la Repubblica, 22 gennaio 2017
Obamacare la scure
WASHINGTON «Nessuno ha un affetto così forte per la Cia come me. Siete gente speciale. Avete tutto il mio appoggio». Parla lo stesso Donald Trump che poche settimane fa, indignato per le loro rivelazioni sulla sua Russian Connection, diceva: «Questi sono gli stessi che ci ingannarono sulle armi di Saddam Hussein». Bugiardo seriale, Trump esordisce da presidente andando a visitare il quartier generale della Cia a Langley, in Virginia, periferia della capitale. Dà spettacolo, li copre di elogi, li rassicura che «la mia lite con voi è un’invenzione dei media disonesti». Applausi scroscianti dai funzionari della Cia, che comunque ricevono lo stipendio da questo signore e saranno diretti da quel Mike Pompeo che lui ha appena nominato. «Un gioiello, un genio», lo definisce Trump in un’orgia di superlativi, per lo più rivolti a se stesso («sono giovane come un trentenne»), occasionalmente elargiti ai suoi sottoposti.
Venerdì sera la prima picconata alla riforma sanitaria di Barack Obama. Sabato pomeriggio la visita pacificatrice al quartier generale della Cia, l’agenzia d’intelligence che lo accusa di essere stato aiutato da Vladimir Putin. Trump appena varcata la soglia della Casa Bianca parte a trecento all’ora. Vara provvedimenti su tutto. Compresi i dettagli, le ritorsioni meschine, perché lui è fatto così: indulge nel micro-management. Per esempio fa cancellare subito dal sito del governo ogni riferimento al cambiamento climatico. Vieta ai dipendenti federali dei parchi nazionali l’uso di Twitter, dopo che uno di loro aveva ri-twittato le immagini imbarazzati della spianata Lincoln Memorial nei confronti 2017-2009. L’Inauguration Day di Trump ha attirato meno della metà di quello di Obama. Il neopresidente s’impermalisce del confronto umiliante e passa metà della conferenza alla Cia a sostenere che le foto aeree erano truccate dai media.
Ma in mezzo a queste minutaglie c’è tempo per la sostanza. È la prima raffica di ordini esecutivi, editti presidenziali su materie che non hanno bisogno di un’approvazione al Congresso. La prima vittima è Obamacare, l’odiatissima riforma sanitaria che fu votata nel 2010 e subito scatenò un impegno solenne a distruggerla da parte della destra repubblicana. Una vera abrogazione di Obamacare richiederà un altro voto di Camera e Senato, andrà inoltre sostituito con un regime alternativo. Quel che Trump fa subito, è ordinare ai ministeri competenti di «sospendere, rinviare o bloccare l’applicazione di quelle misure che sono troppo costose per i pazienti, i medici, o le assicurazioni». È un ordine tanto generico quanto confuso, al punto da risultare di difficile interpretazione. Ridurre i costi della normativa sanitaria è un obiettivo che tutti inseguono, in teoria. Ma ridurli simultaneamente per le assicurazioni e per i pazienti è impossibile: dove per l’assistito c’è un costo, lì c’è un ricavo e un profitto per l’assicurazione. O tuteli l’uno, o l’altra. L’editto presidenziale firmato in tempi record da Trump è un colpo d’immagine per dire ai suoi: io mantengo le promesse. È un’indicazione all’amministrazione, si cambia musica e nessuno deve fare dello zelo nell’applicazione di una legge che l’attuale maggioranza condanna a morte. Buio pesto, invece, su quel che seguirà. Il che riflette delle contraddizioni antiche. La destra da sempre vorrebbe distruggere ciò che considera “socialista” nella riforma Obama: i sussidi federali per consentire ai meno abbienti di comprarsi una polizza sanitaria sul mercato; l’obbligo universale di assicurarsi e le multe per chi contravviene; gli oneri per i datori di lavoro. Viceversa la stessa destra vorrebbe salvare gli aspetti più popolari nella riforma, per esempio il divieto alle assicurazioni di rifiutare la copertura di chi ha già avuto qualche malattia. Ma Obamacare fu il frutto di un compromesso, un precario equilibrio fra gli interessi delle compagnie assicurative, di Big Pharma, degli ospedali privati. Toccarne un pezzo senza che crollino tutti gli altri, è quasi impossibile.
La Cia è stata “conquistata” sabato pomeriggio. Trump con tempismo e senso dello spettacolo ha fatto dell’agenzia d’intelligence la sua prima preda importante, dopo una guerriglia durata per mesi. È dalla Cia che erano usciti i rapporti più compromettenti sul ruolo degli hacker russi al servizio di Putin, le spettacolari interferenze nella campagna elettorale. Molti dubbi inseguiranno Trump ancora a lungo, perché alcuni dei suoi collaboratori o ex collaboratori rimangono sotto indagine per i loro legami con la Russia. Trump in passato accusò più volte la Cia di diffamarlo, di fare un gioco sporco contro di lui. Ma un presidente non può permettersi avere contro di sé i servizi segreti. Basta dare la colpa ai media, e pace è fatta.