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 2007  novembre 07 Mercoledì calendario

QUINDICESIMO GRUPPO DI ARTICOLI SUL CROLLO IN BORSA COMINCIATO IL NOVE AGOSTO 2007 (GRUPPO AAAJCW, MUTUI SUBPRIME)


CORRIERE DELLA SERA, 7/11/2007
STEFANIA TAMBURELLO
ROMA – La Banca d’Italia non allenta la presa sui derivati, i prodotti che scommettono su tassi e cambi. Anzi, intensifica la vigilanza sulle banche che operano nel settore avviando un «ulteriore programma di verifiche» presso «quattro gruppi bancari». Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia, comunica l’iniziativa nel corso di un’audizione alla Camera, ma non fa nomi. Anche perché, fa sapere, si tratta di accertamenti svolti nell’ambito della «normale attività di vigilanza » per verificare l’operatività nel settore finanziario degli intermediari e per fare anche una sorta di ricognizione nel sistema. Così da sapere meglio come stanno le cose, anche in vista del persistere delle tensioni sui mercati provocate dalla crisi dei mutui statunitensi. Niente nomi, dunque, ma solo l’accenno all’ «importanza» dei gruppi finiti sotto osservazione che ricalca l’annuncio di un’indagine presso le banche «più attive» nel settore dei derivati fatto dal governatore alla Giornata mondiale del risparmio, il 31 ottobre. Fatto sta che la Borsa, dopo l’intervento di Saccomanni, ha preso di mira, penalizzandoli, i titoli di Unicredit, che ha già nei giorni scorsi chiarito la posizione e il valore di mercato dei derivati del gruppo, nonché di Mps, in discesa rispettivamente dello 0,93% a 5,55 euro e dello 0,30% a 4,25 euro. Ha tenuto invece Intesa Sanpaolo (+0,26% a 5,29 euro) il cui amministratore delegato Corrado Passera ai primi echi dell’intervento di Saccomanni ha precisato come il suo gruppo abbia dato già «tutte le risposte e i chiarimenti: sui derivati siamo sereni» .
Palazzo Koch ha cercato comunque di sdrammatizzare l’annuncio dell’avvio del programma di accertamenti che si aggiungono a quelli presso tre gruppi bancari già in corso dal 2005-6. Dopo quelle annunciate ieri, le indagini toccheranno altre 4 banche, fanno sapere dall’istituto di via Nazionale. Il fatto è che a muovere l’azione della Vigilanza non sarebbe tanto il sospetto dell’esistenza di problemi e perdite quanto, viene fatto sapere, l’entità dei volumi di derivati venduti e contrattati. Le cifre le illustra lo stesso Saccomanni: al momento il valore nozionale dei derivati in possesso delle banche italiane ha raggiunto 10 mila miliardi, mentre il valore lordo di mercato è pari a 270 miliardi. L’esposizione del sistema è pari a circa 150 miliardi di euro.
«La dimensione dei rischi a fronte dell’operatività in derivati appare contenuta » dice tuttavia il direttore generale di Bankitalia. Il quale sottolinea come nel biennio 2005-2006 l’attività in derivati a livello mondiale abbia registrato un’impennata del 66% del valore nozionale (cioè quello del bene sottostante al derivato stesso), salito da 189 mila miliardi di fine 2004 a 315 mila miliardi di dicembre 2006 contro l’aumento del 16% di quello dei derivati italiani passati da 6.700 a 7.800 miliardi di euro.
I problemi maggiori riguardano comunque l’indebitamento in derivati degli enti locali che, ha detto Saccomanni, «è pressoché raddoppiato tra dicembre 2005 e dicembre 2006, passando da 500 milioni a quasi 1 miliardo di euro; ad agosto 2007 era pari a 1,054 miliardi di euro». Tale importo, che rappresenta il 2,9% dell’indebitamento per cassa, «costituisce peraltro una sottostima», considerato che gli enti di maggiori dimensioni ricorrono spesso a intermediari esteri, per i quali non si dispone di informazioni.

