Matteo Nucci, la Repubblica 26/9/2011, 26 settembre 2011
LACRIME PER L´ULTIMA FIESTA BARCELLONA SALUTA LA CORRIDA
"Libertad, libertad, libertad". Il grido echeggia mentre escono i toreri portati in trionfo. Piange il vecchio addetto all´arena. Piange un appassionato torturando tra le mani nodose il vecchio berretto. Piange una ragazza che ha dipinto di rosso le labbra per la serata d´altri tempi. E chissà quanti ancora piangono. Molti si abbracciano. Moltissimi, come è abitudine in Spagna, si fanno un cenno: ci si rivede al bar. Tutti gli altri, fra i ventimila che hanno riempito la plaza de toros di Barcellona, prima che sia chiusa per sempre, si sono divisi in due gruppi. Chi è in cerca di una reliquia si è gettato nell´arena per raccogliere l´ultima sabbia torera. Chi vuole gridare al resto della città il suo orgoglio, segue il corteo improvvisato con cui si portano sulle spalle i toreri trionfanti fino ai rispettivi hotel. Un rito che pareva seppellito nel passato di una Spagna profonda e che è tornato in auge proprio nella Spagna più moderna del nuovo millennio, quella della Catalogna che ha scelto di abolire la fiesta nacional - come qui è chiamata la corrida.
Sarà difficile dimenticare quest´ultima tarde. Dopo la serata del sabato in cui tre star del toreo avevano dato il meglio, è stata la volta del più grande torero esistente, il matador austero e ieratico che ricorda Manolete: Josè Tomas. «Hanno resuscitato un morto» mormora Ruben Amon, esperto taurino e giornalista di El Mundo. Qui a Barcellona la tradizione si era troppo indebolita per resistere agli attacchi di chi ha giocato sulla corrida per allontanarsi dalla Spagna. Ma adesso l´orgoglio è rinato: dopo il voto sono partite molte iniziative con cui stiamo cercando di unire le forze per difendere la fiesta nacional, Amon è diventato il coordinatore del cosiddetto G10, una specie di gruppo con cui i toreri più celebri cercano di essere ascoltati dalle autorità. Perché se Barcellona è persa, il pericolo è perdere la Spagna intera. Il timore che i divieti possano estendersi ha gettato nel panico un mondo da sempre abituato a non mettersi in discussione.
La battuta di un celebre torero di inizio secolo, Rafael El Gallo, circola sempre come un talismano tra uomini che spesso snocciolano cifre in pesetas. «A Parigi non ci sono corride? E cosa si fa allora di domenica?».
Niente è eterno però. E così, impresari, allevatori, toreri, appassionati e tutto il grande carrozzone taurino, cercano forme di unione laddove la piccola polemica interna era abitudine quotidiana. La prima conquista è stata far passare la responsabilità delle corride al Ministero della Cultura. Piccolo passo verso il vero fine: inserire la corrida tra i beni di interesse culturale.
Perché questo accada non soltanto a parole, pero´ il mondo dei tori deve rinnovarsi. Non basta infatti la difesa con cui grandi intellettuali sono intervenuti nel dibattito catalano. Il filosofo della Sorbona Franciss Wolff ha dato alle stampe un libro intitolato "50 ragioni per difendere la corrida". Fernando Savater ha pubblicato "Tauroetica". Mario Vargas Llosa ha ritirato il Nobel stringendo tra le mani la montera (il copricapo torero). Tutto questo però non basta. Come notano tutti gli appassionati, quel che serve e´ innanzitutto rigore nel mantenere l´integrità del toro selvaggio, una specie antichissima e che sarebbe altrimenti estinta se non l´avesse tenuta in vita la tauromachia.
Nel frattempo, del resto, l´orgoglio è rinato. Lo si può vedere al bar Brteton davanti alla plaza, dove gli appassionati negli ultimi anni usavano ormai ritrovarsi nei sotterranei, come carbonari costretti a nascondersi. Immagini di tori e toreri sono ricomparse dietro al bancone posseduto dai cinesi. C´è addirittura una cartolina che recita "Barcelona ciudad taurina". Per la strada si sente parlare spagnolo, catalano ma anche francese, tedesco e italiano (oltre sessanta i nostri connazionali arrivati qui con il Club Taurino Milano o con il blog "Alle cinque della sera").
«Sono qui per difendere la possibilità di assistere a un rito, un rito laico antico ma anche moderno, al cui centro sta la morte», dice Giovanni Porzio, romano. «Nel nostro mondo la morte è tabù. Per questo anche la corrida deve diventarlo».
Saluta in fretta. Corre a seguire José Tomas che con l´aria triste del torero malinconico e dedito a corteggiare la morte alza le braccia nella notte chiara e accenna un sorriso mentre i lustrini del vestito torero scintillano improvvisamente sotto la luce un lampione.