La Stampa, 22 gennaio 2017
La ricetta di Donald il «keynesiano». La crescita con i soldi pubblici
Il paradosso economico è questo: Ronald Reagan, idolo dei conservatori repubblicani, aveva accusato il governo di essere il problema, non la soluzione; Bill Clinton, idolo dei liberal, aveva dichiarato la fine dell’era del «big government», riformando il welfare insieme al Gop; Donald Trump, idolo dei populisti, sta puntando invece sulla spesa pubblica e sul protezionismo, per rilanciare l’economia Usa. «Tutto questo – commenta il professore della Johns Hopkins University, Steve Hanke, che lavorava proprio nel consiglio economico di Reagan – mi preoccupa molto, perché dalla nuova amministrazione sento un linguaggio assai simile a quello usato da Hoover prima della Grande Depressione».
Big Government
L’allarme per il ruolo dello stato nel programma economico di Trump, e quindi della spesa pubblica, è stato lanciato da Fred Barnes sul Weekly Standard: «Il nuovo presidente punta sul big government conservativism». È la linea promossa dal suo consigliere Steve Bannon, che ha avuto l’abilità di togliere ai democratici il monopolio politico del tema della disuguaglianza economica. Nel discorso inaugurale si è concretizzata in particolare con la promessa di lanciare un piano per la ricostruzione delle infrastrutture. Quasi una riedizione dei programmi keynesiani di Roosevelt, che secondo Bannon stimoleranno crescita e lavoro, guadagnando consensi anche tra chi oggi protesta: «Toglieremo le persone dall’assistenza sociale – ha detto Donald -, per ricostruire strade e ponti con mani americane». Hanke nel consiglio economico di Reagan aveva proprio il portafoglio delle infrastrutture, ed è scettico: «Trump parla come faceva Mussolini. Il suo programma si finanzia soprattutto con i crediti fiscali, che sono molto pericolosi, perché nessuno sa quanto valgono davvero. Noi puntammo sulla privatizzazione delle opere, ma la linea Trump rischia di gonfiare la spesa statale e quindi il debito. Non credo che riuscirà a realizzarla, perché il Congresso a maggioranza repubblicana cambierà i suoi piani».
Protezionismo
Il nuovo presidente ha detto con chiarezza che l’era della globalizzazione secondo lui è finita, e su questo punto Hanke vede rischi che vanno oltre l’economia: «Reagan usava un linguaggio molto favorevole ai liberi commerci, eppure perse la sua stessa battaglia, finendo per prendere molti provvedimenti protezionistici, come quello contro l’importazione delle auto giapponesi. L’amministrazione Trump invece è apertamente favorevole al protezionismo, e quindi dobbiamo aspettarci una valanga in questo settore, a partire dalla revisione dei trattati per il libero commercio. Gli uomini chiave qui sono Peter Navarro, Wilbur Ross, e soprattutto Robert Lighthizer, il Trade representative che lavorava con me nel consiglio economico di Reagan, e spingeva sempre per le posizioni più estreme. Allora facemmo pressioni sul Giappone, che alla fine si piegò. La Cina però non farà altrettanto, quindi rischiamo una guerra commerciale che potrebbe sfociare in uno scontro geopolitico. L’Europa poi avrebbe bisogno di promuovere una politica di crescita, basata sulla riduzione dei regolamenti e delle tasse, ma invece ora è confusa e distratta dalle critiche di Trump. Il rischio quindi non è solo il danno economico del protezionismo, ma anche l’instabilità geopolitica che prospetta».
Deregulation
Il primo provvedimento firmato da Trump limita il peso di Obamacare, in attesa di cancellare e rimpiazzare la riforma sanitaria. Questo è forse l’unico punto su cui gli economisti conservatori e repubblicani concordano. Il resto è visto come linea non ortodossa, ma secondo Bannon rilancerà economia e lavoro, garantendo il successo della presidenza.