La Stampa, 22 gennaio 2017
Il chilometro lanciato uno sport da pionieri
Jack London non ne fece mai cenno. Lo scrittore dei cercatori d’oro, dei pionieri, dell’uomo che affrontava il grande Nord, lupi e orsi, non si annotò che d’inverno, lasciati i setacci nelle baracche, i cercatori tiravano fuori gli sci e si sfidavano in tornei che promettevano un monte premi di 600 dollari. In California, negli Anni 60 dell’800 uomini e donne piantati su sci da giganti, lunghi anche più di quattro metri, si buttavano giù da una collina, la Lexington Hill. Sci portati dai norvegesi. Di lì, anzi dall’impresa di una ragazza di nome Lottie Joy, ha inizio la storia del KL, del chilometro lanciato, oggi diventato sci di velocità.
La storia
La storia riscritta: non St. Moritz, ma la California. L’ha scoperto un americano che nel 1963 vinse il KL a Portillo, in Cile e poi sfidò i campioni a Cervinia, dove era emigrata la corsa più pazza sugli sci dalle nevi ricche di St. Moritz. L’americano è Dick Dorworth che sottolineò come il nome di Lottie Joy fosse «provocante» e aggiunse: «Si tratta di uno dei numerosi primati di velocità sugli sci». Tutto dimenticato, triturato dalla memoria. Ma Lorenzo Proverbio, giornalista e scrittore ha ripescato la storia e ha scavato ancora, trovando ritagli di giornale dell’epoca. Ha riscritto l’incipit della storia in un volume ricco di testimonianze e di fotografie dal titolo: «Kilometro lanciato- Storie oltre il limite», edizioni Effedì, tra Torino e Vercelli. Proverbio ha avuto il sostegno di Cervinia e soprattutto di Mario Cravetto, già patron delle funivie del Cervino, custode di storia e mistero (si direbbe) del KL. Il secondo volume uscirà in autunno, dopo la conclusione della stagione 2017 dello sci di velocità.
La storia americana dell’Ottocento incrocia le vite dei pionieri, di un mondo di avventura e pericolo. Le corse erano folli dalla collina di Lexington: partivano tutti insieme al suono di un gong. Le cronache dell’epoca riportavano incidenti anche molto gravi. Quella del KL trasferito sulle Alpi incrocia le pepite derivate dallo sci di massa, in due grandi stazioni, come la svizzera St. Moritz e la valdostana Cervinia. La storia fino a Proverbio indica come primo uomo jet Leo Gasperl, l’austriaco di Kitzbuehel che nel 1932 toccò la velocità di 136,600. Eppure Proverbio ci ricorda che in quell’800 californiano c’era già chi fece meglio, un certo Tommy Todd raggiunse i 141,001. La provocante Lottie Joy si era fermata a 79,003.
Nuova strada
Ma il KL prende una nuova strada dagli Anni 30. Gasperl si butta nelle discese con gli sci che hanno maniglie per le mani davanti agli attacchi. Non solo, ma sperimenta perfino il pallone aerodinamico del conte Spiegel, un’ala rigida che spunta sulla schiena. Gasperl si trasferisce a Cervinia e il KL, su quel ripido pendio di ghiacciaio tra i 3500 e i 3800 metri in faccia al Cervino, diventa fra le gare più seguite al mondo. E la sua storia incrocia la singolare sfida degli italiani venuti dalle risaie: Alessandro Casse, Agostino De Zordo e Umberto Giardini, che abitarono a Vercelli.
Il KL ammaliò gli americani, attirò i giapponesi. Sfide che proseguirono per tutti gli Anni 70 ed entrarono di diritto nell’epica dello sci, continuando le imprese di Gasperl e di Zeno Colò. Anno dopo anno si arrivò a sognare i 200 chilometri l’ora, un traguardo che sembrava impossibile. Tutto cominciò con sci pesantissimi e lunghi quattro metri, poi si proseguì impiegando gli sci da salto, quelli larghi e con cinque scanalature nella soletta, fino ai test della galleria del vento, ai caschi integrali, alle tute con gli alettoni.
Il KL sopravvive a se stesso. E ora Proverbio ipotizza perfino un’associazione che «sappia ordinarne la storia, che sia memoria di una disciplina affascinante, di un’epoca forse irripetibile».