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 2017  gennaio 22 Domenica calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - IL DISCORSO DI TRUMP E L’ADESIONE DI GRILLO GRILLO SU TRUMP REPUBBLICA.IT ROMA - "La presenza di due leader politici di grandi Paesi come Usa e Russia predisposti al dialogo è un punto di partenza molto positivo, perchè apre a scenari di pace e distensione

APPUNTI PER GAZZETTA - IL DISCORSO DI TRUMP E L’ADESIONE DI GRILLO GRILLO SU TRUMP REPUBBLICA.IT ROMA - "La presenza di due leader politici di grandi Paesi come Usa e Russia predisposti al dialogo è un punto di partenza molto positivo, perchè apre a scenari di pace e distensione. La politica internazionale ha bisogno di uomini di Stato come loro". Parla di Donald Trump e Vladimir Putin il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, che, in un’intervista esclusiva al settimanale francese Journal du Dimanche, si dice "abbastanza ottimista" sul presidente degli Stati Uniti, mentre liquida come "un fallimento assoluto" il bilancio dell’Ue. Dialogo tra Usa e Russia. Dure le critiche nei confronti della politica estera dell’amministrazione Obama, definita "un disastro". Per Grillo "il sogno del mondo intero" è che due "giganti" come Stati Uniti e Russia dialoghino. "Trump sembra moderato, i media hanno deformato il suo punto di vista" Protezionismo, modello da imitare. Alcune idee del tycoon sono, per Grillo, sensate e da prendere a modello: "Ho letto uno dei suoi libri - aggiunge il leader di M5s - nel quale scrive cose sensate sulla necessità, per esempio, di riportare l’attività economica all’interno degli Stati Uniti". Un modello che andrebbe seguito: anche l’Italia deve adottare misure protezioniste per potenziare il ’made in Italy’. Fallimento Ue. Quanto all’Unione Europea, "il suo bilancio è un fallimento totale. È un apparato enorme, con due Parlamenti, a Bruxelles e a Strasburgo, per accontentare i francesi... Sono a favore di un’Europa diversa, in cui ciascuno Stato possa adottare il proprio sistema fiscale e monetario", ha detto, ribadendo di essere favorevole a un referendum sull’euro. Migranti. Non mancano, nell’intervista, le critiche alla gestione dell’emergenza migranti: i profughi che arrivano in Italia sono obbligati dalle regole europee a chiedere asilo nel primo Paese di ingresso, mentre loro vorrebbero andare via. IL DISCORSO DI TRUMP NEL PEZZO SCRITTO IERI DA SARCINA SUL CDS Donald Trump spende pochi secondi per ringraziare «il presidente Obama e Michelle per il loro prezioso aiuto in questa transizione». Ma poi strattona «l’establishment» di Washington, senza distinguere tra democratici e repubblicani. Ci sono tutti gli slogan della campagna elettorale: «America First», l’America prima di ogni cosa e, naturalmente, «Make America Great Again». Nel discorso sottolinea: «Oggi non si celebra il passaggio di poteri da un presidente all’altro; ma il passaggio di poteri da Washington al popolo». Scandisce: «Per troppo tempo i politici hanno prosperato, mentre la gente soffriva per mancanza di lavoro e le fabbriche chiudevano. I politici fiorivano e le famiglie lottavano per avere lavoro, scuole decenti. La ricchezza della classe media veniva rubata e distribuita in altri posti del mondo. Questo “massacro americano” finisce qui». DAL NOSTRO INVIATO WASHINGTON A lle 12.00 Donald Trump giura su due copie della Bibbia, la sua e quella usata da Abraham Lincoln, e diventa il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Il momento solenne, con i ventuno colpi di cannone, i cori, gli applausi e tutto il resto, però, dura solo cinque minuti. Quando prende la parola comincia a piovere. Spende trenta secondi in convenevoli: «Ringrazio il presidente Obama e Michelle per la loro prezioso aiuto in questa transizione. Ma poi comincia a strattonare brutalmente il palco dei notabili: «l’establishment» di Washington, senza distinguere tra democratici e repubblicani. «Non importa quale sia il partito che controlla il governo; conta se il popolo controlla il governo». Ci sono tutti gli slogan tradizionali della campagna elettorale: «America First», l’America prima di ogni cosa e, naturalmente, «Make