il Fatto Quotidiano, 22 gennaio 2017
Enrico Montesano: «Sono il comico di mezzo. Generazione difficile la mia tra Gassman e Troisi»
Forse l’età della commessa, forse la distrazione: “La settimana scorsa sono entrato in un negozio e non mi hanno riconosciuto. Ho pagato e sono uscito leggero e felice. Con il tempo che passa, sto tornando a essere soltanto Enrico, uno qualunque, quello di ieri”. Il ragazzo che era cresciuto con Bianca Castagnetti, la nonna paterna dedita prima al set: “Era Matilde Cefalù in Divorzio all’Italiana di Germi, un’unghia di Oscar lo vinse anche lei” e poi supplente nella vita vera: “Mia madre Iolanda si ammalò nel ‘53. Un tumore al seno. Le cure erano difficili e papà, che per aiutarla si era indebitato in ogni modo, portò me e mio fratello da sua madre. La mia se ne andò che avevo 8 anni. Un trauma che mi ha segnato. Da piccolo, in collegio, mi ero scoperto buffone per difendermi”.
Faceva il buffone?
Per strappare una risata, avere un po’ di calore ed essere accettato dagli altri. Li facevo ridere e compensavo malinconia e solitudine. Sono diventato comico per disperazione, ma non sono comico io. Non sono buffo. Benigni è buffo.
Al Puff di Lando Fiorini, nel ‘67, a essere buffi provavate.
Aveva due fratelli, Lando. Uno lavorava ai mercati generali, l’altro aveva un’impresa che ripuliva appartamenti. Lo prendevamo in giro: ‘A Lando, facce capì, li ripulisce in che senso?’. Lo provocavamo: ‘Perché nun s’aprimo una pizzeria?’. Ma lui no. Diceva: ‘Voglio aprire un cabaret’. E un cabaret aprì. Il Puff è ancora lì. E se una cosa resiste 50 anni significa che vale.
Quando lei emigrò al Bagaglino – racconta Lino Banfi – Fiorini non la prese bene: “Ti sostituisco con il primo stronzo che incontro”. Lo stronzo, va da sé, era Banfi medesimo.
Credo che Lino l’abbia un po’ romanzata. Il Bagaglino per noi del cabaret equivaleva alla Juventus, mi lasciai convincere. Poi al Puff, con Homo Cras, tornai in un secondo momento.
Sperimentavate?
Intorno al gruppo gravitava Emy Eco, la sorella di Umberto: ‘Di’ a tuo fratello che ci regali uno scarto’ le dicevamo. Un giorno incredibilmente ci portò un testo che Eco aveva scritto per noi. Lo mettemmo in scena senza fiatare, ma non è che il pubblico ridesse poi molto. Erano abituati alle scenette, alle barzellette sceneggiate, all’umorismo immediato.
Tra la fine dei ‘60 e l’inizio dei ‘70 lei incontrò sia Gabriella Ferri che Alighiero Noschese. Due parabole unite dal finale tragico.
Gabriella era intelligente, sensibile e sofferente. Le volevo veramente bene e fui l’ultimo a invitarla in tv. Era emozionata. Aveva le scarpe nuove, era stata dal parrucchiere. Ho voluto molto bene anche a Noschese. Era paziente e paterno. Tollerava le insicurezze e le reazioni rabbiose di un 25enne con la paura di non farcela. Con lui girai 7 film. Me lo ricordo ancora a Terracina, in un alberghetto, circondato da buste e lettere a pochi giorni dal Natale sotto una luce fioca: ‘Alighiero, noi andiamo a mangiare, vieni?’. ‘Preferisco rimanere qui, devo scrivere gli auguri’. Morì d’inverno, nel 1979, togliendosi la vita a Villa Stuart, nella tipica ingratitudine del nostro ambiente.
Insieme vi fece lavorare Dino De Laurentiis.