CORRIERE DELLA SERA, 9/11/2007
GIANCARLO RADICE
MILANO – Anche l’ultima linea di resistenza è crollata. Dopo aver retto meglio di altri listini all’ondata di vendite che in queste settimane hanno colpito le Borse, ieri è toccato al Nasdaq affrontare la tempesta. Il listino che raggruppa i maggiori titoli tecnologici Usa, è precipitato fino al 4,30%, recuperando solo nel finale fino a chiudere a meno 1,98%. Il colpo fatale alle quotazioni di aziende considerate ancora ad alta redditività è venuto dal presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, che di fronte al Congresso ha ammesso che l’economia Usa, per effetto della crisi finanziaria e della paura che domina sui mercati, è sempre più esposta al rischio di inflazione e di un rallentamento della crescita, che s’annuncia «consistente » da qui alla prima parte del 2008.
Un’analisi che si rispecchia anche nelle parole di Jean-Claude Trichet. Ieri infatti il governatore della Banca centrale europea ha commentato la decisione di lasciare invariati i tassi d’interesse (al 4% quelli di rifinanziamento del sistema) con l’instabilità che ancora domina sui mercati, ma ha anche sottolineato i pericoli del caro-greggio e della inarrestabile discesa del dollaro (o, all’opposto, il forte rialzo dell’euro).
Lo spettro numero uno è, naturalmente, l’inflazione, che a ottobre ha toccato in Eurolandia il 2,6%, ben oltre i target fissati dalla Bce. «Il nostro mandato è quello di garantire la stabilità del prezzi e di farlo in modo credibile », ha ricordato il governatore.
Del resto, sia l’intervento di Bernanke sia quello di Trichet sono andati a inserirsi in uno scenario più che esplicito. Le Borse, tanto per cominciare, anche ieri hanno vissuto una giornata nera: dall’Asia (meno 2% Tokio, meno 3,2% Hong Kong) all’Europa (meno 0,9% Parigi, meno 1,87% Milano), fino a Wall Street (con il Dow Jones in rosso dello 0,25%). E dal fronte della crisi del credito legata ai mutui Usa è emersa un’altra vittima eccellente: Morgan Stanley, che ha denunciato perdite per 3,7 miliardi di dollari.
Quanto al dollaro, resta ancora a livelli minimi verso l’euro (oscillando ieri fra 1,4638 e 1,4704) e le altre maggiori valute, mentre il petrolio continua a viaggiare a quote elevatissime (con il West Texas Intermediate americano a 95,55 dollari per barile).
Gli effetti della crisi innescata dai mutui è evidente anche nelle valutazioni espresse da un leader dell’industria hi-tech come Cisco Systems, che ieri ha annunciato ottimi risultati per il suo primo trimestre dell’anno (utili netti in aumento del 37% a 2,21 miliardi di dollari e ricavi in rialzo del 17%, a 9,55 miliardi), ma ha ammesso che la stretta del credito sta riducendo notevolmente la domanda, soprattutto da parte dei grandi clienti, a partire dalle banche.
E proprio le previsioni di Cisco, sommate all’intervento del presidente della Federal Reserve, hanno contribuito alla «gelata» del Nasdaq, dove molti titoli viaggiano ancora su valori che scontano promesse di performance ormai illusorie. Così, a cadere ieri sono state anche aziende che da settimane sembravano benedette da un inarrestabile rialzo. Un esempio su tutti, quello di Google, che ha perso il 5,3%, tornando abbondantemente sotto i 700 dollari. Lo stesso vale per Apple, in discesa del 5,8%.
Ma ribassi consistenti hanno interessato un po’ tutti i leader delle tecnologie made in Usa: meno 4,5% Ibm, meno 7,9% Oracle, meno 3,6% Intel, meno 3,7% Hewlett Packard, meno 2,20% Microsoft .

CORRIERE DELLA SERA, 9/11/2007
MASSIMO GAGGI
A New York il sindaco Michael Bloomberg ha ordinato a tutte le agenzie e le amministrazioni municipali di tagliare la spesa in vista di una «gelata» dell’economia destinata a far calare le entrate tributarie della città. Sulla Fifth Avenue tira già aria di Natale. Non perché la gente abbia voglia di festeggiare, ma perché i negozianti, temendo un calo degli acquisti da parte dei residenti, puntano sulle spese dei turisti – a cominciare da quelli venuti per la maratona – attratti da prezzi in dollari assai convenienti.
Mentre gli economisti restano divisi sull’ipotesi di una recessione e a Washington il capo della Federal Reserve, Ben Bernanke, spiega al Congresso che la crisi del credito è seria e rallenterà l’economia, ma non fino al punto di mandarla in retromarcia, a New York la parola magica sulla bocca di tutti è «bonus»: con le banche in crisi, che ne sarà delle pingui gratifiche corrisposte ogni anno a dicembre a decine di migliaia di professionisti della finanza? I beneficiari di questo fiume di denaro sono relativamente pochi, è vero, ma il fenomeno in un modo o nell’altro interessa quasi tutti perché i «bonus» incidono sui prezzi delle case, dei beni di lusso, delle vacanze, delle opere d’arte e di molto altro: quando Wall Street «gira», tutti, dall’imbianchino al dentista, alzano il conto. E tutto lascia prevedere che quest’anno gli assegni «natalizi» subiranno consistenti limature.
La stretta del credito innescata dallo scoppio della «bolla » dei mutui «subprime» avrà conseguenze pesanti per tutta l’economia americana. Due giorni fa, ad esempio, anche il governatore della California, Arnold Schwarzenegger, ha deciso di tagliare il bilancio dello Stato (addirittura del 10 per cento) in previsione di un rallentamento delle entrate. Ma New York stavolta rischia più del resto del Paese: la crisi finanziaria, che all’inizio sembrava limitata alle società che emettono mutui e a pochi istituti di credito (Bear Stearns e Merrill Lynch), ha ormai investito anche la maggiore banca e la più grossa delle compagnie assicurative (Citigroup e AIG), mentre Morgan Stanley, che ha perso un quarto del suo valore in una settimana, denuncia una perdita di 3,7 miliardi di dollari. E gli analisti si attendono che nell’ultimo trimestre dell’anno emerga un altro buco ancora maggiore.
Le società di Wall Street non solo hanno già perso diverse decine di miliardi di dollari, ma stanno anche eliminando parecchie migliaia di addetti. Brutte notizie per una metropoli nella quale dal 2003 ad oggi il 41 per cento dei nuovi posti di lavoro e il 52 per cento dei profitti sono venuti proprio dall’industria dei servizi finanziari. Anche il dollaro debolissimo contribuisce a spingere la città sull’orlo di una crisi di nervi: nell’immediato sembra un vantaggio, visto che spinge gli stranieri a comprare di tutto a prezzi stracciati, dalle tutine per neonati agli appartamenti nei grattacieli. Ma un calo eccessivo rischia di creare sfiducia e di innescare una fuga degli investitori dal dollaro.
L’America non perde la sua voglia di fare e Bloomberg assicura che la città – che ha messo molto fieno in cascina negli anni del «boom» – supererà la crisi senza grossi traumi, ma l’ottimismo di sempre stavolta è messo a dura prova. Anche chi fino a ieri negava che il Paese vivesse al di sopra delle sue possibilità e biasimava i critici, rei di non capire i meccanismi di un mercato moderno, oggi se la prende con le famiglie che hanno ottenuto liquidità attraverso il rifinanziamento del loro mutuo, accusandole di aver «scambiato la propria casa per un bancomat».
Quello che attende l’America sarà un inverno rigido, anche se l’effetto-serra non farà scendere più di tanto la colonnina di mercurio.
massimo.gaggi@rcsnewyork.com

