Marco Ventura, La Stampa 14/10/2007, 14 ottobre 2007
Area destinata al fumo». Una sigaretta tra l’indice e il medio indica il ghetto per fumatori, due metri per due accanto al deposito dell’immondizia, nell’angolo più sacrificato del parcheggio di un’azienda di software, la Intuit
Area destinata al fumo». Una sigaretta tra l’indice e il medio indica il ghetto per fumatori, due metri per due accanto al deposito dell’immondizia, nell’angolo più sacrificato del parcheggio di un’azienda di software, la Intuit. Michael e Tommy Han, 26 e 32 anni, fratelli, si appoggiano mestamente al cancelletto della spazzatura (un’umiliazione voluta?) centellinando un pacchetto e interrogandosi sulla proposta che il Comune voterà a novembre: bandire il fumo fin dentro le case. Calabasas, cittadina di 27 mila abitanti a Nord-Ovest di Los Angeles - negli anni della conquista terra di indiani Chumash, oggi ricco agglomerato di centri residenziali, per logo una zucca gigante, per gloria l’essere stato il set di Tarzan e Robin Hood - detiene il primato assoluto d’intolleranza verso i fumatori. Un modello per tutto il mondo, nelle intenzioni del sindaco Barry Groveman, spalleggiato da avvocati e fondamentalisti della guerra al tabacco. A innescare la crociata il ricorso di una studentessa, Margo Arnold, che sedendo ai tavolini del bar del college capì di essere avvolta nella classica nuvola da «fumatrice indotta». Nel 2006 un’ordinanza ha esteso il divieto da tutti i locali pubblici ai luoghi all’aperto, inclusi balconi e cortili esposti al pubblico, ha istituito piazzole di pochi metri per smokers incalliti e fissato regole draconiane sulla distanza (sei metri dai punti di passaggio, almeno tre da piante e alberi protetti, comprese le querce), multe fino a 500 dollari e, per i più spavaldi, la galera. Michael bisbiglia la sua protesta aspirando a occhi bassi, sicuro di non voler smettere. «Nelle case chi ci può controllare, basta non rispondere al campanello». Barricarsi tra quattro mura, sbarrare le finestre, incrociare le dita. Il divieto varrà per i nuovi edifici con più di 15 appartamenti, ma l’idea è di estenderlo gradualmente a tutti i condomini. Esenti le ville. La resistenza degli smoker Se in un parcheggio vedi fumo improvviso di un piccolo incendio e non è fuoco, è un paria che ha pippato la sua frustrazione dentro l’automobile coi finestrini alzati e ne sta uscendo fischiettando. Rischia chi si concede al vizio in auto con i bambini. E se in un centro commerciale non è stata disegnata la piazzola? Nessun problema. Barry Groveman ha pensato anche a questo. La norma è semplice: tenersi lontani sei metri da marciapiedi, ingressi e luoghi di transito per pedoni, «e se qualcuno protesta, spegnere o spostarsi». Fondamentalisti e funzionari I non-fumatori militanti hanno il diritto di costringere chiunque a spegnere il sigaro o andarsene. «Non ho vietato le sigarette - puntualizza Groveman -, ho solo messo la legge al servizio di chi non fuma e limitato gli effetti del fumo indotto". Fondamentalisti e funzionari devono somigliare agli smokers come quei falchi dalla coda rossa che ruotano sulle colline di Calabasas. Le prede si rintanano come possono. In un centro commerciale il «corridoio del vizio» passa stretto tra Barnes and Noble, caffè libreria, e una fila di boutique. Nelle fessure delle intercapedini e nelle grate spuntano le cicche, con la speranza che qualcuno non vada un domani a rilevare le impronte. Matt Crawford, 35 anni: «Ci dicevamo per scherzo che prima o poi avrebbero vietato il fumo in casa. Ora ci siamo: a quando il vino, la carne e il crocifisso? Solo i nazisti pretendono di dirci cosa fare o non fare a casa nostra». Una ragazza estrae l’accendino dalla borsetta: «Gli auguro di riempirsi i polmoni con le emissioni di quelle loro dannate Suv...». Michele Mazzola, 21, commesso di profumeria, americano di origini palermitane, lancia la sfida: «Rispetto chi non fuma, ma anch’io lo esigo. Se non dò fastidio, perché devo spegnere? Mi sono informato e ho scoperto che non c’è nulla di penale, qualcuno del Comune deve schiodarsi dalla sedia e scendere a multarmi. Prima andavo nel corridoio, adesso fumo davanti al negozio, in faccia a tutti. Vuoi vedere?». Michele placca un agente della sicurezza interna in bici, accende, gli passa ghignando un braccio attorno al collo e si fa fotografare mentre tira. Le cifre della paura Il Comune si richiama allo Stato della California che ha sancito la natura inquinante delle emissioni da sigaretta, equiparandole a quelle delle auto. Nelle premesse dell’ordinanza, una sfilza di dati da paura: la lista delle malattie mortali, più di 440 mila morti l’anno per tabacco negli Stati Uniti; una previsione di 10 milioni nel 2030 di vittime in tutto il mondo («Il fumo supererà come prima causa di morte Aids, Tbc, incidenti, omicidi e suicidi messi insieme»); tra 4200 e 7440 colpi apoplettici da «fumo indotto» in California; l’incidenza sulla crescita fetale e la sindrome da morte improvvisa nei neonati di fumatrici; 300 mila bambini ammalati di bronchite cronica. E, argomento principe negli Usa, un costo medio di 3331 dollari l’anno a fumatore, 475 a testa, pari nella sola California a oltre 16 miliardi, oltre il 40 per cento del bilancio pubblico. Il sindaco, in realtà, dà voce a una maggioranza di non fumatori che dicono: «Ha ragione lui. Non ci va che sporchino l’aria pulita di Calabasas». Ma non sono in molti, anche tra i no-smokers, ad approvare il proibizionismo domestico. «Dentro il mio corpo - insiste Michele - metto quel che voglio». Una disputa vecchia, anche qui all’ombra di Saddle Peak dove ancora si mangia carne di orso e otto strade su dieci finiscono davanti alla sbarra di un golf club o una manciata di ville. Lo slogan dei crociati: «Tutto il mondo come Calabasas». Oh yeah. Stampa Articolo