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 2007  novembre 07 Mercoledì calendario

IL TETTO IN EURO

dei compensi per dipendenti e consulenti della pubblica amministrazione previsto da un emendamento alla legge Finanziaria
ROMA – Questa volta Cesare Salvi e Massimo Villone l’hanno fatta davvero grossa, spargendo il panico fra superburocrati e manager pubblici. Perché il tetto di 274 mila euro lordi l’anno previsto da quell’emendamento riguarda la retribuzione di tutti, ma proprio tutti, i dipendenti e i consulenti delle pubbliche amministrazioni. Con poche eccezioni. Per l’esattezza, 25. Tante sono le deroghe possibili, per un massimo di tre anni, e i fortunati li potrà scegliere soltanto il premier con un decreto entro giugno 2008.
Non è in discussione il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi (sulla carta il taglio dello stipendio, ha ricordato ieri il quotidiano Mf, dovrebbe scattare anche per lui), la cui retribuzione è (e rimarrà) di circa 450 mila euro. Difficilmente la mannaia si abbatterà sui presidenti dell’Agcom Corrado Calabrò, dell’Antitrust Antonio Catricalà, dell’Autorità per l’Energia Alessandro Ortis, o della Consob Lamberto Cardia, le cui retribuzioni (440 mila) sono paragonate allo stipendio del giudice costituzionale. E fra le deroghe eccellenti non ne mancherà una per il direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli (600 mila). Ma poi? Saranno derogati anche i numerosi componenti delle authority? E i 14 giudici della Consulta, che hanno una retribuzione ben superiore a quel tetto? Che ne sarà poi dei direttori delle agenzie fiscali, il cui stipendio supera, talvolta di slancio, quello del primo presidente della Cassazione? Ancora: il tetto vale anche per i magistrati amministrativi che «arrotondano» con i ricchi arbitrati? Insomma, 25 deroghe rischiano di essere proprio pochine per evitare sgomitate e colpi bassi.
Per non parlare di quello che potrebbe accadere negli enti locali e nelle società pubbliche. Pietro Ciucci ha contestato il senatore Paolo Brutti, secondo cui il numero uno dell’Anas incasserebbe un milione e mezzo l’anno. Ma fra un milione e mezzo e 274 mila c’è una bella differenza. Come c’è pure tra i soliti 274 mila euro e un milione 300 mila euro, cifra che dovrebbe corrispondere all’emolumento annuo del capo delle Poste, Massimo Sarmi. Soltanto un altro della lunga lista di manager pubblici che guadagnano molto di più del presidente della Cassazione.
Ma se anche per alcuni di loro esiste lo spiraglio della deroga, un gruppetto di sfortunati non potrà contarci. Perché l’emendamento Salvi-Villone (sottoscritto da altri esponenti della sinistra) cancella anche con un colpo di spugna incarico e stipendio dei consiglieri della Corte dei conti designati dalle stesse Regioni nelle sezioni regionali di controllo, in base a una legge del 2003 che doveva servire a indorare la pillola agli enti locali, da sempre riottosi a subire i controlli della magistratura contabile. Ma qualche caso illustra com’è stata invece interpretata. Alla Corte dei conti della Liguria è andato l’avvocato Giuliano Gallanti, esponente del correntone Ds ed ex presidente dell’autorità portuale di Genova. In Lombardia sono stati nominati Giuliano Sala, ex consigliere regionale di Forza Italia, e Giancarlo Penco, già direttore finanziario del Comune di Milano. Per la serie controllori-controllati, tuttavia, c’è anche l’esempio della sezione della Corte dei conti che deve controllare gli enti locali calabresi, compresa ovviamente la Regione: lì è stato collocato Vittorio Cirò Candiano, già direttore generale del dipartimento Bilancio. Della Regione Calabria, ovviamente.