Sandro Scabello, Corriere della Sera 22/10/2007, 22 ottobre 2007
VARSAVIA
La Polonia sceglie la normalità e boccia impietosamente i gemelli Kaczynski. Il liberale Donald Tusk, leader della Piattaforma civica, sconfitto due anni fa dall’attuale presidente della Repubblica Lech Kaczynski, si prende la rivincita e sfratta dal palazzo di Aleje Ujazdowskie l’altro gemello, il premier Jaroslaw. Il suo vantaggio, stando ai primi exit poll, è di ben punti 13 punti (44 contro 31 per cento). Sarà lui a formare il nuovo governo, quasi sicuramente con il Partito contadino di Waldemar Pawlak che ha ottenuto quasi l’otto per cento dei suffragi.
In Parlamento entra un quarto partito, il Lid, un mix di ex comunisti ed ex capi storici di Solidarnosc, capitanati dall’ ex presidente della Repubblica Aleksander Kwasniewski, con il 12 per cento.
Diritto e giustizia, il partito dei gemelli, subisce un’autentica batosta. Anche se ottiene un numero di seggi superiore a quello del 2005, grazie alla sparizione degli ex alleati populisti di Autodifesa e dei cattolici radicali e antisemiti della Lega delle famiglie polacche, non sarà in grado di costituire in Parlamento la forte opposizione che i conservatori prevedevano in caso di sconfitta.
« stata la notte più lunga della mia vita. Sono l’uomo più felice del mondo. Non stiamo festeggiando la vittoria di un partito – questo il primo commento di Donald Tusk – ma la vittoria della gente che si è recata ai seggi per decidere il futuro del Paese e sentirsi meglio a casa propria. Il nostro impegno e la nostra responsabilità è che questa casa, aperta anche agli avversari, divenga sempre più accogliente. I polacchi meritano un governo e una vita migliori ».
L’estrema polarizzazione del voto, gli appelli lanciati dai giornali, l’alta carica emotiva che incombeva sulla consultazione tradottasi in un referendum sull’operato dei Kaczynski hanno spinto alle urne oltre il 55 per cento dei polacchi, il 15 per cento in più di due anni fa. Particolarmente significativa è stata la mobilitazione dei giovani, specie di quelli fra 18 e 24 anni, che negli ultimi tempi avevano disertato i seggi, indifferenti alle vicende politiche, e ieri hanno dato un contributo importante alla vittoria dei liberali.
Si confrontavano due Polonie: una aperta alla modernizzazione, ai cambiamenti, all’ economia di mercato, l’altra restia al nuovo, legata alle tradizioni, scettica se non proprio ostile all’Unione Europea, fedele al motto dei Kaczynski «Dio patria e famiglia ». Il verdetto delle urne rispecchia il desiderio di quanti vogliono voltar pagina, stendere un velo sul passato, migliorare i rapporti con i vicini, rafforzare la democrazia, creare uno Stato moderno ed efficiente. Non è piaciuta a molti polacchi la lotta contro la corruzione condotta a colpi di scandali e di dossier dell’Istituto della memoria nazionale, l’appropriazione delle istituzioni, l’uso dei servizi segreti per colpire gli avversari.
La crescita economica e il calo della disoccupazione sbandierati dal governo sono indubbiamente dati positivi, ma sulle scelte degli elettori ha pesato soprattutto la convinzione che la democrazia polacca stava incamminandosi su una strada densa di incognite, fatta di troppi controlli e limitazioni dei diritti. Hanno dato fiducia a Tusk, al programma di modernizzazione dell’economia che include un forte impulso alle privatizzazioni e l’introduzione di un’imposta unica sui redditi, già adottata in altri Paesi del Centro Europa e avversata dai conservatori perché andrebbe ad esclusivo vantaggio dei ricchi ed accrescerebbe le difficoltà dei ceti meno abbienti. Poche ore dopo i primi exit poll, Jacek Saryusz-Wolski, un dirigente di Piattaforma civica, ha annunciato che il futuro governo liberale adotterà la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, finora respinta da Varsavia.
Abbandona il potere Jaroslaw, la mente politica, l’astuto tessitore di strategie. «La nostra opera di cambiamento si è fermata a metà – ha detto – non abbiamo tradito i nostri principi e non li tradiremo. Faremo un’opposizione dura, tenendo presente il bene della Polonia e la giustizia ». Già il fratello Lech, che rimarrà ai vertici dello Stato fino al 2010, ha lasciato intendere che la coabitazione con il nuovo governo non sarà delle più tranquille.
Rimangono fuori dal Parlamento i populisti di Samoobrona travolti dagli scandali e i nazionalisti della Lega delle famiglie polacche, due formazioni impresentabili, che Jaroslaw Kaczynski aveva issato a bordo per poter governare e da cui è stato abbandonato facendo precipitare la crisi.
