Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Rispondiamo, come ogni lunedì, alle lettere dei lettori.
• Il lettore Ottavio Del Bono è sorpreso perché lei non ha dedicato una puntata della rubrica alla nuova arma di Putin.
Abbiamo a disposizione un colpo al giorno e non ci occupiamo di un mucchio di cose importanti. La nuova arma di Putin, in quanto tale, non esiste, a meno che il lettore non alluda a una vacuum bomb di cui il Cremlino ha dato l’annuncio il 12 settembre. Ma quella bomba è un modello che gli americani hanno dal 2003 e chiamano Gbu-43/B. La versione russa è solo più leggera, più piccola e quattro volte più potente: dopo un esperimento a Vorkuta, negli Urali settentrionali, il vicecapo di stato maggiore delle Forze armate russe, Aleksandr Rushkin, ha detto che «l’esplosione fa evaporare tutto ciò che è vivo su una superficie di molti chilometri quadrati». Non si tratta di un’atomica, non è inquinante e non è quindi un tipo di arma che violi qualche accordo internazionale. Certo alla luce di quanto s’è visto giovedì scorso alla televisione russa (è su questo, probabilmente, che il lettore ci rimprovera di non aver informato), la vacuum bomb di settembre può apparire preoccupante. Putin è stato in televisione tre ore a rispondere alle domande dei telespettatori. Ha annunciato la costruzione di missili e sottomarini nucleari, ha garantito che «non siamo l’Iraq e saremmo in grado di difenderci», ha esaltato la grandezza della Russia e s’è interrotto solo per mostrare il lancio di un missile intercontinentale partito da Topol e arrivato nella Kamchatka, a settemila chilometri di distanza, in soli venti minuti. Significa che a Mosca sono pronti a far la guerra agli Stati Uniti? Mi pare azzardato. Col nazionalismo e i richiami continui alla grandezza passata – confortati dalle buona situazione economica del presente – Putin tiene avvinta la nazione e si prepara a un’acrobazia istituzionale per mantenere il potere senza essere più presidente e senza modificare la Costituzione (per via del divieto di restare al Cremlino per più di due mandati consecutivi). La Komsomolskaja Pravda gioca spesso con le ipotesi di una guerra all’America e i suoi lettori sono convinti che prima o poi scoppierà (e che i russi vinceranno). Ma dubito che il presidente russo sia dello stesso avviso. Mi ostino a credere che le esibizioni militaresche e i toni forti in politica estera servano soprattutto a rimaner forti all’interno.
• Dario Senzacasa, da Mestre, le chiede se la festa del cinema di Roma non stia scalzando sul serio Venezia, rimasto impressionato dalla partecipazione di Sophia Loren e dalle lacrime davanti al pubblico...
Sophia è una grande attrice, simbolo dell’Italia eccetera, ma Dino Risi ha spiegato a un giornalista che non è difficile averla ospite, «basta che paghi e viene pure a casa tua». Mi pare che la Festa del Cinema di Roma abbia da giocare ancora molto prima di essere ammessa allo stesso campionato del Festival di Venezia. Oltre tutto la maggior parte delle pellicole in programma a Roma sono già state presentate a Toronto.
• Cecilia Sarkozy non si è comportata meglio di Veronica Berlusconi? Crisi col marito e separazione. Invece Veronica: lettere ai giornali, misteri eccetera eccetera. la domanda di Ugo Valente, che non ci fa sapere da dove scrive.
La Sarkozy non mi piaceva prima e non mi piace neanche adesso. La moglie di un presidente della Repubblica deve tenere un comportamento non dissimile dalla moglie di un re o dal marito di una regina: affiancare il coniuge e non farsi notare. La pretesa modernità di Cecilia è solo scarso senso del ruolo e delle relative responsabilità. Veronica ha forse sbagliato a scrivere a Repubblica, ma il marito non aveva in quel momento cariche istituzionali. E c’erano di mezzo i figli. E, francamente, non è che Berlusconi, toccando il sedere alle ragazze, si fosse comportato da statista.
• Il lettore Paolo Morlino si chiede come sia possibile discutere in 2400, quanti saranno i delegati del Partito democratico.
Veramente saranno 2800. Onestamente non lo so neanch’io. Quando la televisione fa vedere i tavoli delle riunioni governo-sindacati, affollati da un centinaio di individui, mi ricordo di certi studi di psicologia sociale dove si dimostra che nessun gruppo superiore a quattro persone è in grado di discutere a lungo dello stesso argomento. Figuriamoci in 2800.
• Aurelio Benedetti dice che la lotta all’assenteismo si fa lavorando sui medici che rilasciano i certificati di malattia.
Forse bisognerebbe che i medici fossero dipendenti dall’azienda e con contratti a termine. Nessuno, allora, si assumerebbe la responsabilità di mandare a lavorare qualcuno malato sul serio, ma neanche vorrebbe tradire l’azienda lasciando a casa un furbo fannullone.
[Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport
21/10/2007]
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