però, va fatto col 2005 e con i quattro milioni di voti raccolti da Prodi. Mancano, rispetto a quella consultazione, seicentomila suffragi, cioè il 15 per cento dei voti. il 15 per cento della sinistra – Verdi, Rifondazione, Pdci e dissidenti diessini –, su cui Veltroni deve decidere: sono degli alleati da sposare o degli avversari da perseguire?
• La domanda introduce la questione di fondo: un segretario così forte, e che è stato eletto senza i voti dell’estrema, farà o no cadere il governo? E se sì, quando? Qui entrano in gioco soprattutto le convenienze: il nuovo segretario vuole Palazzo Chigi e sa che se si votasse domani perderebbe, e che Prodi, continuando a governare come ha fatto, gli sottrarrebbe voti. D’altra parte i parlamentari resistono all’idea di uno scioglimento prima del 28 ottobre 2008, giorno in cui scadono i due anni e mezzo di legislatura e si matura il diritto alla pensione. Dunque, il calcolo delle convenienze di tutti fa supporre un andamento di questo genere: in gennaio (dopo la Finanziaria), Prodi – pressato da Veltroni – tenta un rimpasto di governo che diminuisca il numero di ministri e sottosegretari. Non gli riesce e si dimette o viene sfiduciato. Si fa un governo Dini, di minoranza, che ha il compito finto di tentare un cambiamento della legge elettorale e il compito vero di arrivare alla fine dell’anno. Anche se non lo dicono, sia Berlusconi che Veltroni vogliono infatti il referendum, che assegnerà il potere al partito più forte senza bisogno di stringere alleanze balorde. A maggio si svolge il referendum e vincono i sì. A dicembre si vota la Finanziaria 2008, a gennaio 2009 si sciolgono le Camere, a marzo-aprile 2009 si vota. Per Veltroni è una buona tabella di marcia: potrebbe aver recuperato nei sondaggi e vincere. E nello stesso tempo: anche in caso di sconfitta, sarebbe difficile metterlo sotto accusa e non fargli correre l’elezione successiva, da tenersi al più tardi nel 2014. [Giorgio Dell’Arti]