la Repubblica, 22 gennaio 2017
L’uomo che va a caccia del suono perfetto
Dune nel deserto che cantano, strade californiane che suonano e piramidi Maya che cinguettano, luoghi di silenzio estremo e cascate d’acqua islandesi che rombano come un gruppo heavy metal: non c’è angolo del pianeta in cui non arrivino le orecchie attente di Trevor Cox. Professore di ingegneria acustica all’Università di Salford, Regno Unito, Cox è autore di un libro di grande successo, Sonic Wonderland ( tradotto in Italia da Dedalo, Il Pianeta Acustico. Viaggio tra le meraviglie sonore del mondo), e titolare di un blog seguitissimo tra gli appassionati, The Sound Blog. Con lui abbiamo parlato del suo lavoro e del settore in espansione degli “studi scientifici del suono”. È recente per esempio la mostra “The Great Animal Orchestra” realizzata alla Fondazione Cartier di Parigi da Bernie Krause, musicista e produttore che ha abbandonato Hollywood e gli studi di registrazione (ha lavorato alle colonne sonore di Apocalypse Now e Love Story e con George Harrison, Doors e Stevie Wonder) per sviluppare la “biofonia” e l’ecologia acustica come metodo per studiare i suoni prodotti da piante e animali in ambienti naturali.
Partiamo dalle meraviglie sonore: ce n’è qualcuna che possiamo segnalare ai nostri lettori, magari in Italia?
«Quando si parla di luoghi con un’acustica straordinaria spesso ci si riferisce a posti che hanno un grande riverbero. Il Battistero di San Giovanni a Pisa è uno di questi e se vai a visitarlo la guida turistica ti canterà alcune note per mostrarti quanto a lungo il suono rimane nello spazio. C’è un tale riverbero che è perfino possibile generare accordi musicali per voce sola, la la la la ( canta, ndr). Non lontano dall’Italia, sul lungomare di Zara, c’è uno straordinario “organo marino”: quando sale la marea l’acqua comprime l’aria nelle trentacinque canne dell’organo producendo suoni continuamente diversi modulati secondo sette accordi e cinque tonalità. Gli abitanti e i turisti amano passeggiare ascoltando questa sorta di colonna sonora generata dalla marea (se non avete la possibilità di fare una gita, cercatelo su YouTube, ndr)».
Questo mi fa venire in mente una diffusa credenza popolare, quella secondo cui appoggiando una conchiglia marina all’orecchio si sentirebbe il suono del mare. La scienza del suono ha qualcosa da dire su questo?
«Quello che sentiamo sono i suoni attorno a noi deformati dalla conchiglia. Può provare anche con una tazza da tè: sentirà i suoni dell’ambiente filtrati dall’aria contenuta nella tazza o nella conchiglia, l’effetto assomiglia un po’ al rumore del mare, ma posso sentirlo anche io da qui, e sono ad almeno cinquanta miglia dalla costa!».
Oltre a catturare i suoni del presente, oggi si cerca di ricostruire i “paesaggi sonori del passato”. Recentemente i paleontologi dell’Università del Texas hanno cercato di ricostruire l’ambiente sonoro dell’epoca dei dinosauri. Secondo un altro studio, l’uomo di Neanderthal aveva l’estensione vocale che oggi caratterizza i bambini...
«È un settore estremamente interessante. Pensi al suono delle campane: secondo alcuni studiosi, a lungo la dimensione delle comunità si è definita sulla base della distanza da cui si poteva udire il suono delle campane lavorando nei campi. Oppure ai grandi anfiteatri che avete in Italia come l’Arena di Verona o il Colosseo. Oggi è possibile tentare di ricostruire virtualmente l’acustica di questi luoghi, sentire come “suonavano” quando avevano le scenografie allestite. Così possiamo capire per quali occasioni o spettacoli questi spazi venivano utilizzati, oppure come l’acustica di certi luoghi ha influenzato la creazione di musica. Prenda le composizioni di Monteverdi per la Basilica di San Marco a Venezia: il riverbero e le caratteristiche acustiche di quello spazio rendevano impossibile a due cori cantare simultaneamente la stessa musica, mentre il canto antifonale vi si sposava perfettamente».
Lei è anche consulente di sale da concerto. Quali sono nel mondo quelle con l’acustica migliore, e quelle con l’acustica peggiore?
«La Symphony Hall di Boston è considerata “la Mecca per gli esperti di acustica”. Con la sua caratteristica forma allungata e stretta, ha un riverbero perfetto di 1,9 secondi. Citerei anche il Musikverein di Vienna e la Concertgebouw di Amsterdam. Le peggiori? C’è sicuramente un problema con le sale da concerto a Londra. Per migliorare l’acustica della Royal Festival Hall, negli anni Sessanta fu ideata una pionieristica soluzione elettronica attraverso un sistema di microfoni e altoparlanti, in seguito abbandonata decidendo di ristrutturare l’edificio. Secondo il direttore d’orchestra Simon Rattle “dopo mezz’ora di prove lì ti passa la gioia di vivere”».
Che cosa pensa della nuova Elbphilharmonie ad Amburgo, inaugurata proprio nei giorni scorsi?
«Nella Elbphilharmonie il pubblico avvolge l’orchestra, con una disposizione dei posti simile ai vigneti terrazzati, e le pareti attorno alle poltroncine sono costruite per ottenere riflessioni sonore benefiche per l’acustica. Questa disposizione fu utilizzata per la prima volta negli anni Sessanta per la Berlin Philharmonie. Rispetto alla classica architettura “a scatola da scarpe” il vantaggio è che un numero maggiore di ascoltatori siede vicino all’orchestra. Lo svantaggio è soprattutto per chi si trova dietro. Si continua a discutere su quale forma sia migliore, e in parte dipende dalle preferenze personali. La disposizione circolare favorisce la chiarezza del suono, mentre la “scatola da scarpe” è più adatta a chi preferisce essere inondato dal riverbero».
Sul suo blog ho letto di alcuni studi sui violini Stradivari che sembrano parzialmente ridimensionare questo strumento leggendario…
«Sono strumenti straordinari, per secoli sono stati considerati il “golden standard” nella realizzazione di violini. Ma ci sono stati esperimenti in “doppio cieco” in cui il violinista non sapeva quale violino stesse effettivamente suonando, e il risultato è che gli Stradivari suonano benissimo, ma ci sono strumenti contemporanei che suonano altrettanto bene, al punto che il violinista non riesce a distinguerli. C’è evidentemente un effetto di suggestione, sul pubblico e sull’esecutore: quando sai di suonare uno Stradivari, la tua esecuzione è particolarmente intensa, e questo può contribuire a spiegare come mai alcune performance siano eccezionali».
Nel libro lei parla della “firma sonora” delle città: i rintocchi del Big Ben per Londra, i fischi dell’orologio a vapore di Vancouver. Dopo tutti i suoi viaggi tra le meraviglie sonore, qual è la sua “firma sonora” preferita?
«Ah, non è facile rispondere. Oggi per certi aspetti le grandi città si assomigliano sempre di più dal punto di vista dei paesaggi sonori: i rumori del traffico, le notifiche degli smartphone. Ma un suono che non dimenticherò mai è quello di Hong Kong. È una città molto affollata e alla domenica i lavoratori si ritrovano e fanno dei picnic, spesso proprio lungo la strada. I rumori dei tavolini, dei contenitori del cibo che si aprono, il chiacchiericcio delle persone, si uniscono in un’esperienza sonora davvero unica».