Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Il bilancio di Rigopiano dice che le vittime accertate sono cinque, le persone estratte vive dalle macerie nove e i dispersi ventitré.
• Già, ci sono le storie delle cinque vittime.
Tre uomini e due donne. Abbiamo parlato già ieri di Gabriele D’Angelo e Alessandro Giancaterino, i due camerieri. S’è saputo poi che D’Angelo faceva parte dei volontari della Croce Rossa e sul disastro di Rigopiano lavorano molti volontari della Croce Rossa che lo conoscevano bene e con i quali aveva portato a termine in passato tante operazioni di soccorso. Ci si può immaginare lo sgomento e la commozione dei soccorritori quando hanno estrato da quel cumulo bianco un loro compagno di fatiche. Tra le vittime, la signora Nadia Acconciamessa, di 47 anni, mamma del piccolo Edoardo Di Carlo, uno dei quattroi bambini salvati. Di suo marito, Sebastiano Di Carlo, non si sa niente, sta nel gruppo dei dispersi. Gli altri due cadaveri non sono ancora stati identificati.
• A che punto è l’inchiesta?
Il fascicolo, per ora senza indagati, è nelle mani del procuratore aggiunto di Pescara, Cerisina Tedeschini, e del sostituto Andrea Papalia. Si ipotizzano i reati di omicidio plurimo colposo e disastro colposo. Rientra in qualche categoria penalmente sensibile il fatto che una turbina della Provincia fosse rotta? Forse sì, se la mancata o scarsa prevenzione è un reato. E si dovrà ragionare anche sulla questione relativa all’albergo, i cui costruttori sono stati assolti con formula piena. Però gli esperti ci dicono che quel punto, sia pure meraviglioso dal punto di vista panoramico, era «evidentemente» pericoloso per via delle valanghe. Tutte questioni che ci terranno amaramente compagnia nei prossimi mesi. Magistrati e polizia hanno interrogato parecchie persone. Tra queste Quintino Marcella, il ristoratore che ha avvertito per primo della slavina. «Non ho fatto altro che raccontare quanto già noto. Hanno preso anche i dati identificativi del mio telefonino dai quali si potrà vedere a che ora e a chi ho fatto le telefonate per chiedere aiuto».
• Quanti sono i soccorritori a questo punto?
Una novantina del Soccorso alpino, una quarantina di vigili del fuoco, una decina di finanzieri. A questi si devono aggiungere un gruppo diu speleologi, operatori della Croce Rossa, uomini dell’esercito, della Protezione civile, carabinieri, uomini e donne che stanno vicino ai parenti delle vittime, altri che smistano il traffico senza paura del freddo, chi si occupa di sfamare i soccorritori e dar loro un letto, chi spala la neve. Forse tremila persone addirittura. Il Centro coordinamento è a Penne, dieci chilometri dall’hotel. Sono tutti al lavoro, benché siano ricominciate, incessanti, le nevicate. Quando sembra di avvertire un rumore significativo, una tromba da stadio suona il silenzio, e tutti si fermano e trattengono il fiato sperando che si possa capire la natura del segnale. Il sito è pieno di scricchiolii, dovuti quasi sempre alla struttura che resiste al peso della neve). Quando il rumore è stato identificato, allora due squilli di tromba avvertono che si può riprendere a scavare. Anche le avvertenze dei cani possono essere ingannevoli: la slavina ha spostato di una quindicina di metri la parte bassa dell’albergo e ha proiettato anche a cinquecento metri di distanza materassi e altre suppellettili pregne di molecole umane. Che cosa fiutano i cani, quando lanciano l’allarme? L’odore dell’uomo è ovunque. Per le perlustrazioni i soccorritori adoperano una snake-eye, un tubo in cima al quale è montata una telecamera. Si infila il tubo nei punti più impervi e la telecamera rinvia a uno schermo quello che c’è là sotto.
• Come si può sopravvivere sotto la neve per tutto questo tempo?
Nella nuova architettura disegnata dai crolli, si sono certamente formate camere d’aria dove è possibile respirare e soffrire meno il freddo. Bisogna evitare che la temperatura del corpo scenda sotto i 30 gradi, ma non si possono accendere fuochi, che consumerebbero troppo ossigeno. Là sotto il bene più prezioso è proprio l’ossigeno.
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