America Great Again». Ma nelle intenzioni di Trump il discorso inaugurale, il più breve della storia, venti minuti scarsi, 1433 parole, dovrebbe essere ricordato per questo concetto: «Oggi non si celebra il passaggio di poteri da un presidente all’altro; ma il passaggio di poteri da Washington al popolo». Dalla piattaforma montata sul Campidoglio, davanti alla folla e a milioni di telespettatori, Trump è brutale: «Per troppo tempo i politici hanno prosperato, mentre la gente soffriva per mancanza di lavoro e le fabbriche chiudevano una dopo l’altra. I politici fiorivano e le famiglie lottavano disperatamente per avere lavoro, scuole decenti. La ricchezza della classe media veniva rubata e distribuita in altri posti del mondo. Questo “massacro americano” finisce qui, esattamente in questo momento». E ancora: «Oggi finisce l’epoca dei politici che non sanno far altro che parlare. Adesso è il momento dell’azione». Barack Obama lo osserva impietrito: otto anni di sforzi, la sua eredità politica e culturale liquidata in pochi secondi. Evidentemente è proprio quello che i supporter volevano sentire dal nuovo presidente: sono queste le frasi più applaudite, con un’onda che arriva dal punto più lontano del lungo parco fino a investire le tribunette degli ex presidenti: Jimmy Carter, Bill Clinton, George W. Bush. Hillary Clinton, in bianco, sorride continuamente. Viene ignorata dalla gente, quando è inquadrata sugli schermi. Ma più tardi il neo presidente le stringerà la mano e nel pranzo al Congresso la elogerà pubblicamente. Secondo tradizione lo «speech» di insediamento dovrebbe emozionare gli americani con richiami retorici al patriottismo, al primato morale, oltreché politico e militare degli Stati Uniti. Ci vorrebbe una penna delicata, ma queste frasi sembrano scritte con martellate rabbiose. «Tutte le decisioni verranno prese nell’interesse dell’America. Commercio, immigrazione: farò ogni scelta tenendo conto dei nostri, i vostri interessi. Siete stati dimenticati, trascurati troppo a lungo. Io non lo farò. “America First”». Anche al mondo intero, non solo al corpo diplomatico allineato sulla grande piattaforma, Trump si presenta ruvidamente: «Da anni spendiamo migliaia di miliardi di dollari per proteggere Paesi che si rifiutano di difendere casa loro. E intanto le nostre infrastrutture vanno in rovina. Dobbiamo difendere i nostri confini dalla rapina degli altri Paesi, che fabbricano i nostri prodotti, che rubano le nostre fabbriche e distruggono i nostri posti di lavoro. Tutto ciò finisce oggi: ci riprenderemo il nostro lavoro, i nostri confini, la nostra ricchezza, i nostri sogni». Come fare? «Ci sono due regole semplici. Io vi dico: “buy American” e “hire American”». Comprate prodotti americani e assumete solo cittadini americani. Nella visione di Trump è essenziale essere nel perimetro della cittadinanza, allora «non conta se siamo bianchi, neri o marroni, perché tutti ci nutriamo con il sangue rosso del patriottismo». Finisce così, ma la giornata è lunga: pranzi, balli. Anche scontri tra manifestanti e polizia nelle strade di Washington e proteste lungo la parata. Lacrimogeni e 95 arresti. Siamo nell’era di Trump . I POPULISTI A COBLENZA DAL CORRIERE DI STAMATTINA MARCO CREMONESI DAL NOSTRO INVIATO COBLENZA (Germania) «Se siete qui così in tanti, vuol dire che avete capito che sta succedendo qualcosa di importante». Marine Le Pen si rivolge alla sala stampa traboccante di giornalisti. È il primo, vero appuntamento pubblico degli euroscettici orgogliosamente populisti, i partiti che a Strasburgo formano il gruppo Europa delle nazioni e della libertà (Enf). Ieri, tutti insieme a Coblenza, per rinnovare il loro patto e proclamare il 2017 «anno dei patrioti». Quello dell’«appuntamento con la storia», come dice Geer Wilders, che a metà marzo con il suo Pvv potrebbe essere il trionfatore delle elezioni olandesi. Per le destre nemiche dell’Unione, euforizzate dalla Brexit e dalla vittoria di Donald Trump, il 2017 sarà insomma la data in cui sfonderanno i muri ed entreranno nelle stanze dei bottoni, quelle da cui si pilota anche Bruxelles. Oltre che in Olanda con Wilders, in Germania