Sergio Romano, Corriere della Sera 22/10/2007, 22 ottobre 2007
Non ho ben capito quale sia stata la dinamica che ha portato la Bulgaria e, specialmente, la Romania a entrare nell’Unione Europea
Non ho ben capito quale sia stata la dinamica che ha portato la Bulgaria e, specialmente, la Romania a entrare nell’Unione Europea. Quali sono i vantaggi per questi Paesi? E per l’Ue? Mi sembra, purtroppo, che per l’Italia i risultati siano molto negativi, basta solo pensare alla libera circolazione di certi romeni nella zona Schengen. O mi sbaglio? Maria Grazia Zanier zanierwells@fastwebnet.it Cara signora, i romeni che stanno creando parecchi fastidi al ministro degli Interni e ai sindaci di molte città italiane sono soprattutto zingari. Quando decidemmo, immediatamente dopo l’adesione, di non applicare alla Romania le restrizioni temporanee sul libero movimento delle persone, dimenticammo probabilmente che questo Paese ha una delle più numerose comunità Rom in Europa. Qualche lettore, negli stessi giorni, ha ricordato che non è giusto attribuire ai romeni i caratteri e le peculiarità di un popolo che soltanto l’Urss e i regimi comunisti poterono costringere, con mezzi molto bruschi, a divenire sedentario. Le ragioni dell’adesione non sono diverse da quelle che valgono per gli altri Paesi del blocco sovietico. La fine della guerra fredda e il collasso dei sistemi comunisti hanno lasciato sull’uscio di casa nostra una decina di trovatelli bisognosi di crescita economica e di sicurezza. A chi avrebbero potuto rivolgersi se non a quei Paesi dell’Europa centro-occidentale che avevano creato nei decenni precedenti un buon modello di integrazione economica e ne avevano tratto grande profitto? Avremmo potuto sottrarci a questa responsabilità e lasciare che ciascuno di essi risolvesse da solo i propri problemi. Ma i mutamenti di regime e il collasso dell’economia possono diventare fattori di crisi rivoluzionarie e guerre civili. Se alcuni Paesi del vecchio blocco sovietico fossero precipitati nel caos che ha caratterizzato per alcuni anni la Jugoslavia, i membri dell’Unione Europea ne avrebbero sofferto le conseguenze: rifugiati, traffico d’armi, contrabbando, interferenze politiche di varia origine e natura. Non avevamo altra scelta quindi fuor che quella di dare a questi Paesi una prospettiva, una speranza e, in attesa dell’adesione, qualche consistente aiuto materiale. Complessivamente questa strategia ha dato buoni risultati. Il desiderio di entrare nell’Unione e l’assistenza fornita da Bruxelles hanno indotto i trovatelli a riformare i loro sistemi legislativi e amministrativi per adeguarli agli standard dei Paesi a cui volevano assomigliare. Anche la Bulgaria e la Romania (per molti aspetti i Paesi più arretrati del gruppo) hanno fatto in questi anni grandi progressi. Questo non significa che tutto sia andato nel migliore dei modi e che l’Unione Europea non abbia commesso errori. Prima di accogliere i nuovi arrivati avremmo dovuto preparare l’Ue all’allargamento rendendola governabile. E avremmo dovuto farlo con largo anticipo per impedire ai nuovi membri di imporre le loro regole. Chi bussa alla porta di un’associazione non dovrebbe essere autorizzato a scriverne gli Statuti prima di farne parte. quello che è accaduto invece al Consiglio europeo di Nizza nel dicembre 2000 quando fu permesso alla Polonia di imporre con l’aiuto della Spagna un sistema di voto che avrebbe paralizzato l’Unione. La fase successiva non fu migliore. La ratifica del trattato costituzionale avvenne quando i nuovi membri facevano già parte dell’Unione; e l’allargamento realizzato senza garanzie di governabilità ebbe probabilmente un peso decisivo sul voto negativo dei francesi e degli olandesi. Forse sarebbe stato meglio offrire ai nuovi arrivati una soluzione diversa da quella della piena adesione. Ma non potevamo fare pagare ai bulgari e ai romeni l’errore che avevamo commesso a favore dei loro colleghi più fortunati. Adesso non ci resta che riparare i danni in due modi. Occorre dare all’Europa una Costituzione, come sembra sia accaduto a Lisbona negli scorsi giorni. E occorre che i Paesi di più ferme convinzioni europeiste si stacchino dal gruppo per raggiungere meglio obiettivi più ambiziosi.