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 2007  ottobre 22 Lunedì calendario

WASHINGTON

Le guerre hanno sempre bisogno di un pretesto. Ai turchi lo hanno fornito le loro stesse vittime. I curdi del Pkk. I ribelli hanno ingaggiato una battaglia con l’esercito uccidendo almeno 17 soldati in uno scontro nel Sud Est del Paese. Una decina di militari sarebbero stati catturati. Altre vittime sono state provocate da un attentato contro un corteo nuziale. Perdite pesanti anche tra gli insorti e molta paura nei villaggi curdi sul versante iracheno del confine. Nell’area sono piovuti in pochi minuti 85 tiri dell’artiglieria turca. Per alcune ore si è temuto che i quasi 60 mila soldati di Ankara schierati alla frontiera con l’Iraq potessero scatenare l’attesa offensiva entrando nel Kurdistan. Invece Ankara, che ha comunque il dito sul grilletto, ha guadagnato tempo non escludendo incursioni limitate o dimostrative.
L’impressione è che la Turchia voglia segnare punti a suo favore – intesi come sostegno internazionale, condanna per gli attacchi ribelli, impossibilità di soluzioni alternative – prima di lanciarsi in una campagna piena di insidie. Infatti Erdogan ha rivelato che il segretario di Stato Condoleezza Rice ha chiesto alla Turchia di «attendere qualche giorno» prima di reagire, mentre il presidente Bush ha definito «inaccettabili» le azioni del Pkk.
Incassata la solidarietà, Erdogan doveva dare un segnale all’esterno e calmare un’opinione pubblica infuriata per le stragi. Dopo aver presieduto una riunione di sicurezza con gli alti gradi dell’esercito e il presidente Gül, il capo dello Stato ha invitato «alla calma e al buon senso» avvertendo però che il suo governo «è pronto a pagare qualsiasi prezzo» per garantire la sicurezza ai cittadini. Un indizio che la pazienza sta finendo. Da Kiev, dopo un colloquio con il collega americano Robert Gates, il ministro della Difesa Vecdi Gonul ha confermato: «Vogliamo attraversare la frontiera ma non c’è urgenza». Parole apprezzate dall’inviato americano. Gates, affermando che il blitz non sarebbe imminente, ha sostenuto la necessità di raccogliere maggiori informazioni sulla presenza del Pkk. In realtà tutti sanno benissimo dove si trovino i peshmerga. Rilasciano interviste, diffondono comunicati, ricevono giornalisti tra le case sui monti Qandil.
Come è già avvenuto nei giorni scorsi, il governo turco mantiene la minaccia dell’intervento e scruta le mosse dell’Iraq. Ieri, il presidente Jalal Talabani (curdo), dopo un incontro con l’altro leader Masud Barzani, ha di nuovo invitato il Pkk «a deporre le armi o lasciare la regione». Le reazioni dei curdi iracheni tradiscono una certa difficoltà. Talabani, forse per giustificare la mancanza di atti concreti, ha sottolineato che il suo governo «non è in grado di combattere il Pkk». Barzani ha escluso che i suoi miliziani prendano le armi per proteggere i guerriglieri, ma ha ribadito che sono decisi a difendere la popolazione da eventuali attacchi della Turchia. Dichiarazioni da prendere sempre con le molle, visti i frequenti cambi di posizione da parte della leadership curda in Iraq. Talabani e Barzani continuano a perseguire «una soluzione diplomatica » (oggi ci saranno nuovi colloqui ad Ankara) anche se è difficile scorgerne i parametri. Dove può trasferirsi il Pkk? disposto ad abbandonare il Kalashnikov? E cosa offre in cambio la Turchia?
La geografia poi non aiuta. Il Pkk controlla il versante occidentale e meridionale dei Qandil, un totale di 50 chilometri quadrati vicino al confine con l’Iran. Le installazioni del partito confinano con quelle dei curdi del Pjak iraniano, spesso vittime dei bombardamenti dei pasdaran, e le casupole dei profughi curdi di Siria. Per stroncare gli insorti la Turchia deve arrivare in mezzo a questi picchi e non è cosa da poco.