con Frauke Petri di Alternative für Deutschland (Afd) e soprattutto in Francia: a maggio Marine (che in campagna elettorale vuole essere chiamata così, soltanto con il nome) tenterà la difficile scalata all’Eliseo. A ogni buon conto, per la sua corsa elettorale ha affittato un quartier generale nella stessa strada del palazzo presidenziale, rue di Faubourg Saint Honoré. E poi c’è Matteo Salvini, che non si stanca di chiedere elezioni già a giugno: «Vinceremo. E allora, prima dell’estate avremo i tre Paesi fondatori dell’Europa — Francia, Italia e Germania — con governi in grado di rifare l’Europa da capo a fondo». La vittoria di «The Donald» è il regalo che nemmeno loro si aspettavano, il segno «che il tappo è saltato». L’immagine è di Wilders: «Una volta fuori, il genio nella bottiglia non ci rientra». Il simbolo, dicono a Coblenza, delle lotta vittoriosa dei cittadini e del popolo contro le élites. Della «democrazia contro la burocrazia» come dice Le Pen. Sintetizza Petry: «Il successo di Trump ha aperto una strada là dove c’era un vicolo cieco». Il neopresidente americano è anche il simbolo dei «dazi contro la globalizzazione», dicono molti. Non tutti: proprio tra i tedeschi di Afd, non sono mancate le polemiche per un evento a fianco di Le Pen, considerata troppo socialista tra gli ultra liberisti del partito. In realtà, il discorso di Marine è stato di gran lunga il più applaudito, e seguito da una lunghissima standing ovation: «Tutti i popoli europei sono sotto tirannia, quella di un’oligarchia finanziaria fatta da piccoli uomini». Ma è curioso osservare che le due leader populiste più importanti, lei e Petry, siano donne quasi isolate in una platea a stragrande maggioranza maschile. In qualche modo, i populisti stanno anche tentando di modificare la loro immagine. Dipinti come antidemocratici, loro si dicono i «veri difensori della democrazia». Perché, spiega ancora Le Pen, «il volere il ritorno delle nazioni è quello di cui hanno paura i sostenitori della globalizzazione. I veri antidemocratici sono quelli che non vogliono farci scegliere». Anche se fuori dall’Auditorium di Coblenza si sono riunite diverse migliaia di oppositori che esibiscono sagome di Hitler e Mussolini. Salvini porta una scheggia di politica interna, spiegando che in Italia e Germania stanno nascendo «finti leader o movimenti anti-sistema che sono strumenti creati ad arte dal sistema stesso per dividerci e per intercettare e ammansire il dissenso». Un riferimento, con ogni probabilità, al Movimento 5 stelle. I toni anti immigrati, ieri non sono stati troppo toccati. Forse chi ne ha parlato di più è stato proprio Salvini. Che iniziando il suo intervento in inglese (ma ha proseguito in italiano), ha spiegato agli alleati che «in Italia oggi ci sono 50 mila italiani senza luce, senza acqua e senza gas e 176 mila non italiani ospitati in albergo. I call this madness », chiamo questo follia. Ma l’apoteosi sull’argomento l’ha raggiunta la Le Pen irridendo di fronte al pubblico tedesco «Angela Merkel, che adesso vuole farsi passare per un’eroina umanitaria». Marco Cremonesi MASTROBUONI SU REPUBBLICA TONIA MASTROBUONI DALLA NOSTRA INVIATA COBLENZA. Al primo raduno dei capi della destra europea post-Trump - il primo che ha visto fianco a fianco le due regine nere, Marine Le Pen e Frauke Petry - si respira un’aria decisamente festosa. Per dirla con le parole della capa del Front national, «siamo alla fine di un mondo e all’inizio di un mondo nuovo». Ma quando dal palco della Rhein-Mosel-Halle il leader della destra olandese, Geert Wilders, si mostra scandalizzato poiché «le nostre donne bionde hanno paura dei profughi », un brivido corre lungo la schiena. E puzza di tre mondi fa. Wilders è primo nei sondaggi da un pezzo e il 15 marzo si vota, nei Paesi Bassi. E nel marasma dei nuovi populismi, che mescolano da una sponda all’altra dell’Atlantico il vecchio socialdarwinismo o il fascismo classico, nessuno sembra scandalizzarsi più. Non si sa se per ignoranza o malafede. A pochi metri dagli oratori, un tizio in giacca e cravatta commenta con aria distaccata il recente scandalo del leader della Turingia dell’Afd, Björn