Alberto Stabile, la Repubblica 7/11/2007, pagina 40., 7 novembre 2007
Burgata (Bassa Galilea). Come un Re-pastore disceso dal mare di sabbia dell´antica Hijaz, Shehade Abu Arar siede nella sua reggia precaria circondato da otto mogli, 67 figli e 32 nipoti, tutti affannosamente impegnati a far girare la ruota di quest´inesauribile e dispendiosa macchina della fertilità
Burgata (Bassa Galilea). Come un Re-pastore disceso dal mare di sabbia dell´antica Hijaz, Shehade Abu Arar siede nella sua reggia precaria circondato da otto mogli, 67 figli e 32 nipoti, tutti affannosamente impegnati a far girare la ruota di quest´inesauribile e dispendiosa macchina della fertilità. Con qualche successo, va aggiunto, se è vero che a 58 anni compiuti, Shehade pensa d´arricchire ulteriormente la sua già complessa vita coniugale con una nuova moglie, la numero 9, ed altri figli che lo porteranno a superare il record, già suo, della paternità di un singolo individuo in Israele. E, anche, con una coda polemica: la sua famiglia da record è stata paragonata a un missile da un prestigioso giornale ebraico newyorchese, Forward, che ne ha fatto il simbolo della "bomba demografica" che minaccerebbe Israele. Se tutti gli arabi israeliani facessero come Shehade, è la tesi, presto gli ebrei diventerebbero una minoranza nel loro stesso Stato. Burgata non è neanche un villaggio. un puntino in quella regione centrale chiamata in ebraico Sharon, la biblica Sarona, in cui s´incrociano strade, viadotti, etnie, tradizioni, civiltà. In un largo pianoro chiuso tra la strada n° 6 che sale verso la Galilea e la Costiera che scende verso Tel Aviv, ecco il regno di Shehade, pastore, agricoltore, mercante, insomma beduino (letteralmente uomo della badiya, cioè del deserto) viaggiatore itinerante di terre che la Storia ha costretto a risiedere stabilmente in questo luogo. «Attenzione - avverte un cartello piantato all´angolo della mulattiera che conduce alla sua casa - da qui passa l´acquedotto nazionale. severamente vietato scavare, costruire, piantare alberi, gettare rifiuti». Ma basta un´occhiata in giro per stabilire che tutto quello che è vietato fare è stato in un modo o nell´altro già fatto. A cominciare dalla discarica maleodorante cresciuta ai lati della strada. Avvolto nella sua veste bianca stretta in vita da un cinturone nero, che un tempo avrebbe bloccato il fodero di uno scintillante pugnale a mezza luna ed oggi serve solo a contenere una leggera pinguedine, Shehade si erge al centro del cortile che, si capisce subito, è il cuore del suo piccolo regno. Attorno al padre, appena ritornato da un lungo viaggio a Bersheeva, 200 chilometri più a sud, nel Negev, saltellano scalzi i più piccoli. Uno si sforza di far andare una girandola correndo all´impazzata nella mattinata senza vento, finché non cade e scoppia in lacrime. Un altro tiene un cagnolino al guinzaglio. Un terzo si contende con un quarto una pallone sgonfiato. Questi sono gli ultimi arrivati, non ancora in età scolare. Perché da qui, ogni mattina passa un autobus dei servizi sociali a raccogliere una trentina dei figli di Shehade per distribuirli nelle varie scuole della zona. Scure figure femminili, nei tradizionali abiti beduini ricamati con colori vivaci, i capelli nascosti da un velo, se ne stanno a rispettosa distanza. «Mi sono sposato la prima volta nel 1967 - racconta Shehade, senza rimpianti per il tempo passato -. Con le mie prime due mogli ho avuto 31 figli. Il più grande ha adesso 39 anni ed è a sua volta padre di cinque figli. E tutti vivono con me. La nostra è una famiglia unita». Nonostante il filo di baffi sia ormai