Quando mi mise sotto contratto mi riconobbe una cifra da sogno: ‘Dove si firma? – dissi – va bene anche l’elenco del telefono’. Dino mi aveva adottato. Ero un ragazzo. Entravo e uscivo dal suo ufficio. Aprivo il rubinetto e forse un po’ ingenuamente gli raccontavo tutto. Dino era fascino puro. Conosceva il senso dello spettacolo: ‘Dobbiamo far ridere – diceva – ma anche emozionare. Mettiamoci un bell’inseguimento qui’. Ed era tutto un fiorire di macchine lanciate nei canali, sirene e prodezze degli stuntman.
Lei ha conosciuto anche Monicelli.
Un altro che per mettere fine alle sofferenze dalla vita si è strappato con coraggio e dico coraggio, perché a fare quello che ha fatto Mario ci vuole fegato. Ma non lo giudico. Posso capirlo. Alla fine rimaniamo soli. Come dice Cioran, solo i vermi non hanno mai pensato alla corda, al veleno o alla pallottola. Non mi vorrei dare arie da intellettuale però, io sono un grande ignorante. Ho letto solo qualche libro.
Monicelli la chiamò per Camera d’albergo e poi per I Picari con Gassman, Giannini e Manfredi.
Con I Picari sfiorammo un bel film restando a metà del guado. Mario ero cinico, ironico, acuto e non disdegnava la cattiveria. C’era questo galeone spagnolo ancorato a Tindari e la troupe piegata dal Maestrale e dai movimenti del mare. Monicelli restava dritto a osservarli con il bastone in mano: ‘Dalla barca scende la costumista, guarda come vomita. Stanno tutti male, ma io niente, io sto benissimo’. Non sentiva mai freddo: ‘Il vento intosta – diceva – fa bene’.
Le manca quell’epoca?
I cortili dei lotti in cui se ti mancava una melanzana rimediava quella del piano di sotto e le osterie romane ancora senza acca in cui andava mio nonno Giovanni, erano cose belle. Mi mancano. Mi manca contare gli spettatori nel teatrino di via dei Salumi, accorgermi che sono venute 30 persone in più ed emozionarmi. ‘Fratelli, compagni, anzi fratagni’, dicevo imitando Paolo VI affacciato in Piazza San Pietro.
Con Il Marchese del Grillo lei su un palco si emoziona ancora?
Mi sono preso la seconda broncotracheite in 15 giorni. Sudo, mi cambio, corro in scena, prendo freddo, non mi risparmio. Il teatro è fatica. Se è fatto bene, con sentimento, energia e voglia, il teatro lo paghi. Però c’è uno scopo. Una passione. Magari fatico con la gente, io. Ma il pubblico lo adoro.
È cambiato?
L’altra sera si sono spente le luci e tre quarti della platea era illuminata da telefonini e schermi che sembravano fuochi fatui. Come diceva il grande Altan: ‘Ogni telefonino possiede un italiano’. Mi è sempre piaciuta la capacità di sintesi dei vignettisti, così come ho amato Totò, Chaplin e Buster Keaton.
Kezich la paragonò proprio a Keaton, Mario Camerini invece diceva che lei doveva recitare perché aveva una luce (“le candeline”) negli occhi.
‘Mario, che cosa devo fare?’, chiedevo. ‘Niente, vai bene così al naturale’. Per noi che scuole non ne avevamo fatte, una settimana con un regista come Camerini valeva un biennio al Centro Sperimentale.
Registi ne ha incontrati tanti.
Samperi era sempre in ritardo. Arrivava a mezzogiorno, quando venivo convocato alle 9. Un giorno lo fermo: ‘Salvatò, ma allora posso venì a mezzogiorno pure io?’. In generale andavo d’accordo anche con quelli con cui non lavoravo. Fellini lo incontravo in via Margutta con il suo sciarpone arrotolato: ‘Come sta maestro?’, ‘Eh insomma, fa freschetto oggi’, e poi lo ritrovavo spesso in camerino. Mi veniva a trovare nell’intervallo e si tratteneva a parlare ben oltre il previsto inizio del secondo tempo. Ci guardavamo imbarazzati con Garinei pensando alla gente in platea, ma Fellini come lo fermavi?
Attori memorabili?
