il Fatto Quotidiano, 22 gennaio 2017
Nella scuola della Milano bene il bullismo c’è ma non si dice
Milano, da parecchi giorni, circola una notizia su un gravissimo episodio di bullismo che ha coinvolto quattro ragazzini molto piccoli. La notizia è inizialmente un chiacchiericcio. Poi una voce. Poi una di quelle cose di cui tutti parlano ma di cui stranamente si fatica a conoscere i contorni precisi. Strano. Quando accade un episodio di bullismo serio come in questo caso e soprattutto in una città come Milano, dalla voce ad articoli di giornale e notizie certe il passo è breve. Invece qui il passo è lento e affaticato. La ragione è semplice. L’episodio non è accaduto in una scuola qualunque. In un edificio scalcinato dell’hinterland o in una scuola comunale qualunque. I fatti si sono svolti tra le mura del Collegio San Carlo, la scuola più nota e prestigiosa di Milano assieme al Gonzaga e alla Leone XIII.
Una scuola con rette da 8.000 euro l’anno (tra i docenti anche lo scrittore Alessandro D’Avenia) e inevitabilmente frequentata dai figli delle famiglie ricche, bene, potenti, borghesi di Milano. Ed è cosa nota, quando succede qualcosa al San Carlo, è sempre difficile ottenere risposte o dichiarazioni dalla scuola e talvolta pure dalla stampa. C’è sempre qualcuno che ti dice: “No, ma sai, lì ci va il figlio di o il nipote di, lascia stare”. Il rettore tace. I genitori chiacchierano, ma tra di loro. L’etichetta della scuola va preservata. Eppure, stando ai racconti dei pochi che si sono decisi a parlare, le famiglie saranno pure bene, ma certi figli lo sono meno. La ricostruzione dei fatti, che nella prima comunicazione ufficiale della scuola è stata definita “una normale dinamica di gioco”, è questa: qualche mattina fa, durante la ricreazione, quattro studenti di 10 anni circa cominciano a infastidire verbalmente P., una studentessa di 7 anni. Le dicono che si deve chinare per terra, che le donne non studiano, puliscono il pavimento.
“Raccogli quelle carte con la bocca!”, insistono. P. si rifiuta e iniziano i calci. Da qui in poi la ricostruzione si fa confusa, c’è chi dice che l’abbiano picchiata in due e gli altri due stavano a guardare, c’è chi dice che abbiano partecipato tutti e quattro. La bambina inizia a vomitare, viene portata in infermeria e più tardi in ospedale. Diagnosi: infrazione a una costola. Da giorni P. si rifiuta di tornare a scuola, i genitori riferiscono che è molto turbata, temono per le ripercussioni psicologiche. Riguardo la sorte dei quattro bambini, di cui uno è il figlio di un noto conduttore tv e giornalista, pare che solo due di loro siano stati sospesi.
L’avvocato della famiglia di P., Alessandro Mezzanotte, conferma la ricostruzione e afferma: “Stiamo attendendo di sapere dalla scuola che tipo di provvedimenti saranno presi. Il termine sospensione è vago, aspettiamo chiarimenti”. Il papà aggiunge che la famiglia ha iniziato a confrontarsi con la scuola sulle conseguenze di questo grave episodio. Fatto sta che l’iniziale versione della stampa e della scuola parlava di un paio di spinte, di “normali dinamiche di gioco”. Certo, chi di noi non ritiene una normale dinamica di gioco un figlio che finisce all’ospedale vomitando dopo calci e pugni? Ma soprattutto: dove sarebbe la normalità in quattro bambini di 10 anni che dicono a una ragazzina di sette che le donne devono pulire, come i peggiori trogloditi sessisti?
Nel frattempo, là dove il rettore tace, qualche genitore parla. Si riunisce. Si irrita per il modo in cui la scuola ha ridimensionato i fatti e utilizzato il termine “gioco”. Minaccia il ritiro dei figli dalla scuola se i bambini colpevoli del grave atto di bullismo non vengono espulsi. Per l’espulsione però bisogna fare richiesta al Provveditorato e per legge le sospensioni non possono durare più di tre giorni. Allora il prorettore don Alberto Torriani, ieri pomeriggio, invia una circolare a tutte le famiglie degli studenti in cui con una superba supercazzola specifica che per lui il termine gioco ha un significato molto serio (evidentemente anche molto ampio, visto che racchiude anche l’accezione di “calci nello stomaco”). Poi aggiunge: “Il San Carlo non vuole nascondere o insabbiare, lascio ad altri queste letture e questi linguaggi che non mi appartengono”, però specifica che per il bene dei minori bisognerebbe intraprendere azioni “senza il brusio delle preoccupazioni e la eco dei giornali” (quindi se non lanciano l’allarme i genitori preoccupati e non lo lanciano i giornali chi dovrebbe lanciarlo? I bidelli?). Infine, il prorettore, che non vuole insabbiare o minimizzare, chiude così: “Ho chiesto alla professoressa Bignardi insieme al nostro psicologo di prendere contatti con strutture esterne che ci possano aiutare a rispondere a queste emergenze educative. Ho già preso contatti con la struttura specializzata del Fatebenefratelli”.
Per carità, tutte ottime iniziative, ma il giro di parole per omettere la parola “bullismo” è commovente. Ora bullismo si dice emergenza educativa. “Ehi mamma oggi due bulli mi hanno picchiata!”. “Tesoro, i bulli sono a Quarto Oggiaro, quelli del Collegio San Carlo non sono bulli, sono dei ragazzi in emergenza educativa!”. Bello anche il passaggio sulla scuola specializzata del Fatebenefratelli. Specializzata in che? In radiografia? Tecniche di bendaggio e gesso? Rianimazione? No. Al Fatebenefratelli c’è il centro anti-bullismo. Tutti qui. Specializzata in BULLISMO. Usare le parole giuste è importante, caro prorettore. Anche quando le parole giuste sono scomode e tolgono un po’ di smalto dalla corazza lucida della scuola fighetta, quella in cui crescono i “sancarlini”. Perché se lo faccia dire, caro prorettore, è dei genitori e dei figli della Milano perbene che sono tanti anche in quella scuola che dovrebbe occuparsi, non di quelli della Milano bene.
Detto ciò, i tempi sono cambiati significativamente: prima se facevi il cattivo finivi in collegio. Ora, se fai il cattivo, vieni espulso. Forse.