spruzzato di sale, Shehade ci tiene a sottolineare la propria vitalità. La mia prima moglie ha la mia stessa età ed oggi quasi non passo più tempo con lei. I figli che ho avuto con lei sono ormai grandi, così preferisco lasciarla in pace. Ho mogli più giovani con cui passare il mio tempo. Decido la sera con quale delle mogli dormirò. Ogni sera una moglie diversa», sorride ammiccante. Dare e ricevere amore, prendersi cura dei figli: è la regola ferrea cui queste donne devono sottostare. «Mi sento un vero effendi nella mia casa», dice Shehade evocando la figura del padrone nella Palestina rurale. Ma anche lui, precisa, ha le sue regole da rispettare. Primo: nessuna disparità di trattamento tra le mogli, ma uguale rispetto per tutte e mezzi equamente ripartiti: «Loro stanno a casa a prendersi cura dei figli, io ho il mio business con cui faccio in modo che tutti abbiano da mangiare e da bere. molto difficile, ma grazie a dio i miei ragazzi danno una mano e possiamo vivere in maniera decente». Quella degli Abu Arar non è soltanto una casa. Innanzitutto, è un condominio destinato ai diversi nuclei del clan. La facciata è su quattro piani, sorretti da quattro arcate in mezzo alle quali si aprono quattro porte che immettono negli appartamenti delle prime quattro mogli. Così anche sul retro, per le altre quattro. Ma poiché tra i figli maschi ve ne sono anche di sposati, ecco che anche quelli che hanno messo su famiglia hanno nello stesso edificio le loro abitazioni, ai piani superiori. In secondo luogo, la casa degli Abu Arar è anche un´azienda in cui si coltivano fiori e si allevano animali. Il terreno circostante è ben arato. Le serre sono ordinate. Sotto un´ampia tettoia sonnecchiano distesi sul fianco, o ruminano instabili sulle loro lunghe gambe, decine di cammelli. «Sono il primo allevatore di cammelli d´Israele», dice compiaciuto Shehade. Ma ci sono anche le pecore da lana, i bulldozer gialli con cui partecipa a piccole gare d´appalto e una decina di macchine sulle quali correre da un angolo all´altro del paese inseguendo il business. «Grazie a Dio, siamo autosufficienti». Una delle ragazze in età da marito, che non va più a scuola, gli porta l´ultimo nato, di appena un anno. Il padre lo prende fra le braccia e lo coccola. «Shabab! Shabab!», dice affettuoso. Ragazzo mio, ragazzo mio. Shehade giura di ricordare tutti i nomi dei figli. Questo è il sesto o settimo Ahmed. E annuncia che un altro sta per nascere in clinica dall´ultima moglie, una giovane di 23 anni originaria di Jenin (nella Cisgiordania occupata), mentre un´altra giovane moglie è in attesa. Il suo cruccio è che il ministero dell´Interno israeliano gli ha riconosciuto soltanto la paternità di 53 figli. Gli altri, essendo considerati palestinesi perché nati da madri provenienti dai Territori, non hanno possibilità di godere delle norme sulla riunificazione delle famiglie, che da alcuni anni non vengono più applicate per motivi politici. Ma di fermarsi, Shehade non ha alcuna intenzione. «Sono felice di aver avuto tanti figli. Ho fatto la volontà del Signore». La poligamia non lo fa sentire a disagio nei confronti della società israeliana, prolifera ma strettamente monogama. « la nostra tradizione, che lo Stato ha accettato. E poi - ride - quante moglie aveva re Salomone? Mille, ne aveva, mille». Perciò, nel suo piccolo, lui si sente pronto per la moglie numero 9 e, a sentir lui, sta già allestendo i preparativi. «Ci sono molte donne che vorrebbero sposarmi», dice senza falsa modestia: «Per fortuna di donne non ne mancano in questo mondo, e per me quello non è mai stato un problema». Alberto Stabile