Maurizio Crosetti, la Repubblica 26/9/2011, 26 settembre 2011
LA SCOSSA?
Tra le invisibili leggende del calcio, "la scossa" è tra le più discusse ma anche seguite, praticate eppure smentibilissime. Cambiare al volo l´allenatore serve? Elettrizza davvero i giocatori spenti? Guardando l´Inter di Ranieri (ma forse sarebbe meglio dire "con" Ranieri), parrebbe di sì. Siccome in campo manca sempre la controprova, bisogna accontentarsi di indizi e risultati, senza sapere cosa sarebbe accaduto in caso contrario. Del resto, la tormentata storia delle panchine è piena di casi uguali e contrari. Senza regole, solo eccezioni. E senza certezze.
Cambiare sempre. Massimo Cellino viene considerato il massimo cannibale di allenatori italiano, insieme al suo collega Zamparini: ne ha cambiati 23 in quasi vent´anni. «Ma ho sempre sbagliato nel tenere chi volevo mandare via, non viceversa». Perché c´è un momento, dice Cellino, in cui la misura è colma: «Quando l´allenatore perde la testa. Quando gli sfugge il controllo della squadra. Quando pensa di essere lui il padrone, il capo. Quando si mette contro il presidente. Quando si è già accordato con altri per la stagione successiva, come fece Allegri quando andò al Milan, e con noi prese 4 punti in 14 partite. Ma è anche vero che l´avevo tenuto, prima, quando aveva ottenuto zero punti su quindici. Quando mando via l´allenatore non ci dormo la notte, per questo preferisco farlo di sera. Il presidente di un club di provincia ha paura di retrocedere, il tempo è poco. È come cavalcare un toro, si decide d´istinto, e comunque io a Cagliari ci metto la faccia e i soldi da una vita. Al contrario, i giocatori li cambio pochissimo perché contano più dell´allenatore: sono la parte migliore del calcio, ragazzi ancora capaci di sognare». Però, accidenti, mandare via il tecnico prima del campionato... «Donadoni me ne aveva combinate troppe. Dopo un´amichevole lo presi da parte e gli dissi: lei è stato esonerato dal Lecco, dal Genoa, dal Livorno, dalla nazionale e dal Napoli. Prego, s´accomodi».
La virtù della pazienza. Ma se Cellino fosse stato presidente dell´Udinese, l´anno scorso avrebbe quasi certamente cacciato Guidolin dopo quattro sconfitte nelle prime quattro partite. Poi quel disastro si trasformò in trionfo. E allora, chi ha ragione? «La scossa, nel mio caso, fu la pazienza della società», racconta Guidolin. «L´esonero è sempre una sconfitta per tutti, un errore collettivo. Il calcio italiano non è il paese della pazienza, e infatti domina la precarietà. Poi, devo ammettere che si può far bene anche quando si subentra: a me accadde a Bologna, Palermo, Parma. In quei casi, ai ragazzi dico che faccio l´allenatore e non l´elettricista, e che la famosa scossa dipende da loro. Buonsenso, competenza e carisma sono le uniche risorse cui appellarsi, il resto è casualità o fortuna».
Anche Carletto Mazzone conobbe il lato buono della pazienza, quando Sensi lo tenne alla Roma (stagione ‘95-´96) nonostante due soli pareggi nelle prime cinque partite. «Ebbe fiducia, recuperammo e l´anno dopo finimmo terzi, con una semifinale di Coppa Italia». Dall´alto dell´esperienza (38 stagioni in panchina) e dell´età (74 anni), Mazzone non demonizza l´eventualità dell´esonero: «A volte, lo ammetto, ci sta. E funziona. Certo, così si dà un bell´alibi ai giocatori». E se fossero loro, qualche volta, a licenziare gli allenatori giocando contro? «No, io ho un giudizio positivo sulle persone e non ci credo». Ma se la scossa esiste, con quali parole bisogna introdurla nello spogliatoio? «Io, arrivando, ho sempre fatto lo stesso discorso: mi fido di voi, siete professionisti in gamba, cerchiamo di sbagliare poco tutti insieme, pensiamo a domenica, fateme vede´ qualcosa e tu, capitano, devi aiutarmi più di tutti».
Senza fissa dimora. L´assenza di certezze e i cali di tensione producono strane tipologie di allenatori. Ci sono quelli che aspettano a lungo, nel salotto di casa o in qualche studio televisivo, dove comunque resiste una certa visibilità e non si svanisce mai del tutto. Serse Cosmi è un esperto di attese: «La panchina mi manca biologicamente, ne ho dipendenza fisica». Eppure, pur essendo un potenziale subentrante, lui non crede alla teoria della scossa: «Quella vera, è la fiducia nell´allenatore. Presidenti come Lotito e Della Valle hanno dato forza alle loro panchine, non cambiandole. La scossa è un alibi, figlio talvolta della necessità». Oppure, delle eventuali manovre dello spogliatoio? «Chi pensa che i calciatori possano giocare contro il tecnico, ha un concetto troppo elevato di loro. Non sono in grado di elaborare strategie tanto sofisticate».
E se poi va peggio? Nel bizzarro universo del calcio, può anche capitare che la scossa la prenda chi cambia l´allenatore, e ne resti incenerito. Fu il destino di Massimo Moratti, quando nel ‘99 mandò via Gigi Simoni dopo una vittoria contro il Real Madrid. «Poi lessi una sua intervista, nella quale aveva ammesso l´errore e tanto mi bastò. Anche se non ho mai capito quel licenziamento». Gli anni non guariscono tutte le ferite, Simoni lo sa bene: «Dopo l´esonero all´Inter, pensai addirittura di smettere. C´ero rimasto troppo male, eravamo terzi, e l´anno prima avevamo perso lo scudetto contro la Juve in quel modo che tutti sanno». L´Inter si sarebbe infilata nel tunnel di altri cambi dannosi più che inutili: Lucescu, Castellini, Hodgson, ancora Castellini. «Mi rimproveravano di non giocare abbastanza bene, ma poi cosa vuol dire giocare bene? Io, scusate, da una quarantina d´anni preferisco vincere. Se si gioca anche bene, okay, altrimenti pazienza».
Ecco, "pazienza": è la parola attorno alla quale ruota tutto, specialmente quando manca, e in Italia manca quasi sempre. Anche se, per una volta, l´elettricista Ranieri (ma non era un meccanico?) non sarebbe d´accordo.