LA REPUBBLICA, 9/11/2007
HUGO DIXON
La società di finanziamenti ipotecari Fannie Mae ha ricevuto dal Procuratore di New York Andrew Cuomo (per intenderci, il successore di quell´Eliot Spitzer denominato "il terrore di Wall Street" all´inizio del secolo) una citazione a deporre sulle perizie dei mutui ipotecari venduti a Fannie Mae e alla consorella Freddie Mac dalla banca Washington Mutual. La stessa che è accusata da Cuomo di collusione con i periti per gonfiare i valori degli immobili. Fannie Mae e Freddie Mac si sono impegnate a collaborare, facendo presente che non era nel loro interesse comprare titoli ipotecari gonfiati e aggiungendo che Washington Mutual dovrà riprendersi tutti i titoli che era riuscita a vendere in base a perizie distorte. Da ora in poi tutti i mutui potrebbero essere passati al microscopio, rallentando la concessione di prestiti anche ai clienti affidabili e creando così una complicazione di cui il settore immobiliare statunitense non ha certo bisogno in questo momento. Come se non bastasse, Merrill Lynch ha confermato l´avvio di un´inchiesta dell´organo di controllo sui titoli e sulla Borsa proprio nel giorno in cui la banca annunciava la scioccante svalutazione contabile di 7,9 miliardi di dollari di mutui ipotecari e titoli strutturati. Le due notizie possono solo rafforzare il clima di pessimismo, anche perché queste inchieste non saranno certo le ultime. Se siamo ancora lontani da poter dire che gli investitori non considerano più i mutui subprime e i titoli strutturati una massa illiquida, figuriamoci cosa accadrà ora che l´intensificazione dei controlli minaccia di esporre i panni sporchi alla vista di tutti.
Richard Beales

SEGNALO CHE LA SCHEDA 146329 RACCONTA DI UN VAN GOGH INVENDUTO A CAUSA DELLA CRISI SUBPRIME E CHE LA SCHEDA 146331 RACCONTA DEL CROLLO DI PIAZZA AFFARI MISCHIANDO IL CATTIVO GIUDIZIO DELLA BORSA SULL’ACQUISTO DI ANTONVENETA DA PARTE DI MPS E LE ATTESE DI SVALUTAZIONI IMPORTANTI PER VIA DEI SUBPRIME E DELLE SPECULAZIONI SUI DERIVATI DA PARTE DI UNICREDIT

DAGOSPIA, 12/11/2007
6 - CRISI MUTUI: PERDITE SUBPRIME FINO A 400 MLD DLR…
(Agi/Reuters) - Le perdite legate alla crisi dei mutui Usa e collegate al settore dei subprme potrebbero arrivare fino a 400 miliardi di dollari. Lo rivela uno studio di Mike Mayo, analista della Deutsche Bank Securities, secondo il quale le perdite sui presititi collegati ai mutui subprime potrebbero oscillare tra 150 e 250 miliardi di dollari e quelle sui derivati legati all’indebitamento dei subprime potrebbero essere di altri 150 miliardi di dollari. Anche david Hider, analista di bear Stearns stima le perdite legare ai mutui subprime tra i 150 e i 250 miliardi di dollari. "Le svalutazioni - scrive - stanno peggiorando".

