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 2017  gennaio 22 Domenica calendario

Caccia al tesoro del Chapo. Ex contadino da 14 miliardi

WASHINGTON Il campesino che una volta vendeva arance oggi vale 14 miliardi di dollari. A stabilirlo i magistrati della Procura di New York che hanno indicato in questa somma il patrimonio de El Chapo. E ora puntano a sequestrare il tesoro, frutto di decenni di traffici coordinati – secondo l’accusa – da Joaquín Guzmán, detto anche «il corto», «il signore», «lo svelto». Il capo di Sinaloa avrebbe spedito negli Usa oltre 200 tonnellate di cocaina e montagne di altre sostanze, dalla marijuana alle anfetamine. Usando aerei, spalloni, semi-sommergibili, cavalli, motoscafi, tunnel.
Estradato in America nella notte, il padrino è apparso venerdì davanti al giudice. Polsi serrati dalle manette, tuta da detenuto, gli hanno notificato 17 capi di imputazione. Lui ha risposto con un «sono innocente». Nella famosa quanto fatale intervista concessa all’attore Sean Penn, aveva giocato la carta del povero contadino di Badiraguato, che a causa della fame, non aveva avuto altra scelta che buttarsi nel contrabbando. Quanto agli omicidi e alle torture, sarebbero stati la risposta a chi cercava di farlo fuori.
Una storia buona per le ballate popolari e non per gli inquirenti, decisi a inchiodarlo. E, appunto, a confiscare – quando lo troveranno – il bottino del boss. C’è già una strada.
Nel 2015 un tribunale di Chicago ha condannato i fratelli Pedro e Margarito Flores, proconsoli del Chapo a Chicago, una delle piazze più importanti per la distribuzione della droga. Qui i federali hanno bloccato 30 milioni di dollari, proprietà, beni. I narcos hanno investito ovunque e non solo in America. Gli investigatori dovranno seguire una pista globale, con «contabili» al soldo dei cartelli abili nel mascherare dollari, euro, pesos, oro. Guzmán ha sempre vissuto in modo parco e, negli ultimi due anni, doveva guardarsi le spalle, visto che lo braccavano i marines messicani e i rivali. Ma per la Dea americana la sua organizzazione ha continuato a muovere somme impressionanti. La classifica della rivista Forbes lo aveva collocato molto «indietro», lontanissimo dai 40 miliardi di Michael Bloomberg e dai 44.6 di Mark Zuckenberg. In realtà il capo «pesa» molto di più.
Una ricchezza che gli ha permesso di comprare complicità, appoggi e silenzi. In Messico. E non a caso è evaso due volte. Ora, come ripetono i poliziotti americani, sarà difficile per lui scavare un altro tunnel. La prigione che lo ha accolto a New York è di massima sicurezza. La sua cella è 6 metri per 3, qui mangia e qui sta per 23 ore al giorno. Sorvegliato in modo attento. L’unica consolazione per il boss sono state le urla delle detenute al suo arrivo, lo hanno accolto al grido «Chapo, Chapo». Ma ora ha altro da pensare. Almeno 6 città americane vogliono giudicarlo per i suoi reati. Rischia ergastoli a ripetizione, non la pena di morte perché Washington ha dato garanzie in questo senso al Messico. E magari, con la prospettiva di una lenta «sepoltura» nel tomba di Supermax – il carcere-fortezza in Colorado —, potrebbe barattare condizioni migliori collaborando. Ritorna così la storia dei 14 miliardi.
Potrebbe fare acchiappare qualche cassiere, figure in grado di svelare il filo del soldi. Non sarebbe certo il primo narco-boss messicano a scendere a patti con i gringos. Quando sei dall’altra parte del muro non hai molta scelta.
Già, il muro. C’è chi, in modo provocatorio, suggerisce: e se il patrimonio de El Chapo fosse usato per costruire una parte della barriera sul confine?