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 2007  ottobre 22 Lunedì calendario

PECHINO

Vincitori e vinti.
Stamane si svela la nuova geografia del potere in Cina con la presentazione dei 20 membri del politburo e dei nove del comitato politico permanente, l’organo di direzione più elevato, la vera cabina di regina del Paese. Un rimescolamento dal quale esce con una investitura piena l’attuale leader Hu Jintao la cui consacrazione risulta dal plebiscito con il quale i 2213 delegati del 17˚congresso (quattro assenti) lo hanno indicato sulla scheda dei candidati per il comitato centrale: solo due non hanno scritto il suo nome.
Costretto a lasciare il potentissimo Zeng Qinghong, deus ex machina della organizzazione, numero cinque della nomenklatura, vicepresidente della Repubblica, da sempre indicato come il collaboratore più stretto dell’ex numero uno cinese, Jiang Zemin. Si ritireranno anche Luo Gan, uno dei responsabili del massacro di piazza Tienanmen, poi Wu Guanzheng responsabile della commissione disciplina.
A un gradino più basso, il politburo, finisce la carriera della «Dama di Ferro», Wu Yi, una delle protagoniste dei negoziati per l’ingresso della Cina nel Wto. In compenso entrano il segretario della Gioventù Comunista, Hu Chunhua reduce da 12 anni di carriera in Tibet, e il governatore della provincia Hunan, il quarantasettenne Zhou Qiang.

La Cina ha avviato la rivoluzione generazionale della classe dirigente. Ma non ha superato le ambiguità della sua politica che resta a cavallo fra continuità e riforme.
L’unanimità dei delegati al 17˚congresso ha emendato la costituzione del partito per fare spazio all’Hu Jintao pensiero - «la visione scientifica dello sviluppo» in una società armoniosa - mentre la segretezza del voto ha riservato la bocciatura del 7,7 per cento dei candidati al comitato centrale comunista. Segno di un’autonomia che timidamente scavalca gli ordini di scuderia: 105 sono le facce nuove per 204 posti, di cui 35 conquistati dai militari.
Dimostrazione che le forze armate pesano molto negli equilibri del potere. Oggi il «parlamentino» eleggerà il politburo che, a sua volta, selezionerà i «principi» del comitato permanente.
Hu Jintao, il segretario generale, si consolida ed esce con l’investitura a leader massimo. Dietro di lui s’impongono gli uomini della successione che avverrà nel 2012. Nell’Olimpo sale un cinquantenne (54 anni), Xi Jinping, che - al momento - è il più accreditato esponente della nomenklatura per il ruolo di futuro numero uno. Sulla carta, lo affiancherà nella corsa un altro cinquantenne (52), Li Keqiang. In largo anticipo la Cina prende confidenza con i «condottieri» del suo domani.
Entrambi sono fra i più spigliati interpreti della transizione verso l’economia di mercato e sono pure i protagonisti della prudentissima evoluzione di un partito che non smette di sentirsi suggestionato dal leninismo ma che non lascia tramontare, e forse rilancia, le speranze riformiste. Xi Jinping ha doppia laurea, essendo diplomato in ingegneria chimica e pure in legge alla Tsinghua di Pechino; mentre Li Keqiang è avvocato con master in economia della Università di Pechino, la Beida. Un biglietto da visita prestigioso.
La loro marcia, fin qui, è stata parallela. Si sono formati dentro le strutture provinciali, acquisendo meriti e considerazione lontano dal centro dell’impero. Uno, Xi Jinping, ha costruito il curriculum nel fronte ricco della Cina: è il segretario di Shanghai dove è sbarcato appena nel 2006. Pochi mesi gli sono serviti per rimettere insieme le macerie di una baracca crollata con l’arresto del vecchio gerarca della Perla d’Oriente che si era intascato i miliardi dei fondi pensione. L’altro, Li Keqiang, ha completato il percorso, avviato nella Gioventù Comunista, insediandosi nel fronte povero della Cina: è il segretario del Liaoning, il nord-est, che era la base della industria pesante e che sta ora cercando la riconversione dall’assistenzialismo collettivista alla competitività nell’elettronica e nell’alta tecnologia, grazie agli insediamenti della Toshiba, della Hp, della Panasonic, della Mitsubishi, della Sanyo e della Siemens.
Sono due uomini che condividono la necessità di riequilibrare la distribuzione della ricchezza, perciò allievi modello della linea Hu Jintao. Hanno dimestichezza con le relazioni internazionali: con gli Stati Uniti vantano una solida rete di conoscenze.
Xi Jinping ha un contatto diretto con il segretario del Tesoro, Hank Paulson, e con i manager delle multinazionali americane. Li Keqiang negli Usa ha integrato gli studi. L’uno e l’altro hanno acquisito sul campo una qualità: sono usciti dallo stereotipo del comunista imbalsamato per assumere lo stile accomodante dei sorrisi e delle strette di mano. Le forme hanno spesso il valore della sostanza. Al congresso, Xi Jinping ha chiesto alla delegazione di Shanghai di applaudire i giornalisti stranieri (miracolo), mentre Li Keqiang, quasi fossero impegnati in una gara di simpatia, si è intrattenuto con il corrispondente di un quotidiano americano avendo scoperto di condividere con lui il master nella medesima università.
Ci sono alcuni particolari che però alla fine separano questi figli di ultima generazione del «comunismo» cinese. Li Keqiang è amico personale di Hu Jintao, ottima partenza. Ma il «chimico» e giurista di Shanghai, Xi Jinping, si porta in dote i tesori familiari: il padre e la moglie. Dettagli che contano.
Il papà, Xi Zhongxun, è stato una figura storica della Lunga Marcia e vittima tre volte della paranoia maoista: dal Condottiero fu incarcerato nel pieno della faida interna comunista nel 1935; fu poi esiliato nel 1962 per avere criticato le follie visionarie del Grande Balzo in avanti; infine torturato e ancora arrestato dalle guardie rosse nella rivoluzione culturale (e con lui finì in campagna rieducativa lo stesso Jinping allora adolescente, era il 1966). Alla vigilia delle dimostrazioni di piazza Tienanmen, il vecchio Xi, allora vicepremier, si schierò con Hu Yaobang segretario generale comunista, epurato perché favorevole a una moderata riforma democratica.
La moglie, Peng Liyuan, è viva. Eccome. E’ una delle donne più apprezzate in Cina. Interprete di canzoni popolari e di melodie liriche, ambasciatrice mondiale di organizzazioni impegnate nell’assistenza ai malati di Aids, capace di presentarsi sul palco o in divisa militare o in costumi tibetani o nelle parti di Mulan, eroina del cartoon made in Disney. Spigliata, curata, abituata ai ritmi incalzanti delle telecamere. Gli Stati Uniti (il Lincoln Center for the Performig Arts) le hanno assegnato il titolo di «Oustanding Artist», artista straordinaria. Ecco: Xi Jinping, segretario di Shanghai, rispetto a Li Keqiang, segretario del Liaoning, entrambi nel Politburo e nel comitato permanente, in casa ha già una First Lady. Per giunta amata. In un paese che ha sostituito il culto del maoismo con il culto del consenso è un asso nella manica in più.