CORRIERE DELLA SERA, 14/11/2007
STRASBURGO – «L’Europa ha fatto la sua scelta, per l’economia di mercato e il capitalismo. Ma questa scelta non implica né l’assoluto lassismo né l’accettazione delle derive di un capitalismo finanziario dove la facciano da padroni gli speculatori e i ricconi, piuttosto che gli imprenditori e i lavoratori. Quello europeo è sempre stato un capitalismo di imprenditori, un capitalismo di produzione più che un capitalismo di speculazione e di rendite».
Applausi fra i banchi del Parlamento europeo, riunito in seduta solenne. Applaudono inglesi, tedeschi, italiani, quasi tutti. Ma Nicolas Sarkozy, presidente di questa Francia che parole sue - «ridarà dinamismo all’Europa» - non ha finito: «L’Europa ha un ruolo da giocare nella necessaria moralizzazione di quel capitalismo finanziario di cui i cittadini di tutto il mondo non sopportano più gli eccessi». Si è visto con la crisi dei subprime, «l’Europa non può accettare che qualche speculatore metta in crisi il mercato, la concorrenza ». E basta, dunque, «molti di coloro che nel mondo hanno riposto le loro speranze sull’Europa, attendono che questa si metta alla testa della battaglia ».
Battaglia, speculatori, eccessi: mancano ancora 8 mesi al giorno in cui toccherà a Parigi la presidenza della Commissione europea, e già Sarkozy tiene fede alla sua immagine decisionista. Fa capire che la sua non sarà una presidenza sbiadita. Poco più tardi, tornerà nella capitale, agitata dalla febbre degli scioperi generali. Ma ora, qui a Strasburgo, i toni sono forti e chiari: «Nella democrazia europea che vogliamo costruire, la parola protezione non deve essere bandita. Se non vogliamo che un giorno i popoli, esasperati dal fatto di essere vittime della concorrenza sleale e del dumping, reclamino di nuovo il protezionismo e la chiusura, dobbiamo essere capaci di discutere di una possibile ’preferenza comunitaria’; dobbiamo essere capaci, per proteggerci, di fare tanto quanto fanno gli altri. Se le altre regioni del mondo hanno il diritto di difendersi contro il dumping, perché non l’Europa?». E ancora: «Se tutti i Paesi hanno una politica di cambio, perché non l’Europa? Se le altre nazioni possono riservare una parte dei loro appalti pubblici alle Pmi, perché non l’Europa? Se altre nazioni attuano delle politiche industriali, perché non l’Europa?... L’Europa non vuole il protezionismo, ma deve esigere la reciprocità ». Ce n’è anche per la Bce, mai citata ma presente come un convitato di pietra: «L’Europa ha scelto la democrazia e nessuna indipendenza si può confondere con l’irresponsabilità totale, nessuno può ripararsi dietro l’indipendenza del suo statuto per dispensarsi dal dovere di rendere dei conti...In una democrazia la responsabilità politica è essenziale».

CORRIERE DELLA SERA 21/11/2007
MASSIMO SIDERI
MILANO – Quando indebitarsi era economico, era facile fare affari e scovare buoni investimenti. Per anni, con i tassi ai minimi dal dopoguerra, questo semplice principio ha governato l’agenda del private equity, il nuovo capitalismo dei buyouts miliardari, che solo pochi mesi fa sembrava in piena attività eruttiva e che ora sta facendo marcia indietro su molte operazioni. Va da sé che ora indebitarsi non è affatto a buon mercato. Le prospettive non sono affatto buone. E chi può corre ai ripari. Non solo i private equity – i superfondi che lavorano rilevando quote importanti di aziende e affiancando il management nel rilancio del gruppo – non occupano più le cronache finanziarie quotidiane. Ma negli Usa le principali firme del settore stanno tentando di cambiare i termini di operazioni avviate qualche mese fa, prima cioè della crisi estiva dei mercati causa subprime e del credit crunch. Qualche esempio di rilievo. Cerberus capital management sta rifiutando di completare l’acquisizione di United Rentals senza un’adeguata (dal proprio punto di vista) rinegoziazione del prezzo. Jc Flowers, che ieri ha fatto un’offerta per la disastrata Northern Rock, sta tentando di divincolarsi da Sallie Mae, gigante dei prestiti agli studenti negli Usa. Mentre Goldman Sachs e Kohlberg Kravis Roberts hanno già messo una pietra sopra al deal su Harman International Industries.
«Non solo le operazioni stanno scomparendo dai calendari finanziari – nota un osservatore del settore – ma le poche che ancora resistono sono fatte da consorzi di private equity che così tentano di diversificare il rischio dell’operazione». Insomma, il fenomeno della ritirata del nuovo capitalismo – se ce n’era bisogno – sembra l’ulteriore riprova che la liquidità inizia a scarseggiare veramente sul mercato. E che per guadagnare non è più sufficiente il mercato dei secondary buyout dove le stesse firme del settore si passavano le aziende acquistate in un vorticoso incremento del prezzo dello stesso pezzo di industria.
Il processo in corso non è però negativo per Pietro Maria Tantalo, partner di Orrick Herrington & Sutcliffe ed esperto del settore. «Si tratta di una situazione provvisoria, destinata a mutare – spiega Tantalo – il normale corso degli affari riprenderà. La contrazione in corso esiste ma interessa operazioni particolari anche per dimensione che necessitavano di forti leve. Se l’operazione è buona si può aumentare l’equity e limitare la leva. Anche di recente ho potuto constatarlo direttamente in una importante operazione che ha interessato una nota multinazionale giapponese che è stata ceduta ad un fondo di private equity per circa 2 miliardi ». Insomma, quello in corso è un processo «selettivo, salutare per il sistema, perché i fondi adesso eviteranno di fare offerte spropositate, come a volte è successo».

