la Repubblica, 22 gennaio 2017
La scimmia Skywalker
Il Mekong scorre dal Tibet sino al Mar Cinese Meridionale per 4.350 chilometri, attraversando Cina, Myanmar, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam. La sua importanza economica e politica per tutta l’ex Indocina è fondamentale, ma gli ecosistemi lungo il suo bacino, quasi ottocentomila chilometri quadrati, hanno un valore elevatissimo per tutto il pianeta e per tutto il genere umano. Malgrado l’uso intensivo delle acque e delle terre lungo il dodicesimo fiume più lungo del pianeta, il bacino del Mekong è una delle zone a più elevata biodiversità al mondo e ogni anno si scoprono decine di nuove specie: ben 2.409 tra il 1997 e il 2015, con una media di circa due nuove specie a settimana, secondo il report annuale del 2016 del Wwf per la regione, pubblicato a dicembre, rendendo questa regione così antropizzata anche un paradiso della biodiversità mondiale.
L’ultima specie scoperta nell’area, con una pubblicazione del gennaio 2017, è una scimmia antropomorfa, una scoperta eccezionale perché è rarissimo che uno dei nostri parenti più prossimi sia passato inosservato alla scienza sino a oggi. Al nuovo gibbone è stato dato dagli scienziati cinesi e inglesi che lo hanno scoperto il nome scientifico Hoolok tianxing ( tian xing, vuol dire qualcosa tipo “movimento o camminata nel cielo”, in inglese sky walk), e il suo nome comune è hulok Skywalker. Se il nome sia stato dato pensando all’agilità con cui questi animali si spostano in alto tra gli alberi o direttamente pensando al protagonista di Guerre Stellari non saprei (conosco uno degli autori della scoperta, Sam Turvey, e propendo per la seconda ipotesi), ma Mark Hamill, l’attore che impersona Luke Skywalker nella saga di George Lucas, ha dichiarato su Twitter di essere molto orgoglioso che un nuovo Jedi della giungla abbia il nome del suo personaggio. In Cina i gibboni sono quasi scomparsi e per gli scienziati trovare non solo una nuova popolazione, ma addirittura una nuova specie, confermata da analisi sia genetiche che morfologiche, è stata una sorpresa emozionante. Si stima restino solo circa duecento hulok Skywalker, speriamo che non siano gli ultimi jedi dell’Impero celeste.
Se la saga di Guerre Stellari ha ricevuto in omaggio un gibbone, quella di Star Trek se la passa altrettanto bene. In Thailandia erano note solo tre specie di tritone, molto poche per un’area ad alta biodiversità come l’ex Indocina, in Italia per esempio ce ne sono ben quattro, ma nel 2015 è finalmente arrivata la tanto cercata nuova specie. Non solo c’era effettivamente un’altra specie, ma era molto differente dalle altre tre: sulla pelle nera spiccano ornamentazioni rosse sul capo, sul dorso e sulla coda che ricordano le creste ossee dei Klingon, i noti alieni dalla fronte bitorzoluta della Federazione Stellare. Tylototriton anguliceps (testa ad angoli), questo il nome scientifico dato alla nuova specie, viene quindi da tutti affettuosamente chiamato il tritone Klingon, un nome comune molto appropriato, secondo il report Wwf del 2016. Anche i fan di Star Trek sono felici e orgogliosi del nuovo animale dedicato ai loro beniamini, e la buona notizia è che ne sono state trovate popolazioni anche in Laos e in Vietnam e al momento la specie non sembra essere particolarmente a rischio.
Gli zoologi non amano solo la fantascienza, ma anche la musica rock e le sue grandi star (sono dei nerd, ma sono anche umani ogni tanto), e gli piace ricordarle battezzando nuove specie con il nome del cantante o dell’attore preferito. Non poteva quindi mancare il “serpente Ziggy Stardust”, che ci ricorda il compianto David Bowie. Parafimbrios Lao viene dal Laos e anche lui è stato presentato al grande pubblico grazie al recente report del Wwf. Il riferimento a Ziggy Sturdust è dovuto alle scaglie iridescenti sulla testa del serpente, che brillano con toni multicolore. Questo serpente, trovato lungo ripidi strapiombi carsici, è così diverso che non solo rappresenta una nuova specie, ma addirittura un nuovo genere: David Bowie ne sarebbe stato orgoglioso.
Ma non è finita qui perché persino gli zoologi, ogni tanto, vanno in vacanza. Vi ricordate di Phuket, l’isola tailandese dove c’erano i villaggi vacanze che furono investiti, tra gli altri, dallo tsunami del 26 dicembre 2004? Degli ecosistemi della provincia non rimane molto, non a causa dello tsunami, ma per via della deforestazione quasi totale causata dall’antropizzazione dell’isola, che oramai è un grande resort per gente in vacanza da tutto il mondo. Di conseguenza, non è una zona molto frequentata dai ricercatori, perché è rimasto molto poco da ricercare. Tuttavia nel 2004 Indraneil Das e Tzi- Ming Leong trovarono una nuova specie di geco endemico ( Cnemaspis phuketensis), diurno e mimetico, sulla vegetazione bassa di quel che rimane della foresta primaria ripariale. L’articolo che riportava la scoperta fu pubblicato giusto nel dicembre 2004, e a oggi non ci sono dati sull’abbondanza della specie. Speriamo bene. Questa scoperta fu molto importante, perché fece rivalutare gli ecosistemi dell’isola, e soprattutto l’urgenza di esaminarli prima che scompaiano del tutto. Questo portò lo scienziato belga Olivier Pauwels e il suo team a Phuket e le soddisfazioni non tardarono ad arrivare: nel 2011 il team descrisse addirittura una nuova specie di vipera endemica, che era sfuggita sia alla deforestazione sia all’occhio esperto degli zoologi, Trimeresurus ( Popeia) phuketensis, portando a due i rettili endemici dell’isola. Nel 2012 arrivò un’altra specie di geco endemico, Cyrtodactylus phuketensis, sempre a opera del team di Pauwels, e nel 2015 è arrivato un draghetto. Achantosaura phuketensis è in realtà una lucertola agamide, il quarto rettile endemico trovato sull’isola in undici anni, e nonostante le lunghe corna e la cresta dentata sul dorso, che le danno l’aspetto da mini-drago, si tratta di una specie del tutto innocua. Nel 2016 ci si è dovuti purtroppo accontentare solo di un nuovo copepode endemico, un crostaceo, ma si tratta pur sempre di un’isola di 576 chilometri quadrati, circa il doppio dell’isola d’Elba.
Perché queste scoperte sono così importanti e riguardano tutti noi? Il problema principale è che per ogni specie scoperta se ne estinguono decine, a tassi spaventosamente alti. Le cause sono principalmente la deforestazione per far spazio ai coltivi, la caccia, in particolare ai grandi mammiferi e agli uccelli, e il prelievo illegale per il mercato dei collezionisti. Per quanto riguarda le piante, scompaiono silenziosamente in numeri ancora più grandi degli animali, per far posto a risaie e piantagioni di palma da olio, ma anche caffè, cacao e frutta tropicale. Molte di queste piante forse contenevano principi medici attivi che avrebbero potuto aiutarci nella ricerca biomedica, ma oramai è tardi.
Forse ben fanno gli scienziati a dedicare le nuove specie ai beniamini del pubblico occidentale, in modo almeno da sollevare il problema.