Höcke, che ha definito «una vergogna » un monumento all’Olocausto. «Non ci conviene fare quelle fughe in avanti. Ma nella sostanza ha ragione. Del resto, è professore di storia». In platea come dal palco dei nove partiti della destra del Parlamento europeo, il pudore è sparito da un pezzo. E Wilders ne è certo: «Ieri una nuova America, oggi Coblenza, domani una nuova Europa». La speranza dichiarata di Marine Le Pen è trasformare il 2017 nell’anno della fine dell’Europa. La leader del Front national, che quasi certamente conquisterà il ballottaggio a maggio per l’Eliseo, è convinta che la Brexit e Trump «avranno un effetto domino». E per lei, qualsiasi Paese dovrebbe avere la possibilità di scegliere se abbandonare l’euro. Nel capoluogo della la Renania-Palatinato la regione da cui provengono i Drumpf, gli antenati del nuovo presidente americano l”Internazionale dei populisti” si sente il vento in poppa. Solo Klaus Müller, insegnante di tedesco e religione, è amareggiato: i suoi studenti sono fuori, a manifestare contro le destre - e contro di lui. In tasca ha la tessera dell’Afd e in bocca un commento atroce. «Anche l’ultima volta sono venuti a manifestare. Gridavano ‘resistenza’, ma dopo un po’ non hanno retto per il freddo. Che rammolliti!». Stavolta, invece, non hanno mollato. Hanno sfilato per ore, in cinquemila, fermandosi davanti all’arena per scandire slogan come “Coblenza e l’Europa sono colorate”. Alcuni indossavano maschere con baffetti alla Hitler. Con i manifestanti, ma per poco, il vicecancelliere della Spd, Sigmar Gabriel. Quando è il turno di Matteo Salvini, inizia il suo discorso in inglese, esprimendo il suo cordoglio per i morti della valanga in Abruzzo ma definendo anche «follia e non solidarietà » i migranti in albergo. Prosegue in italiano: «Bisogna cacciare le Merkel, gli Hollande e i Renzi». Attacca l’euro - «un esperimento fallito criminale» - e rivela che il gruppo Enf «sta studiando un costo dello smantellamento dell’euro che non sia traumatico ». Ma al di là dei suoi slogan, e delle groupie - Marita e Hannelore, due belle signore sulla sessantina, sono venute da Monaco solo per lui - è un’altra storia che fa paura. Racconta una fonte che nelle scorse settimane, quando ai vertici della Lega è arrivata la richiesta dell’Afd se avessero una “lista nera” di giornalisti italiani da escludere dal congresso, a qualcuno è venuto da ridere. Il partito di Salvini può avere tanti difetti, ma il morbo della “Lügenpresse”, della “stampa bugiarda” (termine di derivazione nazista) su cui la Afd campa sin dalla fondazione, non ha ancora contagiato il leader della destra italiana. La fobia dei media affligge piuttosto un altro partito, nel nostro Paese. Ma tant’è. L’Afd ha escluso dagli accrediti, a priori, alcune delle principali testate europee tra cui Spiegel e Faz. Anche questa è roba di tre mondi fa. Ma puzza di eterno ritorno. CINGOLANI SU FORMICHE America First, ricorda il New York Times, era lo slogan con il quale Charles Lindbergh nel 1940 arringava il movimento contro l’intervento americano nella Seconda guerra mondiale. L’asso dell’aviazione, il primo uomo a trasvolare no stop l’Atlantico, era un eroe popolare che sfidava Franklin Delano Roosevelt, non soltanto su basi isolazioniste, ma da una posizione decisamente filo tedesca (non nascondeva la sua ammirazione per Hitler). Philip Roth, nel suo romanzo “Il complotto contro l’America”, immagina che Lindbergh abbia sconfitto Roosevelt alle elezioni, spostando così le sorti del mondo. Intanto in giro per gli Stati Uniti gli alberghi cominciavano a respingere gli ebrei accusati di voler trascinare al macello i bravi ragazzi americani, biondi e ariani. Le cose per fortuna sono diverse. E’ vero che in Europa è in atto un goffo tentativo di creare una sorta di internazionale trumpista mettendo insieme tutti gli xenofobi e gli anti-europeisti, da Marine Le Pen passando per Matteo Salvini. Ma quel che li tiene insieme è solo l’odio verso l’Unione europea. Su tutto il resto sono divisi. E’ chiaro il tentativo di sostituire i rubli (che non valgono nulla) con i dollari, ma è davvero improbabile che il neo-nazionalista Donald