LA REPUBBLICA 21/11/2007
VITTORIA PULEDDA
MILANO - Giornata apparentemente a due facce per i mercati azionari mondiali, in realtà con il fiato sempre più corto per la crisi dei mutui subprime. A poco vale infatti, per consolarsi, guardare ai risultati in Europa, con un netto rimbalzo di quasi tutti gli indici (a partire da Londra, salita delll´1,73%, a Parigi, che ha guadagnato l´1,36%, a Francoforte, cresciuta dell´1,58%) o ancora all´Italia, che sebbene con più affanno ha imitato le altre Borse del Vecchio continente ed è salita dello 0,69%.
In realtà, il clima continua ad essere molto nervoso, negativo, caratterizzato dai timori della crisi dei mutui subprime che spande i suoi miasmi dappertutto. Ieri, confermando le cupe previsioni del Credit Suisse, Freddie Mac ha riportato una perdita di due miliardi di dollari a causa della debolezza del mercato immobiliare. Freddie Mac - al pari della cugina Fannie Mae - è un´agenzia parastatale di rifinanziamento che compra mutui dalle banche commerciali e li rivende al dettaglio, impacchettati dentro prodotti derivati. Ebbene, Freddie Mac ha perso ieri in Borsa fino al 30% mentre Fannie Mae (per i timori che sia costretta a fare altrettanto) ha ceduto il 22%. Freddie Mac si è affidata a Goldman Sachs per trovare soluzioni ai suoi problemi, dal taglio dei dividendi ad un aumento di capitale, alla diminuzione dell´operatività. Ed è forse questo l´aspetto che più impensierisce i mercati: se infatti si interrompe il ciclo di riacquisto dei mutui, con il conseguente alleggerimento dei libri contabili delle banche, il credito -e non solo quello immobiliare - potrebbe entrare in una fase di maggiori difficoltà, che rischiano di diventare drammatiche in un paese che vive consumando reddito futuro.
Normale quindi che gli indici Usa abbiano avuto un andamento più che riflessivo: anche se poi la chiusura è stata positiva, il Nasdaq è arrivato a sfiorare una perdita dell´1,5% (e poi ha chiuso a più 0,13%) mentre il Dow verso fine giornata cedeva ancora intorno al mezzo punto (ma poi ha recuperato, a più 0,40%). Meglio è andata tutto sommato a Londra, la più brillante in Europa nonostante ad un certo punto della giornata la Northern Rock sia arrivata a perdere il 40% in Borsa. Fortunatamente la chiusura è avvenuta su livelli molto più lievi, meno 6,9% mentre potrebbe farsi più vicina la cessione della banca in difficoltà: voci di mercato dicono che il fondo di private equity Jc Flowers abbia presentato un´offerta al "valore nominale" della banca, ma facendosi carico delle linee di credito di emergenza erogate dalla Banca d´Inghilterra.

LA REPUBBLICA 21/11/2007
HUGO DIXON
Ricordando un po´ le gesta infauste di Nick Leeson, il trader che portò al fallimento la Barings Bank, il Cancelliere dello Scacchiere britannico si ostina a non riconoscere le perdite e cerca di guadagnare tempo. In ballo questa volta c´è Northern Rock, alla quale le autorità hanno già erogato 25 miliardo di sterline sotto forma di prestito d´emergenza. L´eventuale fallimento della banca inglese non favorirebbe l´interesse nazionale, visto che l´esposizione dello Stato cresce di settimana in settimana. Prolungare l´agonia comporta altri due oneri. Il primo è da ricercare nel rapido declino della reputazione di Northern Rock, che invece una volta rappresentava un vero e proprio asset. Il secondo è caratterizzato dal calo registrato sul piano della credibilità delle autorità, comprese la Banca d´Inghilterra e la Financial Services Authority, che insieme al Tesoro hanno pasticciato non poco nella vicenda. Il danno arrecato alla credibilità del sistema finanziario britannico alla fine potrebbe rivelarsi molto più ingente delle perdite economiche. Di soluzioni buone non ce ne sono, anche perché i potenziali salvatori della banca inglese, tra cui il gruppo di private equity americano Cerberus, sembrano dissolversi come neve al sole. Ciononostante, lo Stato non dovrebbe indugiare nella speranza che le cose come per incanto migliorino, bensì scegliere la soluzione più indolore tra quelle percorribili. E se questa non dovesse piacere al cda, in quanto penalizzante per gli azionisti, il governo dovrebbe imporre la propria volontà minacciando il fallimento. Il premier Gordon Brown dovrebbe rendersi conto che se non prende il toro per le corna subito rischia di essere infilzato anche lui.

