Paolo Valentino, Corriere della Sera 14/10/2007, 14 ottobre 2007
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
WASHINGTON – Se c’erano dubbi, è bastato un attimo per capire che il cuore degli italiani d’America batte con Rudy Giuliani. Quando sabato il candidato di testa alla nomination repubblicana per la Casa Bianca ha fatto il suo ingresso nella Ballroom dell’Hilton Washington Hotel, lo stesso dove un pazzo sparò a Ronald Reagan, una standing ovation carica di orgoglio e di applausi lo ha accompagnato fino al palco d’onore.
Non che gli altri fossero stati fischiati. Ma il clima da stadio che ha accolto l’ex sindaco di New York fa storia a sé.
Lo hanno seguito nell’ordine, anche loro comunque applauditi, il regista Martin Scorsese, la speaker democratica della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, prima donna nella storia degli Stati Uniti a occupare quella posizione. E poi ancora il governatore dell’Arizona, Janet Napoletano, l’ex capo dell’esercito americano, Peter Pace, l’ex direttore del Fbi, Louis Freeh i giudici della Corte Suprema, Alito e Scalia. Scontata l’assenza di George Bush, giunto alla settima «diserzione», il Gala & Awards della Niaf, la National American Italian Foundation, ha ancora una volta celebrato la saga italo-americana. una «extravaganza» annuale, fatta di orgoglio e di auto-ironia, di kitsch e di memorie, di eccellenza vera e di affermazione sociale. Esagerata come solo questi riti americani possono esserlo: esagerata nelle tremila persone che hanno occupato la sterminata sala, esagerata nelle rutilanti e scollatissime mises
delle signore, nel tifo avvolgente che ha sottolineato ogni performance strappacuore, per tutte una incredibile esecuzione di «Mamma» di Luciano Tajoli da parte di un crooner venuto apposta dall’Australia.
Un’eterna Gina Lollobrigida, anche lei osannata, ha ricordato Luciano Pavarotti. C’era il vecchio campione di baseball dei New York Yankees, Yogi Berra, che Rudi Giuliani ha salutato come il suo eroe preferito, spiegando la vera ragione per cui lui, ragazzo di Brooklyn, fosse stato educato dal padre al culto degli Yankees: «Era per vendicarsi di mia madre, che lo aveva costretto a trasferirsi a Brooklyn, dove tutti tifavano per i Mets e dove lui non sarebbe mai voluto andare a vivere».
A Giuliani, Scorsese e Pelosi sono andati fra gli altri gli Awards annuali della Niaf. Esilarante il discorso di accettazione del regista di Taxi Driver, che ha ricordato la sua infanzia a Little Italy, figlio di immigrati siciliani ma di comuni diversi: «Le due comunità erano andate vivere in due edifici distinti, come se fossero ancora ognuno nel loro paesino. Quando mio padre decise di chiedere la mano di mia madre, che abitava nell’altro edificio, la prima risposta dei genitori fu: ma è di un’altra nazionalità». O la reazione di sua nonna, dopo aver visto
Mean Streets: ai giornalisti che chiedevano cosa ne pensasse rispose: «A casa nostra quelle parole non si dicono».
Ma è stato lui, Rudy, il «sindaco d’America», ad accendere la serata. Con un discorso molto ironico e ricco di aneddoti, attento a evitare ogni riferimento alle sue ambizioni presidenziali, che però erano nella testa di tutti i presenti.
La laudatio in suo onore l’ha fatta Louis Freeh, che ha ricordato la battaglia di Giuliani contro il crimine organizzato insieme a Giovanni Falcone: «Loro sono i veri uomini d’onore, gli altri, i mafiosi, li abbiamo sempre chiamati criminali».
Giuliani ci ha scherzato sopra, ricordando che quando iniziò la sua attività di procuratore, un clan aveva messo su di lui una taglia di 800 mila dollari. Dieci anni dopo, quando ne aveva decimati parecchi, un altro clan aveva promesso 400 mila dollari a chi lo avesse ucciso. «Pensai che dovevo aver sbagliato qualcosa », ha detto l’ex sindaco.