Paolo VI, la forza della fede
Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Le donne potranno votare in Arabia, e questa notizia ieri è diventata subito la prima di molti siti, che hanno titolato «svolta epocale» ecc.
• In Arabia c’è il parlamento, con i partiti, il governo,
le elezioni?
No, l’Arabia è una monarchia assoluta, dominata da un
sovrano di 82 anni che si chiama Abd Allah bin Abd al-Aziz Sa’ud. Chiamiamolo
semplicemente Abdallah, come fanno quasi tutti i giornali italiani. Non esiste
il parlamento, bilancio dello stato e bilancio della famiglia reale coincidono,
il regime di permessi e divieti è vago, si può finire frustati o condannati a
morte per gli stessi reati per i quali a un altro sono stati dati pochi giorni
di galera. Alle donne fino a poche settimane fa non era concesso neanche di
lavorare, non potevano uscire se non accompagnate da un uomo, non potevano
andare dal medico senza il permesso del marito, del padre o del fratello, non
potevano andare a spasso se non con l’abaya, il lungo abito nero che le copre
dai capelli ai piedi, dato che per quella sensualissima società basta un piede
di donna per finire all’inferno. È vero che questi tabù, mai codificati ma di
cui quella comunità è intrisa anche grazie alle fatwa, si sono un po’ allentati
da qualche anno in qua, qualche eccezione si vede e, per esempio, la storia del
voto alle donne, se vogliamo, è stata preceduta dalla decisione di concedere
l’assunzione di commesse nei negozi di biancheria femminile, in modo da
togliere dall’imbarazzo le arabe costrette a chiedere un paio di mutandine a un
venditore maschio (questa riforma, più esattamente, viene detta “riforma del
reggiseno”).
• Ma allora a quali elezioni sono state ammesse?
A quelle municipali, che si sono svolte per la prima
volta nel 2005 e già allora non fu semplice ammettere che qualcuno potesse
votare (si concesse poi il suffragio ai maschi ma per eleggere solo la metà dei
componenti i 178 consigli municipali, restando l’altra metà di nomina regia).
In ogni caso, le donne non saranno ancora ammesse alle elezioni municipale
indette per giovedì prossimo, dovranno aspettare quelle che avranno luogo nel
2016. Nel frattempo però potranno sedere nel Consiglio della Shura, una specie
di senato, di nomina reale e che ha solo potere consultivo. Cioè il re quando è
incerto su una decisione da prendere oppure vuole un consenso più ampio a
qualche sua idea, chiede un parere a questo Consiglio della Shura, il Consiglio
si esprime con un voto e poi il re si regola comunque di testa propria. È
successo così anche in questa faccenda del voto femminile: all’inizio di giugno
il Consiglio della Shura ha approvato con 81 voti favorevoli e 37 contrari il
progetto di legge relativo al diritto per le donne di votare nelle elezioni
municipali. Questo atto, già significativo, sarebbe però rimasto privo di
conseguenze pratiche se re Abdallah non avesse firmato la legge, cosa che il re
ha annunciato ieri: «Dato che rifiutiamo di emarginare le donne dai ruoli della
società che sono conformi alla sharia…». Lei deve sapere che i sauditi sono tra
i più rigidi nell’applicazione del Corano. I sauditi sono islamici wahabiti.
• Che significa?
Muhammad ibn Abdul Wahab, predicatore settecentesco,
il cui insegnamento vent’anni fa ha infranto i confini della penisola saudita
esportandosi in ogni angolo dell’Islam, mediante l’invio di imam e predicatori,
e la creazione di scuole in più di 100 paesi. Quando noi diciamo
“fondamentalismo islamico”, parliamo sostanzialmente del “wahabismo”, detto
pure “salafismo”. Una dottrina per la quale il 90 per cento dei musulmani sono
impuri, e sono impuri il 100 per cento dei cristiani, degli ebrei e dei
non-musulmani. È per questo che la svolta di Riad può essere considerata
epocale.
• Non c’era stata qualche settimana fa una
specie di rivolta delle donne arabe che volevano guidare la macchina?
Sì, sempre a giugno. Anzi il 17 giugno, giorno della
manifestazione, rischia di diventare una specie di 8 marzo d’Oriente. E
tuttavia su quell’episodio, seguito con grande partecipazione dalla stampa
occidentale, sento che ha qualche fondamento il dubbio di Madawi al Rasheed,
docente di teologia e studi religiosi del King’s College di Londra, la quale
pensa che la stessa monarchia saudita abbia operato perché l’Occidente si
concentrasse su quell’episodio e non badasse troppo ai modi con cui re Abdallah
stava arginando la primavera araba.
• Massacri?
Al contrario. Il re ha distribuito ai suoi sudditi
(che già godono di un reddito medio di 14.500 dollari) circa 90 miliardi di
dollari in aumenti di stipendio, due mensilità omaggio a tutti, nuovi
appartamenti a buon prezzo, eccetera. Più un 160-170 milioni versati nelle
casse dei circoli religiosi. Abdallah aveva guadagnato bene l’anno scorso, col
petrolio ai massimi: almeno 147 miliardi di dollari, secondo calcoli occidentali.
È difficile per un popolo fare la rivoluzione quando si hanno tanti soldi.
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