La Lettura, 22 gennaio 2017
Un profeta ci sorvola Ginsberg urla ancora
Allen Ginsberg è stato un poeta molto prolifico, a tratti addirittura torrenziale. Proprio per questo una parte considerevole della sua opera in versi non è entrata nei vari libri pubblicati in vita, a partire dal suo più celebre, Urlo, uscito nel 1956 nell’altrettanto leggendario City Lights Bookstore del compagno di strada Ferlinghetti. Pubblicate su qualche rivista, indirizzate ad amici e corrispondenti vari, scritte su commissione o semplicemente su foglietti volanti, le poesie disperse sono in realtà moltissime. Ginsberg aveva un’idea della poesia e, più ancora, del gesto poetico come qualcosa di assolutamente non esclusivo o elitario, bensì come una possibilità fraterna, intesa volta a volta ad accompagnare, illuminare, cantare, celebrare, mettere a fuoco la vita. La scintilla tra la realtà e le parole, il cortocircuito tra il verso e le particolari circostanze della vita del poeta poteva scattare in qualsiasi momento, senza alcuna ufficialità. E così, in effetti, è stato.
Di questa vasta parte della sua opera poetica non compresa nei libri canonici è uscita ora in edizione italiana una scelta rigorosa e ben costruita: Non finché vivo. Poesie inedite 1942-1996, a cura di Bill Morgan per il Saggiatore (la prefazione è di Rachel Zucker, la traduzione di Leopoldo Carra). La qualità forse più importante di questa antologia, a parte la presenza di alcune poesie che valgono il Ginsberg migliore, sta nel suo ordimento cronologico, che dai primi componimenti poetici arriva fino agli ultimissimi anni della vita del poeta. Di conseguenza, è possibile seguire come di scorcio gli svolgimenti dei suoi modi espressivi, dai componimenti rimati al verso libero (se non liberissimo), nonché, data la continua rispondenza tra la vita e la scrittura in versi, le circostanze, gli attaccamenti, le indignazioni, le amicizie, i luoghi. Si tratta, in sostanza, di una specie di compendio, di tutto Ginsberg in miniatura.
Riguardo a quest’ultimo punto, tornano con precisione le città più importanti della vita del poeta: New York, San Francisco, Parigi. Tornano i tanti viaggi on the road, i poeti amici, i maestri, le letture, gli incontri, gli spostamenti aerei, le camminate per la città, gli entusiasmi, gli amori, la conversione al buddhismo, le droghe, la solitudine, l’invecchiamento. E torna ovviamente la passione civile.
La prima poesia del libro riguarda non a caso un deputato repubblicano del New Jersey. Ginsberg aveva allora solo 16 anni, ma aveva già ben chiaro dove e a chi guardare. Poi sarà la volta di Nixon, della guerra, anzitutto quella del Vietnam («La guerra è magia nera»), della Cia, delle violenze della polizia («gli sbirri»), dei personaggi della cronaca politica, delle ingiustizie sociali, del dio denaro e di tant’altro. In un lungo componimento del 1965, Da New York a San Fra, una sorta di poemetto con vista aerea scritto tutto d’un fiato durante il volo di collegamento tra le due città, si può trovare al suo meglio il Ginsberg più corrispondente all’idea che un po’ tutti ne abbiamo: l’affabulatore inesauribile, il narratore inclusivo, appassionato e collerico, il poeta epico-lirico capace di alternare senza soluzione di continuità gli affondi più determinati verso il basso e, reciprocamente, le più spregiudicate e disancorate altezze spirituali.
Nel libro, tuttavia, è ben rappresentata anche una vena più occasionale, più esistenziale e privata, talora vicina all’epigramma o all’aforisma. Alcune delle poesie più riuscite si trovano appunto in questa zona, dove tante volte Ginsberg come guardandosi allo specchio appare insieme malinconico e autoironico, dolce e disincantato. Accanto al poeta della profezia e della visione, accanto al cantore con l’«occhio di Blake» e il verso lungo di Whitman o della Torah («Io sono Bardo alla mia natura senza nome come la stessa Vastità che guardo»), si trova anche il poeta che ripassa quasi con rassegnazione l’elenco infinito delle «cose da fare», che ironizza sulla propria figura e carriera, che si osserva dentro alla vita più quotidiana e ordinaria, che sente la cancellazione operata dal tempo («altri fantasmi tristi come noi passeranno», scrive parlando di sé e di Gregory Corso) o, ancora, che in una poesia Per gli scolari del New Jersey ammonisce: «Alba sono stato su tutta la notte rispondendo a lettere/ – Ora devo scrivere una poesia per 360 poeti in erba:/ Non diventate come me, non dormirete mai abbastanza!».
Si tratta del resto della stessa contraddizione che attraversa tutta l’opera di Ginsberg. La confidenza e la naturalezza con l’arte del verso, l’immediatezza anche cronachistica e perfino diaristica dell’occasione poetica, si accompagnano all’oltranzismo profetico e sacerdotale. Allo stesso modo, l’energia espressiva, il vigore ritmico e musicale, la vitalità della voce, la spinta stessa della lingua parlata, possono raggiungere un livello tale di sovraccarico da offuscare la stessa necessità di un pronto intervento poetico da cui pure i versi erano nati.
Non c’è che dire: se il fuoco della poesia è generato dalle contraddizioni, qui i versi continuano comunque a bruciare.