Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Successo ieri della manifestazione romana contro la precarietà e per i diritti civili, indetta dai quotidiani Liberazione e Manifesto e alla quale hanno aderito Rifondazione e Pdc. Gli organizzatori hanno parlato prima di mezzo milione di persone, poi di 700 mila, infine di un milione di partecipanti.
• Lei a queste cifre non crede mai.
Lasciamo stare. Rispondiamo alla domanda: manifestazione riuscita o no? Risposta: riuscitissima. Altra domanda: cambierà qualcosa o no? Risposta: non cambierà niente. Bisogna ricordare la genesi di questo corteo di ieri: il 23 luglio governo e sindacati si accordano su una riforma del welfare e dello scalone pensionistico. La Cgil si tormenta un po’, ma dopo una settimana firma. L’ala sinistra della maggioranza non ci sta: gli pare che l’intesa consista in un piatto di lenticchie. Il 3 agosto esce su Liberazione e Manifesto, i due quotidiani d’area, l’appello alla mobilitazione per il 20 ottobre. Contemporaneamente Giordano e gli altri proclamano che, alla ripresa settembrina, pretenderanno modifiche migliorative a quel protocollo, altrimenti daranno battaglia in Parlamento. I sindacati – di nuovo uniti – fanno subito sapere che, se si modifica il protocollo, bisogna ritrovare un accordo con loro. Cioè, nulla può essere cambiato senza il loro assenso. Badi che viene anche pronunciata la frase, secondo me enorme: se il Parlamento dovesse modificare il protocollo, bisognerà rimettersi al tavolo con noi e fare un altro passaggio.
• La Costituzione prevede questo?
Ma via. Il sindacato è un’associazione di privati cittadini che non paga nemmeno le tasse. E in questa fase ha sostenuto - senza che nessuno abbia mai manifestato la minima obiezione di principio - che il Parlamento può solo approvare in blocco un’intesa sottoscritta con loro senza nemmeno “migliorarla” (migliorarla dal punto di vista sindacale, s’intende). Questo problema, di primaria importanza, è passato in secondo piano di fronte alla gara tra le due sinistre – quella sindacale e quella politica – su chi dovesse accreditarsi maggiormente nei confronti del popolo lavoratore, e specialmente di quello più maltrattato, cioè i precari (ci sarebbero a dire il vero anche i disoccupati, ma di quelli non si occupa nessuno). Ecco dunque questa strana manifestazione, indetta con largo anticipo e il cui significato si sarebbe modificato a seconda degli eventi. Per esempi se le primarie del Partito democratico fossero state un flop, il corteo di Roma avrebbe assunto le caratteristiche di una orgogliosa rivendicazione della “vera sinistra”. Se il governo non avesse ceduto un minimo alle pressioni dell’ala sinistra, il corteo avrebbe assunto caratteristiche più spiccatamente rivendicative. Eccetera. Sullo sfondo di tutto, il miraggio della nascita di una nuova forza a sinistra, che i commentatori chiamano “Cosa rossa”, e che potrebbe essere una specie di nuovo Pci.
• Quindi, la manifestazione di ieri che cosa ha significato?
Non ha significato niente, alla fine, se non una testimonianza relativa all’esserci di queste forze. Ci sono, e lo sapevamo già. E sono capaci di portare in piazza centomila o un milione di persone. E sapevamo anche questo. Però sul welfare e sul resto non possono più far nulla. E le primarie del Partito democratico sono state un successo strepitoso, e di nuovo tipo, mentre il corteo con le bandiere rosse è alla fine roba vecchia. Anche l’unità della sinistra, dopo il corteo, appare problematica: Sinistra democratica e Verdi non c’erano. La Cosa rossa sembra adesso piuttosto dimezzata.
• Ha cominciato dicendo che è stato un successo e mi finisce dimostrando che è stata un fallimento?
Oltre tutto il governo Prodi è in bilico sul serio. Quando ha ricevuto Sansonetti e Polo – i due direttori dei due quotidiani organizzatori – Prodi gli ha spiegato che «Silvio ce l’ha fatta, s’è comprato sette senatori». I due lo hanno raccontato a Giuliano Ferrara, Il Foglio lo ha pubblicato l’altro ieri, Prodi non ha smentito e i quotidiani di ieri hanno rilanciato con forza l’idea che persino il premier s’è rassegnato. Il verbo chiave di quella dichiarazione (che Prodi ha smentito solo ieri e abbastanza a fatica) è naturalmente “comprare”. I sette traditori avrebbero accettato del denaro. Per quale altra ragione si può abbandonare la maggioranza di centro-sinistra?
• E’ vero?
Berlusconi sostiene di esser pronto a dare un tetto a chi il tetto non ce l’ha più. I soldi, a sentir lui, non c’entrerebbero. Il governo, in ogni caso, sarebbe cotto sul seri anche Mastella ha detto che è ormai questione di poco e che si voterà a primavera. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport
20/10/2007]
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