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 2017  gennaio 22 Domenica calendario

Questione di etichetta

Racconta una leggenda che nella Roma medievale un Papa non meglio identificato usava uscire mascherato in abiti borghesi dalla sua dimora di san Giovanni in Laterano seguito a distanza da tre guardie armate. Giunto presso i venditori di farina al dettaglio, ne assaggiava la mercanzia e, qualora avesse qualche dubbio sulla genuinità, ne versava una manciata in un barattolo d’acqua. Se parte della polvere andava subito a fondo, ordinava alle guardie di mozzar la testa sul posto al fornaio imbroglione che aveva mischiato la farina con il gesso.
Che sia vera o no, questa storia mostra come le preoccupazioni per il contenuto di quello che mangiamo sono sempre state parte dell’immaginario collettivo, almeno da quando il genere umano ha abbandonato il regime di autosussistenza e delegato la produzione e la commercializzazione del cibo a professionisti del settore.
Nel sistema alimentare industrializzato di oggi, la funzione di controllo su qualità e ingredienti dovrebbe essere assolta dalla cosiddetta etichetta. Ma chi è mai in grado di decifrarla? Basta prendere in mano una confezione di cereali per la colazione (non dirò la marca) per perdersi in un labirinto di termini astrusi. Che funzione ha lo sciroppo di zucchero di canna parzialmente invertito? Che cos’è il colorante annatto? E l’antiossidante estratto ricco di tocoferolo?
Le etichette degli articoli che oggi troviamo nei supermercati sono il risultato di un negoziato tra un’industria spesso molto opaca e un legislatore che cerca di ridurre quell’opacità imponendo regole per lo più burocratiche. Così nella stragrande maggioranza dei casi ci troviamo a comprare prodotti alimentari di cui ignoriamo quasi tutto: non solo quei conservanti, coloranti, aromatizzanti che non riusciamo a decrittare, ma anche l’origine della materia prima, i processi industriali che questa ha subito, le distanze – spesso enormi e irrazionali – che il cibo ha coperto prima di raggiungere le nostre tavole.
In un’opera del 2003 intitolata l’artista messicana Minerva Cuevas ha posto la questione in modo provocatorio. L’installazione – riproposta alla mostra “Food” al museo Maxxi di Roma nel 2015 – è composta da una serie di latte di pomodoro accompagnate da un grande cartellone esplicativo a forma di etichetta. Il purè di pomodoro diventa “pure murder” (puro omicidio), mentre il titolo deriva da una fusione tra il sanguinario dittatore guatemalteco Efraín Ríos Montt e la Del Monte, la multinazionale dell’agroalimentare. Sul pannello si legge: “Del Monte ha creato enclave agricole, appoggia ingiusti sistemi di gestione del territorio che marginalizzano le popolazioni, sfruttando il lavoro stagionale e opprimendo i sindacati grazie all’aiuto di regimi dittatoriali e delle forze paramilitari”.
Certo, mai troveremo sui prodotti nei supermercati etichette del genere. Ma l’idea di una confezione più informativa, che tenga conto di tutto il percorso del cibo dal luogo di produzione allo scaffale di vendita, non è pura utopia. Il primo a concepirla, più di trent’anni fa, è stato il professor Mario Pianesi, che realizzò un’“etichetta trasparente” in cui era indicata l’origine geografica di tutti gli ingredienti presenti nel prodotto, inclusa l’acqua, oltre all’utilizzo di energia, il consumo di CO2, il numero di lavoratori impiegati sia nella coltivazione che nei successivi processi industriali.
Se l’“etichetta pianesiana” è rimasta per tre decenni un santuario per puristi, ormai gli industriali più attenti hanno capito che le richieste degli acquirenti stanno cambiando. Una scatola di tonno che negli anni Ottanta recava solo la dicitura “tonno tenero” (“così tenero che si taglia con un grissino”, secondo la famosa pubblicità), oggi segnala spesso la specie, la zona di pesca, il fatto che nella cattura non siano stati uccisi delfini e persino il metodo di pesca. Altri prodotti cercano di distinguersi attraverso la narrazione di una storia particolare. Tornando al pomodoro, il leader di mercato Mutti rivendica in etichetta “il controllo di tutta la filiera produttiva, partendo dalla selezione delle varietà, al controllo dei campi, alla raccolta” e sul sito web mostra in video i coltivatori da cui si rifornisce, perché i “prodotti sono un racconto da assaporare in famiglia”. La passata De Rica propone fin dalla scatola la peculiarità del “pomodoro vallivo”, coltivato nel Parco naturale del Delta del Po da semi non ibridi, a impollinazione naturale, “con il profumo della tradizione e il gusto autentico”. Questi prodotti ci vogliono dire che quello che stiamo mangiando è unico, perché lavorato in modo etico secondo una tradizione perduta che loro si sforzano di far rinascere. Il governo italiano, dal canto suo, ha disposto a partire dal primo gennaio di quest’anno l’indicazione in etichetta dell’origine della materia prima per latte e derivati per tutelare il made in Italy. E lo stesso si appresta a fare sulla filiera del grano duro-pasta.
Sono, per il momento, gocce in un oceano di opacità. Ma, a giudicare dal successo che stanno avendo negli Stati Uniti un paio di app, la direzione sembra segnata. Inventate in quel laboratorio del futuro che è la Silicon Valley, GoodGuide e Buycott si basano su un funzionamento semplice: basta fotografare il codice a barre di un articolo con lo smartphone per ottenere informazioni sulla ditta che lo ha prodotto, ricavare il suo rating dal punto di vista sanitario, ambientale e sociale. E decidere se acquistarlo o meno. «Nel momento in cui l’abbiamo lanciata, non ci aspettavamo di avere dieci nuovi utenti al secondo», ha raccontato esterrefatto alla rivista Forbes Ivan Pardo, lo sviluppatore ventinovenne di Berkeley che ha concepito Buycott. Segno che siamo sempre più curiosi di sapere cosa c’è dietro quello che mangiamo e siamo anche disposti a cambiare abitudini in base alle informazioni che otteniamo. Segno che l’etichetta trasparente non è irrealizzabile. E che magari un codice a barre fotografato con lo smartphone potrà presto diventare il corrispettivo moderno del Papa giustiziere della Roma medievale.