Niall Ferguson, Corriere della Sera 14/10/2007, 14 ottobre 2007
«Gli scontri accademici sono più brutali di quelli che avvengono nel mondo reale, perché la posta in gioco è molto bassa», recita una celebre massima di Henry Kissinger
«Gli scontri accademici sono più brutali di quelli che avvengono nel mondo reale, perché la posta in gioco è molto bassa», recita una celebre massima di Henry Kissinger. Guardando agli strani rituali attraverso cui le democrazie occidentali scelgono i propri leader, comincio a chiedermi se, oramai, non valga lo stesso anche per il mondo reale. Per mondo «reale» intendo quello della politica, delle elezioni presidenziali e dei congressi di partito. Ci fu un tempo in cui la posta in gioco era davvero alta, in quel mondo. Negli anni d’oro di Henry Kissinger, il presidente degli Stati Uniti era a tutti gli effetti un potentato. Come il suo diretto avversario, il segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica, aveva il potere di sterminare decine di milioni di individui con un semplice schiocco di dita. Anche il Primo ministro britannico godeva, negli anni Ottanta del secolo scorso, di poteri reali: il potere, ad esempio, di inviare una flotta da Portsmouth, in Inghilterra, a Port Stanley, all’estremità opposta del globo, per respingere gli invasori dalle isole Falkland. E anche i leader dell’ultima generazione godevano di un reale potere economico. Così, appena 25 anni fa o giù di lì, il presidente francese aveva il potere di nazionalizzare le più importanti banche del Paese. E il cancelliere tedesco poteva annettere un Paese vicino semplicemente offrendo ai suoi cittadini una manciata di marchi. Non che i leader attuali incarnino personalità significativamente minori, benché sia sempre forte la tentazione di liquidare i politici odierni semplicemente come nani sulle spalle di giganti. Tra i principali aspiranti alla presidenza americana, in realtà, figurano personaggi con ottime capacità. Posso elencarne almeno tre (Clinton, Giuliani e McCain), i quali garantirebbero un’amministrazione migliore di quella, per dire, di Jimmy Carter. Gordon Brown è un Primo ministro di rara intelligenza, pur se all’apparenza si direbbe afflitto da un’amletica irresolutezza. E Nicolas Sarkozy potrebbe rivelarsi il miglior presidente francese dai tempi di De Gaulle. Il problema non sta tanto nei singoli individui, quanto nella tenaglia in cui sono stretti. Non tutti se ne rendono conto. Non tutti vogliono rendersene conto. I mezzi d’informazione, in particolare, traggono la loro stessa ragion d’essere dall’idea che i politici siano assai potenti. , quello tra loro, un rapporto simbiotico. Nessuno l’ha capito meglio di Sarkozy, la cui vita si è interamente trasformata in uno show, per la gioia del settimanale Paris Match. Tanto di cappello al neo-presidente francese, che gode di tale ubiquità sui media nazionali da essere oramai soprannominato l’«onnipresidente ». Dovunque vada, Sarkozy lascia dietro di sé una scia di slogan sgangherati e tabù infranti. Pone l’alternativa, nel Golfo Persico, tra «la bomba iraniana o il bombardamento dell’ Iran». Strapazza la Banca centrale europea per l’insufficiente attenzione tributata alla causa di un euro forte. Preferisce la salvaguardia di una politica industriale nazionale al dogma anglosassone della libera concorrenza. Chiede ai suoi connazionali di aumentare le ore lavorative settimanali. Come se non bastasse, sceglie gli Stati Uniti come meta per le sue vacanze estive. Resta da vedere, tuttavia, quanto a fondo Sarko possa cambiare la Francia, figuriamoci il mondo. La liberazione di un pugno di ostaggi bulgari e la fusione di due colossi energetici francesi mal suppliscono quella fatidica rupture con il passato da lui promessa durante la campagna elettorale. Si dice che Sarkozy stia considerando un fondamentale riallineamento della politica estera francese. Forse, dopo oltre quarant’anni di semi-divorzio, ricondurrà la Francia nella struttura di comando integrata della Nato. E forse, dopo più di cinquant’anni di unione, allenterà i legami tra Francia e Germania. Taluni trovano questo genere di prospettiva terribilmente entusiasmante. Sermoneggiano sul nuovo riavvicinamento franco- americano e sulla fine dell’intesa franco-tedesca. Fanno mille illazioni sull’eccessiva freddezza o meno di Brown nell’incontro con il presidente Bush a Camp David, lo scorso luglio. Quell’evento segnò la fine del Rapporto Speciale? Oppure Brown ha fatto bene (in quell’occasione) a titubare, dato che tra sedici mesi scoccherà la fine del mandato di Bush? In un’altra epoca, ovvero quando i politici godevano di reali poteri, questioni del genere avrebbero meritato un’attenta analisi. Nel periodo che va dalla metà del Diciassettesimo secolo al 1950 circa, i rapporti tra Francia e Gran Bretagna hanno innegabilmente rivestito un’importanza cruciale per la stabilità del pianeta. Entrambe facevano parte delle cinque grandi potenze che costituivano la «pentarchia» del sistema degli Stati europei. Non fosse stato per il conflitto anglo-francese, gli Stati Uniti avrebbero rischiato di venire soffocati alla nascita. Non fosse stato per la cooperazione anglo-francese, d’altro canto, il Reich tedesco avrebbe potuto conquistare l’Europa. Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti: tutti e tre hanno avuto la loro fase di egemonia. E oggi? Oggi contribuiscono, nel loro insieme, a oltre un terzo della produzione globale, certo. Secondo le stime di Goldman Sachs, però, entro il 2050 tale quota potrebbe ridursi al 15 per cento. E la percentuale di popolazione globale, già misera, potrebbe contrarsi ulteriormente, passando dal 6,5 al 5,9 per cento. Il vero problema, però, sta nel fatto che tutti e tre appartengono al club dei Paesi avanzati fortemente indebitati, con un deficit complessivo delle partite correnti pari, lo scorso anno, a 970 miliardi di dollari. Tra gli altri membri di questo club figurano Australia, Grecia, Islanda, Irlanda, Italia, Nuova Zelanda, Portogallo e Spagna. A parte l’Islanda, dunque, un lungo elenco di potenze decadute, le ex colonie dell’Impero britannico (con l’eccezione del Canada, ricchissimo di risorse energetiche) in testa. Nel loro insieme, i Paesi avanzati si sono dovuti indebitare lo scorso anno per circa 1300 miliardi di dollari, per finanziare (a) il saldo tra la spesa sui beni e i servizi importati e gli introiti dall’export, e (b) il saldo tra i pagamenti ai prestatori stranieri e le entrate derivanti da investimenti all’estero. Sull’altro piatto di questa bilancia globale troviamo il club degli esportatori emergenti. Stando ai dati del Fondo monetario internazionale, lo scorso anno oltre il 40 per cento del fabbisogno finanziario dei Paesi avanzati fortemente indebitati è stato soddisfatto da Cina, Russia e Medio Oriente. Il problema dei Paesi deficitari risiede essenzialmente nel fatto che i loro cittadini non rinunciano a vivere al di sopra delle proprie possibilità. Avvezzi a posizioni di potere, pensano che il mondo debba garantire loro di che sostentarsi. I politici, dal canto loro, assecondano tale convinzione con una serie di promesse più o meno incompatibili: la spesa sanitaria e per l’istruzione aumenterà sempre, la tassazione diretta non aumenterà mai, i beni per cui gli elettori accendono mutui non potranno mai svalutarsi. L’unico modo per tenere fede a queste promesse è dare alle stampe carta su carta, incessantemente: banconote, cambiali, obbligazioni, azioni, e via dicendo. Ecco quel che comprano gli esportatori emergenti, non ultimo per evitare che le loro valute si apprezzino sulle nostre. Il risultato finale coincide necessariamente con un progressivo trasferimento delle partecipazioni finanziarie dall’Occidente verso i Paesi orientali. Tale processo si accinge a entrare in una nuova fase, nel momento in cui la Cina introduce un proprio fondo sovrano d’investimento o sovereign wealth fund (Swf), che si aggiunge a quelli già introdotti da Paesi come Kuwait, Abu Dhabi e Singapore. Secondo Morgan Stanley, i sovereign wealth fund gestiscono attualmente circa 2600 miliardi di dollari, a fronte dei 1700 in mano agli hedge fund. Altri 4400 miliardi di dollari sono impegnati in fondi pensionistici sempre di emanazione governativa o sovereign pension funds (Spf). Entro il 2011, i volumi di risparmio gestiti dai sovereign wealth fund potrebbero superare le riserve valutarie di tutte le banche centrali. E in soli quindici anni le loro attività potrebbero toccare i 2700 miliardi di dollari, ciò che garantirebbe loro il controllo di quasi un decimo (9,2 per cento) delle attività finanziarie globali. La grande questione del nostro tempo, quindi, non è se Sarkozy o Brown andranno più o meno d’accordo con Bush, bensì cosa succederà quando il sovereign wealth fund cinese inizierà a dare sfogo alla sua sete di investimenti. Al confronto di questi nuovi «sovrani», i monarchi tradizionali del mondo politico cominciano ad apparire non più potenti degli… accademici. E la vera brutta notizia per l’attuale generazione di premier e presidenti? Non soltanto la posta in gioco si fa di giorno in giorno più misera, ma è a rischio la loro stessa sopravvivenza. In tali circostanze, nessuno si aspetti che la politica occidentale si faccia anche solo un po’ meno brutale. Il rischio, al contrario, è che essa diventi un fenomeno da baracconi ancor più esilarante. Come quasi sempre in casi del genere, però, non le verrà attribuito un peso maggiore di quello che merita. © Niall Ferguson 2007 Traduzione di Enrico Del Sero