CORRIERE DELLA SERA 24/11/2007
PAOLA PICA
«Noi precursori dell’espansione internazionale». «Lo schema di Bankitalia sulla governance? Eccellente»
MILANO - Alessandro Profumo ha annunciato la svolta sulla gestione dei rischi e la risposta del mercato non si è fatta attendere: Piazza Affari ha salutato il nuovo corso spingendo i titoli di Unicredit del 4,52%. Un singolo rialzo che non si vedeva da tempo, sebbene il clima tra Piazza Cordusio e gli uomini della Borsa si fosse già rasserenato con la diffusione dei conti ancora in volata dell’ultimo trimestre. Lo dimostra la pagella di Fitch che ieri ha confermato i rating di lungo e breve termine (A+ e F1), con «prospettive positive » dopo i risultati di «tutto rispetto », nonostante «la qualità degli attivi leggermente peggiorata con fusione con Capitalia». Ieri, però, Profumo ha fatto un passo in più, mettendo nero su bianco in un’intervista al Financial Times l’intenzione e la necessità di «ripensare» di fronte al ciclone subprime, il modello di business, andato fin qui per la maggiore, basato sul trasferimento a terzi, in genere attraverso le cartolarizzazioni, del rischio di credito. Questo modello ora «non c’è più», ha riconosciuto Profumo, raccogliendo in tempo reale un invito giunto dal governatore Mario Draghi che giovedì, da Francoforte, ha molto insistito sulle criticità create dalle cartolarizzazioni e sulla priorità, per le banche, di riconquistare la fiducia dei mercati.
La pratica che va sotto il nome di origination to distribution
(Odt) prevede l’allontanamento dell’esposizione dai bilanci attraverso l’intervento di società specializzate che raccolgano i crediti per trasformali in obbligazioni o altri strumenti finanziari e poi ricollocarli sul mercato. Questi titoli, richiestissimi fino alla crisi dei mutui americani, oggi mettono in fuga gli investitori. Profumo, prima voce di un banchiere europeo che si leva in questa direzione, ha sostenuto invece che in futuro le banche dovranno tenersi in bilancio una maggior quantità di prestiti: «si tratta di spostare il focus altrove rispetto alla distribuzione dei rischi a investitori terzi - ha detto - e di mettere maggiore enfasi sulla vendita di una più ampia gamma di servizi e prodotti ai clienti retail e alle imprese». L’amministratore delegato di Unicredit, che nel 2006 è stato uno dei maggiori venditori di prestiti cartoralizzati, si è detto anche «consapevole che ciò potrebbe significare che le banche potrebbero aver bisogno di più capitale per la crescita». Tuttavia «non pensa assolutamente a un aumento di capitale», ha ribadito Profumo, in serata, aggiungendo poi in un’intervista a Radio24
che «con la chiusura dell’anno e la pubblicazione dei bilanci delle banche, parte delle incertezze che hanno reso meno liquidi i mercati saranno superate ». Da «inguaribile ottimista », Profumo intravede «anche elementi positivi nella crisi: noi tutti siamo diventati più selettivi». E, ancora, a margine della giornata inaugurale della Fiera delle Qualità, il numero uno di Unicredit ha definito «eccellente » la bozza della Banca d’Italia sulla governance dualistica e commentato le indicazioni di Draghi sulle operazioni transfrontaliere ricordando che il gruppo di Piazza Cordusio ha precorso i tempi. Non ci saranno però altre acquisizioni: la crescita ora è tutta interna, con l’apertura di mille nuovi sportelli («mille sportelli sono come una grande banca») nel centro e est Europa.
Paola Pica

CORRIERE DELLA SERA 26/11/2007
FRANCESCO GIAVAZZI
La crisi di alcune grandi banche americane ed europee, che si è propagata ai mercati finanziari di tutto il mondo, è lungi dall’essersi conclusa. Il problema che rimane irrisolto è la carenza di informazione. Durante l’estate era improvvisamente venuta meno la fiducia nei parametri fino ad allora usati per determinare il prezzo di alcuni titoli cosiddetti «strutturati», pacchetti di prestiti – inclusi i famosi mutui subprime ”
che le banche avevano venduto sul mercato. Questi titoli offrivano rendimenti attraenti e si erano rapidamente diffusi. Non solo fra gli investitori, anche fra le stesse banche che vendendo i propri prestiti li avevano di fatto creati.
Poiché nessuno più sa quanto valgano, il mercato per questi titoli si è prosciugato: chi li possiede non può venderli, ma soprattutto, non essendoci più un prezzo, non ha modo di conoscerne il valore. L’illiquidità si è propagata a tutto il mercato perché è rischioso fare affari con istituzioni delle quali è diventato difficile valutare i bilanci.
E’ un problema che le banche centrali possono risolvere solo in parte. La presenza nelle istituzioni finanziarie di poste fuori bilancio e soprattutto la nascita di nuovi intermediari non bancari, esterni rispetto al perimetro della vigilanza, limita la conoscenza e la capacità di azione delle banche centrali. E’ stato suggerito che esse stesse ricreino il mercato acquistando titoli strutturati, ma ciò evidentemente comporterebbe un rischio di inflazione e quindi il rischio di porre a carico di tutti i cittadini le perdite delle banche.
Il ritorno a condizioni normali richiederà molto tempo e anche il cambiamento di alcune regole. Tuttavia è un errore pensare che l’innovazione finanziaria degli ultimi dieci anni sia tutta da gettare. Essa ha permesso alle banche di distribuire il rischio nel mercato e ciò ha ridotto i costi dei prestiti. Ha consentito a famiglie e imprese prima escluse di aver accesso al credito e così poter finanziare investimenti, abitazioni, anche l’istruzione dei figli. Vietare alle banche di vendere una parte dei loro prestiti significherebbe tornare a un mercato in cui i prestiti vengono concessi solo a chi possiede beni da offrire in garanzia. Le banche tradizionali non finanziano immigrati che vogliono acquistare una casa né giovani imprenditori con una buona idea. Senza la nuova finanza difficilmente si sarebbero sviluppate le tecnologie informatiche che hanno trasformato il mondo.
Nel nostro Paese questa crisi ha offerto ai critici del mercato un’occasione ghiotta. Quale migliore esempio per mostrare che i mercati non funzionano, che la finanza è un diavolo dal quale le autorità dovrebbero difenderci, per chiedere che i governi proteggano le nostre grandi banche dal mercato che le spinge al profitto? Prima di cedere a queste sirene suadenti occorre porsi qualche domanda.

