Lucia Annunziata, La Stampa 26/9/2011, 26 settembre 2011
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L’Arabia Saudita in primavera ha inviato il suo esercito – una violazione del diritto internazionale che si è preferito non rilevare – in Bahrein, per disperdere con la forza le proteste che assediavano la monarchia locale, sunnita come quella saudita. Nella casa dei Saud ha trovato ospitalità per tre mesi il Presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, in fuga dalla sua nazione, oggi sull’orlo della guerra civile, e dove è tornato questa settimana – con una mossa cui si guarda con certa apprensione da Washington. Lo Yemen è un punto strategico per gli Stati Uniti per la profonda collaborazione stabilita negli ultimi anni fra la intelligence yemenita e la Cia nella lotta contro Al Qaeda che in Yemen ha importanti basi. In agosto, poi, re Abdullah ha rotto con la Siria, Paese alleato dell’Iran, guidando uno schieramento contro Damasco formato dalle monarchie sunnite.
Nell’insieme, dunque, l’Arabia Saudita sembra voglia mettersi alla testa di un fronte che cerca di fermare le rivoluzioni arabe nel Golfo, stringendo un patto fra sunniti per fermare la dilagante influenza iraniana che in parte queste rivoluzioni diffondono.
Ma forse il segno più sorprendente di questo attivismo saudita, è l’attivismo in sé. Il regno ha un peso internazionale enorme, per petrolio, alleanze e intrighi che sa muovere, ma ha sempre esercitato il suo ruolo secondo una strategia di segretezza, rimanendo sempre in secondo piano, preferendo la diplomazia della intermediazione a quella dei proclami. Il fatto che il re oggi si esponga, parli ai suoi sudditi, prenda decisioni clamorose, e vada in tv, è in sé l’indicazione che un cambiamento è già avvenuto: la misteriosa casa dei sauditi ha dovuto mettere la faccia sulla sua politica.»