Trump si metta alla testa di un qualche movimento multinazionale. America First, per quanto rozzo, pericoloso e allo stesso tempo improbabile, è tuttavia uno slogan destinato a cambiare il paradigma di politica internazionale e anche di politica interna. Nessun può fare da solo nel mondo in cui viviamo, neppure gli Stati Uniti. Chissà cosa accadrebbe se ci fosse un nuovo 11 settembre. Tuttavia contare sulle proprie forze può diventare un atteggiamento prevalente dopo gli anni del multilateralismo e prima di precipitare in un vortice protezionista. Non è vero nazionalismo, né recupero della sovranità (questione complessa quanto pomposa), piuttosto è un comportamento improntato alla cautela. Contare sulle proprie forze esce dal libretto dei pensierini di Mao per entrare nell’agenda dei governi, anzi nel comportamento dei singoli Paesi. Come? Prendiamo l’Italia. E’ chiaro che non può far nulla da sola. C’entra l’euro, ma non soltanto: essendo un grande Paese manifatturiero (ancora il secondo in Europa) senza risorse interne non può che essere il più aperto possibile al mercato mondiale. Ma c’è modo e modo di gestire questa apertura. Non si tratta di mettere tariffe o di salvare a tutti i costi l’italianità delle imprese (qui è meglio procedere caso per caso e non legarsi ad atteggiamenti rigidi e dottrinari). Si tratta piuttosto di ridurre il più possibile la dipendenza strategica in due campi fondamentali: l’energia e la finanza. Oggi è possibile essere meno dipendenti dalla Russia sviluppando le risorse interne e quelle rinnovabili, diventando un hub per il gas e il petrolio, costruendo impianti di rigassificatori. In campo finanziario, la priorità assoluta è ridurre la quantità di titoli di Stato da piazzare ogni anno sul mercato, su quello internazionale e su quello domestico. Un ridimensionamento del debito in rapporto al prodotto lordo e in termini assoluti è fondamentale per essere meno ricattati dai mercati, e più credibili nelle trattative internazionali; nello stesso tempo lascia spazio per gli investimenti pubblici e privati, la debolezza di fondo dell’economia italiana. Italy First. Dunque. Sembra una provocazione intellettuale, tuttavia fossimo nel governo cominceremmo a farci su un pensierino. Niente isolazionismo sciocco né protezionismo autolesionista. Ma abituarsi a contare sulle proprie forze è il modo migliore per affrontare le prossime inevitabili tempeste scatenate dal nuovo disordine trumpiano. LASTAMPA SU COBLENZA Geert Wilders non fa in tempo a finire la frase che le sue parole finiscono inghiottite da un boato. «Questo sarà l’anno del popolo, l’anno in cui la voce del popolo troverà finalmente ascolto, l’anno di una rivoluzione democratica e non violenta in Europa, l’anno della liberazione e della primavera patriottica», scandisce in tedesco il politico olandese tra gli applausi dei circa mille partecipanti al congresso che ieri a Coblenza ha riunito per la prima volta sullo stesso palco i leader della destra populista europea. Da Wilders a Marine Le Pen, da Matteo Salvini alla numero uno di AfD Frauke Petry e a suo marito, l’eurodeputato Marcus Pretzell fino al segretario generale dell’austriaca Fpö Harald Vilimsky: ci sono tutti o quasi, i «politici di spicco della nuova Europa», come li definisce l’invito ufficiale di un incontro organizzato dal gruppo dell’Europarlamento Enl. «Nouvelle Europe», «New Europe» o «Neues Europa» è un termine che rimbomba spesso in questa sala addobbata con le bandiere dei singoli Stati nazionali, in cui la platea alla fine di ogni discorso scatta in piedi e agita cartelli col nome dei leader presenti e la scritta «Libertà per l’Europa». «Ieri una nuova America, oggi Coblenza e domani una nuova Europa», afferma Wilders, riferendosi all’insediamento di Donald Trump del giorno prima. Nuovo boato. «Assistiamo alla fine di un mondo e all’inizio di uno nuovo pieno di speranza e nuove chance», spiega Marine Le Pen, alla sua prima uscita pubblica in Germania da candidata alla presidenza francese. E pensare che fino a un anno fa Frauke Petry bollava il programma del Front National come troppo «socialista». Il primo colpo al vecchio ordine è