CORRIERE DELLA SERA 27/11/2007
MARCO MARONI
MILANO – Citigroup, la più grande banca del mondo per dimensioni, si appresta a varare una riduzione dei costi che potrebbe portare fino a 45.000 licenziamenti, sui 300 mila dipendenti complessivi. La situazione del colosso Usa del credito, pesantemente esposto nella crisi dei mutui subprime e dei titoli derivati, è andata via via peggiorando negli ultimi tempi, con svalutazioni già annunciate per 11 miliardi di dollari che, secondo gli analisti della banca d’affari Goldman Sachs, potrebbero in realtà arrivare a 14 miliardi di dollari. Una situazione che rischia di far chiudere per la prima volta in dieci anni un trimestre in rosso all’azienda, ma dalla quale i soci (il principale azionista, col 5% circa del capitale, è il principe saudita Al Waleed) non hanno trovato ancora una via d’uscita. Nell’aprile scorso era già stata varata una riduzione pari a 17.000 posizioni, il 5% dell’organico. Una riorganizzazione che intendeva ridurre i costi per 2,1 miliardi di dollari nel 2007. All’inizio di novembre gli azionisti avevano rimosso il presidente e amministratore delegato, Charles Prince. Da allora però la banca manca di una guida operativa stabile. Sulla poltrona di presidente è infatti poi stato nominato Robert Rubin, 69 anni, ex segretario al Tesoro di Bill Clinton e già presidente del comitato esecutivo della banca, con il preciso mandato di trovare un Ceo (chief executive officer). Provvisoriamente la poltrona di Ceo è stata assegnata a sir Win Bischoff, 66 anni, responsabile delle attività europee del gruppo. Dal momento del loro insediamento si sono accavallate voci e indiscrezioni sui candidati, tra queste quella che dava per probabile l’ex amministratore delegato del New York Stock exchange, John Thain, che ha invece optato per la guida di Merrill Lynch. Uno stallo, quello della ricerca della nuova guida, che dura da oltre due settimane e che ha fatto allo stesso tempo crescere il malumore degli azionisti e scendere le quotazioni, contribuendo al ribasso dei titoli finanziari in tutti i principali mercati. Anche perché al nuovo Ceo toccherà procedere a quello che oramai tutti considerano un passo indispensabile per il risanamento: individuare tra le molteplici e poco integrate società del gruppo quelle da vendere per fare cassa. Nello sforzo di ridurre i costi intanto si procede con lo sfoltimento dell’organico.
Il nuovo pesante progetto di riduzione del personale lo ha rivelato ieri il network televisivo Cnbc, che cita fonti interne all’azienda, la quale non ha smentito, ma non ha neppure rivelato le cifre. I vertici della banca avrebbero già informato i capi-dipartimento del programma di riduzione e alcuni dipendenti avrebbero già perso il posto di lavoro.