ANTONIO FERRARI
Un cinico potrebbe pensare che la feroce imboscata tesa dai guerriglieri curdi del Pkk all’esercito turco abbia risolto gran parte dei dubbi che si affollavano nella mente del premier Recep Tayyip Erdogan: incerto tra la volontà di impartire una dura lezione ai separatisti-terroristi, come pretendono le forze armate e l’opinione pubblica; la necessità di non guastare oltremisura l’alleanza con gli Stati Uniti, decisamente contrari ad operazioni militari nel Kurdistan iracheno; e infine l’esigenza di non urtare l’Unione europea, per non veder svanire la tribolata marcia verso l’adesione al club.
Ma la realtà è che l’imboscata di ieri, costata la vita a 17 soldati e condannata dal presidente Bush, e l’immediata rappresaglia con 32 combattenti curdi uccisi, se da una parte offre un alibi e allevia i timori del primo ministro, dall’altra serve ai separatisti, che avendo dichiarato guerra totale a militari e politici turchi puntano evidentemente a due obiettivi: dividere i fratelli curdi del nord dell’Iraq, e allargare pericolosamente il conflitto, facendo esplodere tutte le possibili contraddizioni.
Certamente a Erdogan non saranno piaciute le divergenti dichiarazioni del presidente iracheno di etnia curda, Jalal Talabani, che chiede al Pkk di deporre le armi, e quelle del leader della regione dove si trovano i pozzi di petrolio più ricchi dell’Iraq, Massud Barzani, che domanda garanzie politiche per il Pkk.
Soltanto nel caso di un chiaro rifiuto ad offerte di pacificazione, Barzani si dice pronto a definire terroristi i combattenti curdo-turchi.
Riaffiorano insomma le divisioni di sempre, e i problemi per Erdogan s’infittiscono invece di risolversi.
Il premier, che quando è sotto pressione non è certo un campione di diplomazia, ha espresso irritazione nei confronti dei soliti mass media, per come hanno riferito e analizzato gli avvenimenti di ieri. E ora divide incertezze e responsabilità con il neo-presidente della Repubblica e suo delfino Abdullah Gül. Entrambi sono impegnati in una serie di delicati vertici che continueranno anche nei prossimi giorni, per cercare di ris olvere l’equazione impossibile: combattere i guerriglieri, tenere unita la Turchia e salvare le alleanze internazionali. Un Kurdistan iracheno in fiamme sarebbe infatti l’ultima spallata a quel poco che rimane delle istituzioni del Paese.
Erdogan sa che l’unica speranza si innerva nella volontà di non chiudere gli ultimi spiragli diplomatici, e le Forze armate potrebbero forse assecondarlo. Il compatto sostegno parlamentare ai militari ha infatti attenuato gli aspri contrasti fra i nazionalisti e il partito islamico moderato dell’Akp, che ha stravinto le elezioni. Sono ore cruciali. Basti pensare che persino l’esito del delicato referendum sulle riforme costituzionali (come l’elezione diretta del capo dello Stato), approvato ieri nonostante la scarsa affluenza alle urne, passa decisamente in secondo piano.

Arroccati nel loro nido dell’aquila, i monti Qandil al confine con l’Iran, i guerriglieri del Pkk si preparano a rispondere alla probabile offensiva turca. Sembra quasi che la desiderino. L’attacco provocherà vuoti nelle file dei ribelli ma accenderà l’attenzione internazionale sul conflitto. Senza contare i rischi di «contatti» con le formazione curde dell’Iraq.
Consapevole di ciò, la dirigenza separatista ha giocato la carta della provocazione. L’ultimo agguato costato la vita a 17 soldati ne è la conferma. Il Pkk vuole attirare il nemico nella sua tana per poi logorarlo. E l’offensiva turca potrebbe servire anche a compattare un movimento che dalla cattura del suo leader Abdullah «Apo» Ocalan ha faticato a trovare una linea comune.
