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 2011  settembre 26 Lunedì calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 198 - NON UNA NAVE MA DUE

Questa nave... partiva da Quarto?

Non era una nave, ma due navi. Raccontiamo però la cosa dall’inizio. Quando la notizia del moto di Palermo (4 aprile) era arrivata a Torino, Garibaldi era andato da Vittorio Emanuele e La Masa era andato da Cavour. C’era stata anche una riunione dei meridionali della città, 84 in tutto. Avevano votato un ordine del giorno per l’annessione del Regno delle Due Sicilie ed eletto un comitato composto da La Farina, Poerio, Piria, Mancini, Pisanelli, Conforti, Interdonato.

Chi è La Masa? Quello che andava la mattina da Cavour si chiamava La Farina.

La Masa era un siciliano fidato. Un repubblicano che aveva sempre sostenuto il re Vittorio Emanuele e la fusione col Piemonte. Non mi chieda come s’immaginasse la cosa. La Masa vedeva tutto facile. Disse a Cavour: «Partiremo comunque, andremo in Sicilia con il vostro aiuto o senza». Cavour lo mandò da La Farina. La Farina promise che gli avrebbe procurato l’imbarco e i soldi necessari.

Intanto Garibaldi era andato da Vittorio Emanuele.

Al re Garibaldi disse che stava per capitanare una spedizione in Sicilia. Voleva che gli mettesse a disposizione la brigata Reggio, dove combatteva un suo vecchio luogotenente, il Sacchi. Vittorio Emanuele aveva una gran voglia di aiutarlo. Ma, interpellato Cavour, vide il conte infiammarsi. Non solo non gli doveva dare niente, ma la spedizione andava scoraggiata. La differenza tra Garibaldi e La Masa era che La Masa era fidato e Garibaldi no. Garibaldi se ne tornò a Genova.

Non c’era troppa gente che voleva partire per la Sicilia? E la Sicilia, intanto, non stava facendo una rivoluzione per conto suo?

Una specie di rivoluzione... Non è che il generale fosse proprio convinto di quell’avventura. Venti giorni prima aveva scoraggiato Rosolino Pilo. « Nel tempo presente non credo opportuno un moto rivoluzionario in nessuna parte d’Italia a meno che non avvenga con non poca probabilità di successo; oggi la causa del paese è nelle mani dei faccendieri politici che tutto vogliono sciogliere con trattative diplomatiche ». Rosolino Pilo, insieme a Giovanni Corrao, era partito lo stesso. Erano poi venuti Nino Bixio e l’avvocato Francesco Crispi. Volevano partire per forza e dare a lui il comando. Aveva resistito un po’, poi aveva detto: «Va bene, se la rivolta dura, andremo». Aveva mandato Bixio a cercare una nave e Crispi a Milano, alla direzione del «Milione di fucili».

Il «Milione di fucili»...?

Il «Milione di fucili» era una curiosa associazione, fondata dallo stesso Garibaldi, che con l’appoggio del governo raccoglieva armi e denaro. Aveva i locali in via Santa Teresa. Nella caserma dei carabinieri c’era anche un laboratorio per riparare le armi. Crispi, quando arrivò, si trovò in una specie di paradiso. C’erano fucili prussiani, fucili francesi modello 42, fucili rigati austriaci, stützen, duemila carabine nuove Enfield. Gli avrebbero dato tutto. Tornò a Genova felice. Per l’imbarco Bixio si rivolse a Bertani, il patriota delle Cinque giornate, il medico della Repubblica romana. Bertani lo presentò a Fauchè, procuratore della società di navigazione Rubattino. «Si tratterebbe di lasciarci rubare un vapore di notte. Qualunque vapore. Il “Piemonte”, “Il San Giorgio”». Gli mostrò una lettera di Garibaldi. Il generale offriva centomila franchi in garanzia. Fauchè avrebbe accettato anche senza quelli.

Aveva istruzioni dall’armatore Rubattino?

Dopo venne licenziato.

Dove stava Garibaldi?

Come quartier generale aveva scelto Villa Spinola, a Quarto. Era la casa del Candido Augusto Vecchi, vecchio commilitone di Garibaldi. «Vecchi!» aveva gridato il generale spalancando la porta «Vengo come Cristo a trovare i miei apostoli e stavolta ho scelto il più ricco. Mi volete?». Vecchi, col viso rigato di lacrime: «Per Dio, generale...». Arrivarono gli altri. Passarono ore nella camera di Garibaldi, la carta della Sicilia spiegata sul letto, mozziconi di candela sparpagliati dappertutto. L’unico che era stato in Sicilia e conosceva i luoghi era Crispi. Ma Crispi era un avvocato e, dal punto di vista militare, serviva soprattutto conoscere gli avvallamenti, i ripari naturali. Erano incerti anche sul punto dello sbarco. Poi si resero conto che le armi del «Milione di fucili» non arrivavano. Non si capiva che cosa fosse successo. Crispi ritornò a Milano, risultò che il carabiniere, il colonnello Arnulfi, non voleva far uscire le casse dai locali. «Ordini assoluti! Niente, niente!». Andarono dal governatore di Milano. Era Massimo d’Azeglio. Scoprirono che all’origine del divieto c’era lui. «Ma vi rendete conto che a Napoli abbiamo un ministro?». Non voleva assumersi la responsabilità, non era poi certissimo che le armi sarebbero state veramente consegnate a Garibaldi. Crispi decise di rivolgersi direttamente a Cavour. Ma il conte in quel momento era in viaggio col re a Firenze (non avevano ancora litigato) e a Torino trovò solo Farini, ministro dell’Interno. Farini, senza il presidente del Consiglio, non se la sentiva. Crispi era disperato. Armi meravigliose a disposizione e neanche una che si potesse prendere! Mentre tornava a Genova, ripassava l’elenco di quel paradiso perduto: duecento fucili austriaci rigati, quarantotto carabine revolver, cinquantun pistole revolver, tremila settecento quarantaquattro fucili prussiani ancora da mettere a punto...