CORRIERE DELLA SERA 2/12/2007
MASSIMO MUCCHETTI
L
a Global Corporate & Investment Bank utilizza specifici veicoli, le Special purpose entities,
in sigla Spe, per aumentare la raccolta di risorse e frazionare il rischio di credito. Alle Spe la banca procura spesso liquidità e protezione contro eventuali perdite. Può averle come controparti per operazioni in derivati. Non di rado la banca evita di dar conto di questi soggetti dalle forme giuridiche più diverse nel proprio bilancio consolidato.
Le 16 principali Spe fuori bilancio della Global Corporate hanno un’esposizione di 48 miliardi di dollari. Si tratta per lo più di conduits costituiti per cartolarizzare attività dei clienti attraverso asset backed commercial paper, obbligazioni a breve scadenza rappresentative, per lo più, di crediti a scadenza diversa. L’ispettorato interno segnala che le Spe non obbediscono a regole formali, e dunque scritte. L’alta dirigenza della banca, del resto, non esercita alcuna supervisione né pretende rapporti dai gerenti delle Spe. Che vengono costituite e approvate sulla base di documentazione contraddittoria o inadeguata. La decisione di tenere questi veicoli fuori bilancio non è documentata con regolarità. Le valutazioni di rischio non hanno le carte in regola. L’amministrazione e la segreteria della Corporate Global hanno archivi distinti, ma nessuno dei due contiene tutte le Spe. I rischi di mercato impliciti nelle attività disponibili per la vendita e in quelle da mantenere fino alla scadenza, due voci assai consistenti dello stato patrimoniale, non sono segnalati dalla direzione competente nelle posizioni delle Spe. In alcuni casi, le Spe non tengono nemmeno i libri e i registri e il loro decentramento procura inefficienza.
Sembra un’inchiesta di oggi su una banca disinvolta dal nome roboante e sconosciuto. E invece no. La Global Corporate fa parte del gruppo Bank of America. Il rapporto dell’Audit risale al 13 maggio 2002 ed è stato acquisito dalla Procura della Repubblica di Parma nel quadro dell’inchiesta Parmalat, che figura tra i clienti della grande banca statunitense tenuti artificialmente in vita. Cinque anni dopo, nonostante le Fed e le Sec e i nuovi principi contabili, siamo ancora lì: i conduits fanno ancora paura, le banche centrali sembrano non aver imparato granché dagli scandali d’inizio secolo.
Ora, con la lettera di fine settembre, la Banca d’Italia chiede alle vigilate non solo di eseguire l’autovalutazione delle obbligazioni strutturate in portafoglio e delle diverse esposizioni verso Spe ed hedge fund, ma anche di dare notizie analitiche e complete su tutte queste posizioni chiarendo se e perché alcune di queste fossero fuori dal bilancio 2006. Sarà, la lettera degli uomini di Draghi, un’una tantum che copre un vuoto informativo o diventerà la premessa di nuove istruzioni che taglino i margini di manovra impropri delle banche? Nel Paese dell’Italease tutti saranno a posto. Certo, chi avesse fatto il furbo si troverebbe davanti a una scomoda alternativa: confessare di non aver messo a bilancio tutto il dovuto o addomesticare le risposte ostacolando la Vigilanza.
mmucchetti@corriere.it

CORRIERE DELLA SERA 6/12/2007
GABRIELE DOSSENA
MILANO – Un salvagente per i mutui a tasso variabile. Dall’America all’Europa istituzioni e mondo finanziario sono impegnati a trovare soluzioni per uscire dalla bufera. E intanto la Procura dello Stato di New York accende il faro sull’operato delle grandi banche: la richiesta di informazioni sul collocamento dei titoli finanziari ad alto rischio legati ai mutui subprime, ha scritto The Wall Street Journal, sarebbe partita direttamente dall’ufficio del procuratore Andrew Cuomo, coinvolgendo istituti come Merrill Lynch, Bear Stearns e Deutsche Bank. Con l’intento di aiutare i proprietari di case in difficoltà nel pagamento delle rate, le autorità statunitensi e gli istituti specializzati nell’erogazione dei prestiti ipotizzano il blocco per cinque anni dei tassi di interesse sui mutui subprime. Questi i termini del piano voluto dal segretario al Tesoro Usa, Henry Paulson, per arginare il forte aumento dei pignoramenti che, secondo l’agenzia Bloomberg, dovrebbe essere annunciato oggi. L’ obiettivo è evitare che il numero di americani che hanno perso il diritto di riscatto sulla propria abitazione, a causa del mancato rimborso delle rate sui mutui, continui a salire (secondo stime di Credit Suisse, un americano su tre che ha comprato casa con un mutuo subprime non riesce più a pagare le rate).
Anche in Italia il problema- mutui è sotto stretta osservazione. «Siamo pronti a fare qualcosa, si tratta di vedere in concreto cosa si può fare», ha detto il viceministro dell’Economia Vincenzo Visco, che si è detto certo che si andrà verso un «alleviamento» della situazione «nei prossimi tempi». Anche l’Abi ha dichiarato la propria disponibilità «a individuare le più opportune soluzioni». Più concreta l’idea lanciata ieri da Sergio D’Antoni: secondo il viceministro allo Sviluppo economico il governo sta studiando la possibilità di un «fondo pubblico di garanzia». Diverse le richieste delle associazioni dei consumatori. Adusbef e Federconsumatori dopo l’apertura di Visco chiedono il congelamento dei tassi di interesse, sul modello di quanto stanno per attuare negli Stati Uniti: «Se il governo è pronto davvero a fare qualcosa per aiutare 3,2 milioni di famiglie indebitate a tasso variabile, deve copiare di sana pianta la proposta del ministro del Tesoro americano Paulson». Adesso l’attenzione è concentrata sulle decisioni che prenderà la Fed in merito a un possibile taglio dei tassi. E oggi, la scelta Bce.