La vecchia guardia del Pkk è divisa tra i Qandil e il comodo asilo in Europa. Sui monti – distanti circa 100 chilometri dal confine turco – la figura più rappresentativa è Murat Karayilan. Afferma di poter disporre di 6-7 mila uomini – i turchi ne stimano la metà – e di essere in grado di portare la guerra in Turchia. Karayilan, temprato da una lunga militanza, è un pragmatico. Ha rinunciato al sogno dell’indipendenza e si batte per un regime di autonomia. Al suo fianco un buon numero di dirigenti storici. Tra questi c’era anche Riza Altun, mente politica e finanziaria del movimento, ma è stato assassinato insieme a tre altri esponenti proprio nel rifugio. Un guerrigliero-kamikaze si è fatto esplodere durante una riunione. Per la stampa turca si è trattato di una resa dei conti, mentre fonti curde non escludono un lavoro sporco degli 007 di Ankara.
Il primo scenario rappresenterebbe una conferma sanguinosa delle forti rivalità. All’inizio dell’ estate Karayilan aveva proposto un cessate al fuoco alla Turchia ma era stato «sconfessato» da un paio di attentati compiuti dai «Falchi», organizzazione staccatasi dal movimento nel 2004 e fautrice della lotta ad oltranza. Potremmo definire i «Falchi» come i «giovani curdi»: accusano la vecchia dirigenza di essere troppo morbida e di aver svenduto la causa. Sono molto presenti nelle città dove reclutano tra quanti sono stati costretti a lasciare il Sud Est a causa della repressione.
Le posizioni di «Falchi» non sono lontane da quelle dei giovani combattenti raccolti sulle montagne. Una volta la disciplina del Pkk era ferrea, chi dissentiva veniva eliminato. Adesso le reclute vedono il conflitto con disincanto. Vogliono battersi, sono decisi a difendere la loro cultura e probabilmente non riconoscono agli attuali dirigenti il carisma che aveva Apo. Inoltre il movimento ha sofferto in termini di immagine dopo la rottura decisa da Osman Ocalan, il fratello di Apo. Nel 2005, contrario a qualsiasi tregua, si è trasferito a Mosul portandosi dietro una quarantina di quadri di livello medio-alto.
I dissidi (a volte enfatizzati dalla propaganda turca) si riflettono sulla conduzione della rivolta. L’ala radicale vuole imitare le tecniche irachene e ampliare le operazioni nei centri abitati, senza badare troppo a chi sono le vittime. Spesso negli attentati dei «Falchi» sono rimasti coinvolti degli stranieri. Ma in questo modo la ribellione assume forme terroristiche: il Pkk, è bene rammentarlo, ha impiegato uomini e donne kamikaze. L’ala pragmatica preme, invece, per una linea simile a quella dei curdi iraniani del Pjak con i quali condivide una porzione di territorio. Guerriglia pura, concentrata su bersagli militari ed economici. L’importante oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan rientra nella lista dei bersagli.
Buona parte della strategia è stata elaborata, mesi fa, da un comandante attestato su posizioni oltranziste. Il «dottor» Baoz, alias Fehman Huseyn, è uno dei tanti curdi siriani che militano nel Pkk. Una componente considerevole: secondo alcuni analisti quasi il 20% dei partigiani verrebbero dalla Siria. Una parte milita con il partito dagli anni ’80, un’altra è composta da giovani ribelli scappati alla persecuzione in Siria. Damasco non solo ha troncato i rapporti con il Pkk, ma ha soffocato le spinte autonomiste dei «suoi» curdi (1,7 milioni). E la stessa cosa hanno fatto gli iraniani. Senza protezione, i militanti hanno trovato casa nel Kurdistan iracheno. L’ultima trincea per difendere un progetto impossibile.