Il Messaggero, 22 gennaio 2017
«Basta essere bambini per capire l’arte». Intervista a Giuseppe Penone
«Per apprezzare l’arte contemporanea bisogna essere un po’ stupidi». Stupidi? «Sì, stupidi, avere la capacità di stupirsi. Come i bambini. O i viaggiatori. Vale per le opere, ma vale soprattutto per la vita: dovremmo tutti ripensare la realtà attraverso lo stupore». Giuseppe Penone è uno dei più grandi maestri del nostro tempo, interprete dell’Arte povera, e poi di molto altro, sguardo critico sui nostri tempi, voce mai stereotipata, testimone di una creatività e di un’esistenza, in contrasto con le convezioni. E ora protagonista di un vero e proprio omaggio romano: giovedì e venerdì s’inaugurano due sue prestigiose mostre, al Palazzo della Civiltà italiana, dove, per l’avvio della settimana della moda, Fendi espone capolavori che raccontano il percorso del suo linguaggio, e alla galleria Gagosian di via Crispi dove verranno proposti lavori inediti, legati all’evoluzione della sua ricerca in questi ultimi mesi. Un tributo dovuto, a un artista rappresentato in tutti i grandi musei del mondo, che culminerà con l’atto simbolico di piantare un suo albero-scultura proprio a Largo Goldoni, davanti la boutique della griffe.
Roma barocca, arte povera: un contrasto che ha indirizzato la scelta di che cosa esporre?
«No, direi che sono semplicemente sbarcato. Al Palazzo della Civiltà italiana lo stimolo è stato quello di inserire elementi reali all’interno di una scenografia preesistente. La bellezza di quell’edificio è la sua falsità. E in quel contesto retorico ho avviato un dialogo con la materia. Le mie opere non nascono mai da un’idea che viene da fuori, ma è il lavoro che viene rappresentato attraverso l’opera. Mucchi di foglie e legni: è il reale che si specchia nella monumentalità. I vostri pini marittimi sono enormi, eppure non sono monumenti, ma vita».
E alla galleria Gagosian?
«Per Fendi, insieme con il curatore Massimiliano Gioni, abbiamo fatto un percorso di opere già esistenti, con l’aggiunta di due lavori che non erano mai stati esposti: uno, lungo 25 metri, s’intitola Matrice ed è un tronco di pino, svuotato seguendo un suo anno di crescita, e l’altro, Indistinti confini, è una scultura di marmo e bronzo. All’esterno, invece, un abete di acciaio alto 22 metri. La mostra alla Galleria Gagosian, invece, è stata l’occasione per completare la mia ricerca di questi ultimi tempi. Legata al rapporto che abbiamo con il reale. Quando tocchiamo qualcosa, una superficie, lasciamo una traccia. Il rame e l’ottone, si corrodono al contatto. E questa corruzione genera colori e forme. Una mano che si adagia sul bracciolo di una poltrona, muta la sua forma, diventa essa stessa scultura. Una lettura tattile della realtà».
L’arte povera oggi: dopo più di cinquant’anni, che strade ha preso?
«Già allora eravamo vari artisti con pensieri individuali. L’eccezionalità e la ricchezza di quel fenomeno, che non fu mai un vero e proprio movimento, erano dovute a una produzione non omogenea e molto varia. L’affinità stava nel tentativo di svincolare l’arte da un eccesso di specificità del linguaggio e riagganciarla a un rapporto con il pubblico. Proponendo un’analisi della società che si poneva in contrasto con le convenzioni. Nell’arte prodotta oggi faccio fatica a individuare riflessioni sul linguaggio che l’arte produce. Mi sembra un periodo in cui si fa riferimento a pensieri preesistenti. Un’epoca di sequel».
Eppure sono molte le suggestioni che il vostro gruppo creativo ha trasmesso in altri settori dell’arte o dello spettacolo.
«Più che di eredità, parlerei di necessità. Mi è capitato di leggere anni fa I racconti di Kolyma di Varlam Salamov, sulla vita nei lager nel Sessanta: la scrittura, asciutta, rifletteva la perdita totale della libertà. In quegli stessi anni, in Europa, in Occidente, gli artisti in assoluta libertà avevano ridotto al minimo le possibilità di espressione. Questo per dire che in certi periodi storici c’è bisogno di ridefinire i confini per poi ripartire. Senza libertà e con eccesso di libertà, la cultura ha intrapreso un cammino comune».
Un tempo gli artisti parlavano alle folle, dalle chiese, dagli edifici comunali. Oggi a chi si rivolgono?
«Secoli fa l’arte aveva una funzione mediatica, quella di trasmettere vicende religiose o di potere. Fortunatamente si è liberata da questa schiavitù e ha cominciato a parlare di se stessa. Fino, forse, ad arrivare a uno scollamento dal pubblico. Ed è proprio per questo che nel Sessanta è cominciato un altro tipo di discorso».
Fendi, Gagosian, nuovi mecenati, collezionisti: in che modo i privati sono necessari per la sopravvivenza e la rigenerazione del nostro patrimonio?
«Le nostre istituzioni pubbliche culturali oggi non hanno risorse competitive. Anche se musei e teatri rappresentano la memoria e il sentimento di un Paese. Io non demonizzo il mercato e credo che il mecenatismo sia necessario. Ma lo Stato non può rinunciare al suo ruolo».
A proposito di musei, nel nuovo assetto della Gnam, una sua opera è stata sistemata accanto all’Ercole di Canova: come funziona questa convivenza?
«Penso che sia stato privilegiato un percorso emotivo. Interessante, basta che non si perda di vista il ruolo didattico che deve avere un museo. E comunque con Canova mi ci trovo benissimo».
Ci farebbe da guida? Ci presta il suo sguardo?
«Non lo consiglio. Guardare una mostra o un museo con un artista porta fuori strada. Cominciamo da giovani a formarci convenzioni. E lo sguardo è il frutto di proprie convenzioni. Meglio lo stupore e la stupidità».
Arte povera e arte in tempi poverissimi: dal forum economico di Davos, viene fuori un quadro terrificante della miseria nel mondo. La cultura ha ancora un ruolo di denuncia?
«Posso raccontare questo. Tre anni fa ho fatto una mostra nei giardini di Versailles. Le mie opere, prodotto di un’economia infinitesimale, hanno aperto un dialogo con una delle regge più sfarzose al momento. E riuscivano a competere. Non so se questo rappresenti l’inizio di un’evoluzione o di una catastrofe».