Monica Vitti. Avrei dovuto darle uno schiaffo per esigenze di scena. In prova tutto bene, poi giriamo. O lei mi venne incontro troppo velocemente o io caricai lo schiaffo senza modulare la forza, fatto sta che uscì fuori una vera sberla. Monicelli esultò: ‘Schiaffo perfetto’. Io, mortificato, mi scusai in ogni modo, lei era sconvolta. Il colpo l’aveva preso.
Con chi le sarebbe piaciuto lavorare?
Con Ettore Scola. Ci incontravamo ai funerali senza riuscire a reprimere la tentazione di ridere, non per cattiveria, ma perché ai funerali, per la situazione, è difficile non ridere. A Scola dicevo: ‘Prendimi per un film, sono il comico di mezzo’. A lui la definizione piaceva. Capiva cosa volevo dire. Per noi comici nati a cavallo tra i Gassman e i Troisi era oggettivamente durissima.
E con chi altri poi?
Con l’eleganza e l’educazione di Mauro Bolognini che mi spiegava come cucinare la polentina al forno o di Giuseppe Patroni Griffi che da vecchio aristocratico napoletano si lamentava delle cocce di arance per strada e della sporcizia di Roma. O ancora con la semplicità di Gigi Magni a cui potevi suonare a qualsiasi ora per sentirne la voce: ‘Aspetta, mò scenno’, e poi vederlo uscire con il loden dal portone pronto per una passeggiata tra le vie del centro. Adorabile, ironico e imperscrutabile era anche Nanni Loy. Lo incontravi e sembrava mesto: ‘Sai com’è, ho appena pagato le tasse’. Lo incontravi il giorno dopo, aveva l’aria mogia e ti spiazzava: ‘Oggi sono allegro e sto proprio benissimo’. Mi offrì il ruolo di Giannini in Mi manda Picone, ma lo rifiutai.
Perché?
Fu colpa di Nanni. Me lo raccontò malissimo perché Nanni aveva tante doti, ma era un pessimo raccontatore di trame.
Cos’altro non ha capito in questi anni?
All’inizio non capivo Garinei. Avevamo fatto sempre l’esaurito, ma i conti non sorridevano: ‘E tu mi dici che con tutti questi soldi che abbiamo incassato, non abbiamo guadagnato niente? Bisognerà pure guadagnare qualcosa’. ‘Io non faccio il teatro per guadagnare, voglio fare le cose belle, quelle che mi divertono. Poi, eventualmente, guadagnare’, mi rispose. Rimasi a bocca aperta. Mi sembrò un matto. Non lo capii. Oggi lo stimo moltissimo.
Gli agenti lei li chiamava i “prendenti”. “Mi hanno venduto male”, disse.
Sono commercianti dello spettacolo, hanno una visione lontana da quella dell’artista e ogni tanto ti danno cattivi consigli. Ho detto sì a film che avrei fatto meglio a non fare, ma quando è accaduto è stato soprattutto per colpa mia. A un certo punto mi sono fermato e non li ho più fatti.
Ed è per questo che fa pochissimo cinema?
Se non fai un certo tipo di film, un po’ ti allontani e un po’ ti allontanano. I cinepanettoni ad esempio io non li ho mai interpretati.
Come sono i rapporti tra lei e De Laurentiis?
L’ho incontrato di sfuggita tempo fa: ‘Allora Aurè, lo facciamo ‘sto film?’, ‘Ma ormai il cinema non si fa più’, mi ha risposto. Ormai fa il presidente del Napoli. È strano, ho avuto rapporti straordinari con i patriarchi e rapporti quasi inesistenti con le nuove leve. Con Aurelio, il figlio di Luigi, ma anche con gli eredi di Fulvio Lucisano: ‘Sai, noi facciamo film per i giovani’, mi disse una delle figlie. ‘Va bene, è giusto’, pensai. Va a finire che torno dietro la macchina da presa prendendo spunto da un mio romanzo, Un alibi di scorta. Avevo girato un solo film, nel 1985 ed ero stato premiato con il David. Mi è venuta voglia di riprovarci.