CORRIERE DELLA SERA
S.SC.
Ha percorso in lungo e largo il Paese spiegando ai polacchi che le concezioni liberali non fanno a pugni con la solidarietà e che nuove riforme, un’economia più aperta al mercato e l’introduzione della «flat tax» non inaspriranno il gap fra ricchi e poveri, ma renderanno la Polonia più forte, aperta, competitiva e favoriranno il ritorno in patria dei due milioni di polacchi che hanno trovato un lavoro in Inghilterra e Irlanda. Il modello di Donald Tusk, leader della Piattaforma civica, è Margaret Thatcher «che sapeva andare con tenacia controcorrente ed era capace di aspettare anche vent’anni per convincere gli interlocutori della bontà delle proprie idee».
Alto, snello, dotato di grande comunicativa (Manuela Gretkowska, la scrittrice hard, lo ha definito il politico polacco più sexy), ha fatto tesoro degli errori commessi due anni nella sfida, persa, con Lech Kaczynski per la presidenza della Repubblica.
Allora andava ripetendo «Non sono figlio del diavolo», dove la parola diavolo stava per liberalismo, un termine inviso alla maggior parte dei polacchi, un epiteto spregiativo con cui bollare gli avversari, dipinti come moralmente dissoluti e intenti ad accumulare ricchezze. Doveva difendersi dai colpi bassi come l’accusa che il nonno aveva servito nella Wehrmacht durante l’occupazione nazista e ribadire la sua «polonità », lui nato nella libera città di Danzica.
Cancellata quell’aria indolentemente svagata di persona che non si sa fino a che punto possa impegnarsi e che nascondeva con l’autoironia le proprie debolezze, ha acquistato maggior autorevolezza, conoscenza dei problemi, grinta, mettendo al tappeto con la forza degli argomenti e la competenza il premier Jaroslaw Kaczynski nel faccia a faccia televisivo che gli ha spianato la strada verso il successo. Lo ha accusato di non aver attuato nessuna riforma, di aver danneggiato i rapporti con Russia e Germania. Dove sono, lo ha incalzato, le nuove autostrade e i tre milioni di appartamenti promessi ai polacchi? Contrario all’eutanasia, all’aborto e ai matrimoni gay, Tusk vuole avvicinare di più Varsavia a Bruxelles. «La politica europea della Piattaforma conserva larghi margini di ambiguità – sostiene Grzegorz Gromadzki, politologo della Fondazione Batory – non dimentichiamo che proviene da lì lo slogan "Nizza o morte". Tusk sa che deve collaborare più strettamente con le istituzioni europee e, a differenza dei Kaczynski, conosce l’arte del compromesso».
Credente, ma praticante saltuario, Tusk due anni fa ha accompagnato all’ altare la donna con cui era sposato civilmente da più di vent’anni.
Già contestata per quella pronuncia marcata alla tedesca della erre e per i natali nella libera città di Danzica, la sua polonità è stata più volte messa in discussione in passato dagli avversari. Grazie a papa Wojtyla, ha spiegato, ha ritrovato la via della Chiesa: «Più si invecchia, più si dà importanza alle cose spirituali. Oggi gioco peggio a calcio, ma mi è più facile ritrovare nella vita ordine, calma, responsabilità e valori autentici».
Figlio di un falegname e di una segretaria, Donald nel 1970 assiste dalle finestre del liceo classico alla rivolta dei lavoratori dei vicini cantieri navali. Vede l’esercito e la milizia sparare sugli operai in sciopero che sfilano in corteo per le vie della città: «La folla cantava la Varsaviese, "ecco ogni giornata di sangue e di gloria..". Piansi a lungo a dirotto. Quel dicembre ha formato me e la mia generazione. Nessuno si illudeva, davanti allo spiegamento di tanta violenza, che il sistema comunista potesse essere riformato».
Quando, dieci anni dopo, l’elettricista Lech Walesa occupa quegli stessi cantieri navali, Tusk si sta laureando in storia. Dà un mano a Solidarnosc nel movimento studentesco. Durante lo stato di guerra vende panini nei sottopassaggi della stazione ferroviaria, lavora come operaio in una cooperativa che si occupa della manutenzione degli impianti minerari e delle centrali elettriche, collabora ad una rivista clandestina, rafforza i legami con il gruppo liberale. La sua carriera politica ripercorrerà in seguito le orme di tanti altri attivisti di Solidarnosc sballottati di qua e di là dalle aspre lotte intestine, fino alla fondazione della Piattaforma civica, il partito che lo ha candidato alle presidenziali.