Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Un altro presunto amico del padrino di Cosa Nostra arrestato l’altro mattina è finito in carcere: Vincenzo Giuseppe Di Bella, 40 anni, operaio forestale di Montelepre. Le forze dell’ordine l’avevano visto con la telecamera arrivare sulla strada di Giardinello, fino alla villa dove poi è stato preso il boss Lo Piccolo. Ha chiacchierato col padrone di casa, Filippo Piffero (finito dentro anche lui), e poi se n’è andato. Il magistrato pensa che fosse stato incaricato di sorvegliare la zona. Piero Grasso, il procuratore antimafia, ha chiacchierato anche ieri con i giornalisti e ha ribadito che, a questo punto, la cupola mafiosa è stata azzerata.
• Cioè, la mafia è stata sconfitta?
Non proprio. La mafia è stata decapitata. Però è stata decapitata per l’ennesima volta: dopo l’arresto di Totò Riina, s’era messo a comandare Bernardo Provenzano, dopo l’arresto di Bernardo Provenzano ha preso a dar ordini questo Lo Piccolo. Ho l’impressione che si sia trattato di una progressiva perdita di qualità: Riina ha una personalità gigantesca, lo ricordiamo al processo, quando pronunciò dinanzi ai giudici, e profittando della tv, un discorso di enorme effetto, rivolto sostanzialmente ai suoi. stato l’ultimo capo vero, dato che è stato l’ultimo scelto dagli stessi mafiosi. Provenzano prima e questo Lo Piccolo poi si sono fatti capi da sé, per mancanza di alternative e quasi naturalmente. Anche se Provenzano aveva grandi capacità di mediazione (non dava mai completamente torto o ragione a nessuno) e aveva, o ha, una sua dimensione letteraria che lo rendeva interessante, il sorriso di quando l’hanno preso, la miseria nella quale si conduceva, la mania della Bibbia, i pizzini. Roba buona per alimentar leggende.
• E questo preso l’altro giorno?
Questo qui, Salvatore Lo Piccolo, detto «Totuccio», 65 anni, pieno zeppo di rolex, esibizionista, spaccone, è un’altra cosa ancora. La scena del figlio che gli grida «Papà, ti amo» e lo segue da nove anni come un cagnolino fedele è imbarazzante. Lo Piccolo-padre era ricercato da 25 anni. Questo sarebbe un altro problema ancora, perché, onestamente, io non mi so spiegare il fatto che qualcuno, continuando ad abitare in loco, possa sul serio restare latitante per un quarto di secolo.
• Mafia decapitata significa mafia sconfitta?
No, mafia decapitata significa mafia per ora senza capi e alla ricerca di una sistemazione, di un riequilibrio interno. Potrebbero tornare a Palermo i cosiddetti «americani», mafiosi sconfitti in una guerra di una ventina d’anni fa che s’erano rifugiati negli Stati Uniti. Si tratta soprattutto dell’ultima generazione degli Inzerillo, che si sono incrociati nel frattempo con i Gambino e con gli Spatola. Lo Piccolo – intelligentemente – li aveva ricontattati attraverso un altro suo figlio, Claudio, che ha fatto in questi anni la spola tra Palermo e New York. Si dice adesso che Palermo sia divisa in otto mandamenti, che ciascun mandamento abbia un capo talvolta giovanissimo (come Gianni Nicchi, di Pagliarelli, che ha solo 26 anni), che tra questi mandamenti ciascuno con famiglie e sottofamiglie sue potrebbe scoppiare una guerra. Gli “americani” forse arriveranno lo stesso. Potrebbero restituire alle famiglie siciliane il respiro internazionale che la mafia ha perso.. Il nuovo capo, al posto di lo Piccolo, potrebbe essere Matteo Messina Denaro, anche se è trapanese e non palermitano.
• Ma allora anche questa cattura è stata inutile, morto un papa se ne fa un altro.
No, inutile no, e anzi forse in questo momento la mafia è davvero allo sbando. Però ha ancora al suo servizio 5.700 uomini e dovrebbe fatturare – con pizzi, estorsioni e appalti – un 25-30 miliardi l’anno. Lo Piccolo, che è molto diverso da Provenzano, si pagava uno stipendio di 40 mila euro sottratti al suo incasso mensile di tre milioni di euro, con cui pagava i suoi uomini (l’ultimo picciotto piglia mille euro al mese ed è autorizzato ad arrotondare con qualche iniziativa individuale, senza esagerare) e contribuiva al sostentamento dei carcerati e delle loro famiglie. Detto questo, è vero che la mafia, delle nostre organizzazioni criminali, è quella più in crisi, fattura meno di camorra e ’ndrangheta e le sta sotto, in termini di ricavi, solo la Sacra Corona Unita pugliese.
• Parla di queste organizzazioni come se fossero imprese.
In un certo senso lo sono e infatti i soldi che smuovono contribuiscono a determinare il nostro Pil. Un’indagine della Confcommercio resa nota solo pochi giorni fa mostra che il crimine organizzato italiano (’ndrangheta + camorra + mafia + sacra corona) è la prima industria del Paese con 90,5 miliardi di fatturato. L’Eni, che viene subito dopo, ne fattura 86, la Fiat 52, la Telecom 38,5. Questi essendo i numeri, parlare di sconfitta mi pare azzardato. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 6/11/2007]
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