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 2017  gennaio 22 Domenica calendario

Addio al medico dei quattro Papi: soccorse Wojtyla dopo l’attentato

CITTÀ DEL VATICANO È stato il medico personale di quattro Papi ma in Vaticano era considerato un po’ come il medico di famiglia, perché a tutti, dal primo all’ultimo, riservava la stessa attenzione se bussavano al suo studio al Governatorato per un consiglio, una visita, un parere. Nei viaggi papali a Renato Buzzonetti è capitato di curare anche giornalisti e fotoreporter per piccoli infortuni, slogature, cadute accidentali. Un signore d’altri tempi. Buzzonetti scomparso dopo una lunga malattia, all’età di 92 anni, l’ultimo archiatra pontificio, termine decisamente desueto per definire la particolarissima missione. Prendersi cura della salute del pontefice. 
L’ESPERIENZA
Buzzonetti ha servito Paolo VI, Giovanni Paolo I, durante quei 33 giorni, poi Giovanni Paolo II e Papa Ratzinger, che naturalmente conosceva bene poiché lo aveva tra i sui pazienti già da cardinale. Fu Paolo VI che lo chiamò in curia, a fare da secondo all’archiatra titolare, rimanendo colpito dalla sua umanità e dal suo buon umore. Montini, nel testamento, gli lasciò una rosa d’oro e una struggente lettera come ringraziamento per averlo assistito a Castel Gandolfo, nella torrida estate del 1978. Buzzonetti ripeteva sempre che «assistere e accompagnare la morte di un uomo, fa sfiorare il mistero della vita. Naturalmente per il medico cristiano, spesso un Cireneo sconosciuto, affaticato, silenzioso, l’agonia di un uomo equivale all’icona del Signore».Era nato a Roma il 23 agosto 1924. Essere medico di un Papa non è un compito sempre facile perché comporta obblighi rigorosissimi che vanno ben oltre la privacy tra medico-paziente. Le porte dell’appartamento papale sono sempre aperte all’archiatra e, in caso di morte, spetta a lui decretare l’avvenuto decesso. Di Giovanni Paolo II ammirava il coraggio con il quale affrontò i giorni bui della malattia senza mostrare mai «scoramento davanti al dolore». Ci fu solo un momento di stupore raccontò Buzzonetti al Messaggero – subito dopo la tracheotomia nel marzo del 2005. Risvegliandosi dall’anestesia chiese una lavagnetta a suor Tobiana. Non poteva parlare. Scrisse con grafia incerta e in polacco: «Cosa mi avete fatto. Totus tuus». Il dolore fisico era molto intenso, ma era soprattutto dolore morale, era l’impotenza. Buzzonetti descrisse l’agonia di un uomo speciale. «Wojtyla non ha mai chiesto sedativi, non ha mai fatto uso di morfina ma di dolori forti, nella fase finale, non ne ha avuti tanti. Era soprattutto il male dell’uomo bloccato dalla fleboclisi, di colui che non si può muovere dal letto, che ha perso l’autonomia. Erano i giorni della grande impotenza. Non faceva più niente da solo».I primi soccorsi a Karol Wojtyla il 13 maggio 1981 in piazza san Pietro, quando l’attentatore Alì Agca sparò al pontefice, furono portati da Buzzonetti che fortunatamente si trovava all’interno del Vaticano e organizzò l’immediato trasbordo del ferito al Gemelli. Raramente Giovanni Paolo II toccava quell’argomento. «Lo sentii parlare dell’attentato solo una volta o due in tempi lontani. Una volta accennò al fatto che Alì Agca voleva sapere il contenuto del Terzo segreto di Fatima. Giovanni Paolo II non era una persona che si lasciava andare alle confidenze, era molto riservato. Io personalmente non gli ho mai chiesto nulla di quei giorni terribili». Eppure a Renato Buzzonetti restò sempre un dubbio relativo ad una fotografia scattata qualche tempo prima, in una parrocchia di Roma. «So che di Alì Agca esiste una fotografia che lo ritrae mescolato ai parrocchiani di una parrocchia che Giovanni Paolo II andò a visitare due settimane prima dell’attentato. Francamente non so che fine abbia fatto quella foto, ma so che esiste. Poi so per certo che Agca era presente in piazza san Pietro la settimana prima dell’attentato, di domenica. Quella domenica il Papa pronunciò un appello contro l’aborto, a favore della vita umana. Agca era tra le persone che sostavano sul sagrato, così mi disse una persona che poi lo riconobbe come l’uomo che quel giorno gli era di fianco e sparò». I funerali sono fissati per lunedì pomeriggio in una chiesa nel quartiere Prati, dove viveva con la moglie Drya. Per sua volontà ha voluto i funerali in parrocchia e non in Vaticano.