arrivato col Brexit, il secondo con l’elezione di Trump, «sono sicura che il 2017 sarà l’anno del risveglio dei popoli dell’Europa continentale», afferma Le Pen. «Il patriottismo non è una politica del passato, ma del futuro». Un concetto che fa presa sulla platea. Sono entrato nella AfD perché «è l’unico partito patriottico in Germania e difende i valori conservatori: oggi la AfD è quello che era vent’anni fa la Cdu, che invece ha tradito i suoi valori», afferma Albert Breininger, un russo-tedesco arrivato in Germania negli anni Novanta. Altro sentimento molto diffuso: tornare a contare contro una politica tradizionale che si presenta come «senza alternative» e non ascolta più i cittadini. «Noi siamo il ceto medio che non ha più voce: in parlamento tutti i partiti, anche la Cdu, sono ormai di sinistra, non c’è più un’opposizione», nota un’impiegata amministrativa che non rivela il suo nome per paura di ritorsioni. «Parecchie persone hanno paura di dire quello che pensano», dà loro ragione Geert Wilders nel tripudio generale. «I cittadini del mondo occidentale si risvegliano e si sbarazzano del giogo del political correctness», analizza, scagliandosi contro «l’islamizzazione» e «l’immigrazione di massa», spiegando che le donne hanno paura «a mostrare i loro capelli biondi» e promettendo: «riconquisteremo i nostri Paesi». I bersagli comuni sono chiari. Angela Merkel, anzitutto. La sua politica sui migranti «è una catastrofe», sostiene Le Pen, riprendendo una definizione già usata da Trump. «L’Europa ha bisogno di Frauke al posto di Angela», affonda Wilders, infiammando la platea, che intona «Merkel muss weg» (Merkel deve andarsene). Ero nella Cdu e aiutavo i rifugiati, confida il pensionato Ulrich Becker, ma ho smesso dopo che Merkel ha aperto le frontiere senza sentire il parlamento, «una decisione quasi dittatoriale». Poi c’è l’odiata Bruxelles: le autorità europee e il governo tedesco, attacca Petry, sottopongono i cittadini a un «lavaggio del cervello» anche più abile della vecchia propaganda comunista. E infine c’è l’euro: «è un esperimento fallito, criminale», attacca Salvini, «dobbiamo prepararci per il dopo-euro». Per le strade di Coblenza 5.000 persone protestano contro il congresso, che ha fatto discutere alla vigilia anche per la decisione degli organizzatori di negare l’accesso a svariati media e giornalisti. Tra i contromanifestanti il vice cancelliere e leader Spd Sigmar Gabriel, il ministro degli Esteri lussemburghese Jean Asselborn e la governatrice Spd della Renania-Palatinato, Malu Dreyer, che avverte: «E’ ora che nessuno resti più a casa». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI pag. 3 di 3 MOLINARI Il ritorno di Winston Churchill nello Studio Ovale riassume quanto sta avvenendo a Washington. Il busto del premier britannico simbolo del legame atlantico era stato esiliato da Barack Obama nel 2009, ma è tornato al suo posto nel giorno in cui Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca dopo aver pronunciato dai gradini di Capitol Hill il discorso con cui ha schierato l’America a fianco della Gran Bretagna di Theresa May in una nuova battaglia: sanare le ferite della globalizzazione garantendo protezione ai ceti medi indeboliti. Linguaggio e intenzioni di May e Trump descrivono la genesi della sfida che li accomuna. Arrivando a Downing Street a metà luglio, May aveva definito «la missione della Gran Bretagna» come la «lotta contro le ingiustizie» perché «se appartenete ad una famiglia media la vostra vita è più dura, avete un lavoro ma non la sicurezza, avete la casa ma temete per il mutuo, ce la fate appena a tirare avanti». Dunque «il nostro compito - concludeva May - è garantirvi più controllo sulle vostre vite». E T rump, giovedì a Washington, ha descritto così il programma che ha in mente: «Una nazione esiste per servire i cittadini, gli americani vogliono scuole migliori per i figli, quartieri più sicuri per le famiglie e lavori buoni per se stessi». Riferendosi a cittadini vittime delle diseguaglianze, Trump li ha definiti «forgotten» - i dimenticati -, ripetendo l’espressione che adoperò Franklin Delano Roosevelt nel discorso radio dell’aprile 