A ben vedere lei ha lavorato molto con Steno e assai meno con Carlo ed Enrico Vanzina. Come mai?
Bisognerebbe chiederlo a loro. Steno era un umorista nato. Coglieva l’essenza. Giravamo Febbre da Cavallo a Tor di Valle. Non aveva voglia di andarci e così l’aveva ribattezzata Tor di Palle. Mi ha sempre aiutato e gli ero molto affezionato, così come ero affezionato a Luigi De Laurentiis. Le discussioni con il figlio erano uno spettacolo, la scuola severa, la dialettica aperta. Aurelio proponeva soluzioni per vestire il Leroy di Qua la mano: ‘Se facciamo ironia sul papa, il film non lo fanno uscire proprio’.
Montesano, con Verdone ha fatto pace? A La Zanzara disse che dopo gli incassi record de I due carabinieri, per una questione di scene tagliate, non vi eravate più parlati per anni.
Non abbiamo mai litigato. Col tempo ho capito che lui non c’entrava niente e non aveva colpe. Carlo è un grande autore e una persona straordinaria. Lo ammiro e mi piacerebbe tornare a lavorare con lui. Se mi chiama, vado pure a piedi.
Una sua intervista ad Anna Maria Mori nell’85. “Sono passato alla regia per sentirmi più libero, ma anche per darmi una regolata. Stavo per diventare un divo capriccioso”.
Non mi sono mai considerato un divo e men che mai capriccioso. Pignolo sì e quello in un Paese di cialtroni è considerato un difetto. Diventi un rompicoglioni, come direbbe Onofrio del Grillo.
Montesano l’antipatico?
A qualcuno lo sono stato e a qualcun altro sto proprio sulle balle, ma capita a tutti gli uomini. Se hanno parlato male di me lo hanno fatto alle mie spalle: è più comodo ed è più umano. Per questo avrei voluto come fratello maggiore Paolo Villaggio. Un genio che le cattiverie te le diceva sul muso.
Al muro vedo una sua tessera del Psi, anno 1976 e una foto con Pietro Nenni. Nel 1994 fu eletto a Bruxelles con il Pds. Pentito dell’esperienza politica?
Avrebbero dovuto mettermi la camicia di forza, ma non lo fecero. Mi ricordo Boniperti che palleggiava con le 100 lire in aeroporto e poi con un ultimo colpo le impennava e le faceva ricadere nel taschino. Bruxelles era un bluff. Entrai con Tajani che 23 anni dopo si ritrova presidente. Se avessi aspettato, forse… (ride).
Ad Alessandro Ferrucci, Pingitore giurò che il peggior nemico di Montesano fosse proprio Montesano stesso. “Non è mai contento, si lamenta sempre”.
Ha ragione ed è una descrizione perfetta. Ma parla di quando ero ragazzo. Sono peccati veniali, ormai sono entrato nella terza età. Non me la prendo più, neanche quando mi accorgo di essere regolarmente saccheggiato senza che abbiano neanche la grazia di citare la fonte.
“A Kennedy hanno sparato con un fucile a pompa, Clinton è stato eliminato da un pompino a salve”. Ridirebbe una battuta come quella del 2003 a Sanremo.
Perché no? Dubito che me la farebbero dire però. Mi piacciono i comici di Comedy Central. Sono scorretti. Saverio Raimondo, il sosia di Di Maio, il Di Maio dei poveri o dei ricchi, ad esempio è molto bravo.
Va volentieri in tv?
Se mi chiamano in tv come ospite magari accetto, vado e rispondo alle domande. Ma poi mi guardo intorno un po’ spaesato, non riconosco nessuno e mi dico: ‘Ma chi sono questi? Che stanno a ‘ffa? Che vonno esattamente?’ L’altro giorno mi raccontavano della fidanzata di Fedez: ‘Ma come non conosci Chiara Ferragni?’. Non avevo idea di chi fosse.
Si sente sottoutilizzato?
Come tutte le persone geniali. Lei che dice: l’ironia si capirà o no?