1932 in cui pose le premesse per il «New Deal». Sono questi «dimenticati» dalla crescita economica avvenuta grazie alla globalizzazione che sono andati alle urne facendo vincere prima la Brexit e poi Trump. Ed ora è rivolgendosi ai loro bisogni che la relazione speciale fra le due grandi democrazie anglosassoni si rimette in moto. Lo fa iniziando dallo strumento che, sin dalle origini, più la distingue: il commercio. E’ grazie a scambi di merce, viaggiatori intraprendenti e ammiragli spericolati che Londra si impose sugli oceani e la giovane repubblica americana conquistò l’indipendenza economica. Il commercio ha generato il legame transatlantico e lo ha rimodellato senza interruzione nel corso di oltre due secoli fino alla stagione della globalizzazione guidata da Washington e Londra sull’onda della vittoria nella Guerra Fredda. Ma ora i nuovi inquilini di Casa Bianca e Downing Street vogliono modificarne le caratteristiche al fine di riportare ricchezza, lavoro e sicurezza dentro le rispettive frontiere. Ovvero, è la necessità di rispondere alle diseguaglianze che genera il nazionalismo economico. L’imminente arrivo alla Casa Bianca di May può porre le basi del primo accordo bilaterale di questa nuova stagione, a cui guardano con interesse tanto Tokyo che Seul, preannunciando un possibile riassetto dei mercati destinato a investire l’Unione Europea. Ironia della sorte vuole che a proporsi per sanare le diseguaglianze delle democrazie industriali più avanzate siano due leader eletti nei ranghi di partiti conservatori sebbene la sfida che hanno davanti si adatterebbe meglio ad un programma progressista. E’ una contraddizione che suggerisce quanto proprio le forze progressiste in Occidente siano in ritardo nella comprensione dei motivi da cui si genera lo scontento sociale che alimenta gruppi e partiti anti-sistema. Visto da Washington, il processo in corso assume le caratteristiche di un’autentica rivoluzione che Trump ha riassunto in un discorso di circa 16 minuti e 1433 parole, ovvero il più breve degli ultimi 30 anni. Per avere un’idea di cosa sta avvenendo bisogna guardare da vicino la formazione della nuova amministrazione. A guidare il Dipartimento dell’Energia è stato scelto Rick Perry, che ne professa lo smantellamento, all’Educazione è arrivata Betsy DeVos, nemico giurato dei sindacati degli insegnanti, ed al Dipartimento di Stato c’è Rex Tillerson, che alla domanda di un senatore repubblicano sull’opportunità di dichiarare il presidente russo Vladimir Putin «criminale di guerra», ha replicato: «Ci alleeremo con lui contro i terroristi di Isis». Così come quando una senatrice democratica ha chiesto a Jim Mattis, nuovo capo del Pentagono, «cosa intende fare per facilitare l’inserimento nelle forze armate di gay, lesbiche, bisex e transgender», questo ha risposto così: «Francamente, non mi sono mai interessato a cosa fanno due adulti consenzienti quando vanno a letto assieme». Il team di Trump nasce con l’intento di sfidare il sistema di governo di Washington, modificandone contenuti e linguaggio in maniera radicale. Ecco perché l’imponente marcia di protesta di un milione di donne a Washington è destinata a rafforzare, non indebolire, la volontà di cambiamento del movimento di «The Donald». Ciò avviene perché Trump esprime non il programma o gli interessi di un partito, ma di un movimento rivoluzionario che si identifica con lui. Per Michael Barone, storico della presidenza, tale eclatante reazione anti-sistema non è senza precedenti. Il 4 marzo del 1825 Andrew Jackson vinse una campagna presidenziale «contro le élite» della Costa Atlantica, schierandosi dalla parte «dei cittadini» e dando vita al «populismo» americano. Prima di lui avevano governato Thomas Jefferson, James Madison e James Monroe, ognuno dei quali per due mandati, proprio come avvenuto dal 1992 ad oggi con Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama. Ovvero: 24 anni di controllo ininterrotto delle élite sul governo costituiscono la linea rossa oltre la quale gli americani si sentono «forgotten» e rispolverano lo spirito rivoluzionario. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI pag. 3 di 3