Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
La notizia di oggi è che la borsa di Tel Aviv ha dovuto sospendere le contrattazioni e dichiarare poi una chiusura tecnica del -7%. Ci sono poche borse aperte di domenica nel mondo. Un’altra è quella del Qatar: -2,7. Dubai: -3,7. Riad -0,83. Riad era stata la prima borsa messa alla prova dalla notizia del taglio sul rating americano. Aveva perso il 5,46%. Le cadute di ieri sono legate sempre alla stessa notizia: il debito americano non è affidabile come prima, le notizie sull’economia Usa non sono incoraggianti, la crisi a stelle e a strisce ha conseguenze anche sulla Cina (che intanto patisce un’inflazione al 5,5 e lo spettro di una bolla immobiliare). L’Europa, a sua volta, sta male, e, come sappiamo, ha il suo tallone d’Achille proprio nel nostro paese. L’apertura dei mercati stamattina è attesa con angoscia. Il downgrading di Standard and Poor’s risale a venerdì sera. Che cosa succederà oggi a Parigi, Londra, Francoforte, Madrid, Milano? Dall’inizio di luglio Piazza Affari ha perso il 22%. Nell’ultima settimana il 13%.
Dobbiamo capire
il problema dal punto di vista nostro e dal punto di vista del Pianeta.
Dal punto di vista europeo c’è questo: ieri sera s’è
svolto una specie di G7 a distanza, cioè in conference call. Si trattava di
anticipare l’apertura delle borse asiatiche e di concordare una linea comune.
Una discussione simile s’era svolta ieri mattina tra i membri del G20. Il G7
raggruppa i capi di governo delle sette potenze più industrializzate: Usa,
Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia, Canada. Non ci sono, per ora,
comunicati, ma bisogna sapere che i sette non hanno sempre interessi in comune.
Chi vende l’area euro ha comprato sterline, franchi svizzeri o yen,
apprezzandoli. Uno yen troppo forte nuoce alle esportazioni nipponiche, già in
difficoltà per Fukushima. Il Giappone è dunque in questo momento compratore di
titoli o valuta in euro. La Gran Bretagna e i fondi americani vendono invece i
titoli europei e italiani, perché le difficoltà dell’euro fanno affluire
capitali a Londra e negli Stati Uniti.
E l’Europa?
Quello che farà oggi la Banca Centrale Europea non
si sa. Il punto di vista tedesco è che i titoli italiani non vanno comprati
perché non si può far pagare al contribuente tedesco il nostro debito pubblico.
Questa opinione, vincente fino a venerdì e causa prima della caduta dei nostri
Btp, trova i suoi oppositori anche in Germania e certamente nella Bce. Il
messaggio all’Italia: «Fate le riforme che servono per mettere i conti a posto,
altrimenti vi lasceremo cadere» è stato raccolto da Berlusconi e Tremonti
venerdì sera. Come sa, il premier e il suo ministro hanno annunciato che la
manovra da 47 miliardi sarà anticipata di un anno. Il problema è se questa
dichiarazione d’intenti – accompagnata ad altre misure più complicate – sarà
sufficiente. Fino a ieri sera non era sicuro.
Che cosa può accadere se le borse rivanno giù?
Impossibile rispondere. Bersani, in una
dichiarazione di ieri, vuole sapere quali condizioni l’Europa ha imposto a
Berlusconi. Non è una richiesta illegittima. Il governo è commissariato da
Francoforte e dalla Merkel, i sacrifici vanno condivisi. È difficile tenere
completamente fuori l’opposizione, anche se è singolare la richiesta di Di
Pietro-Bersani di una crisi di governo. Lo stesso Prodi ha detto che questo non
è il momento di far cadere Berlusconi.
La domanda che sento fare in giro è: quando
finirà tutta questa storia?
A questa domanda bisogna rispondere ricordando lo
scenario generale. I debiti del Pianeta sono uguali al fatturato di tutto il
mondo moltiplicato sette. Tra i debitori ci sono anche i paesi considerati
forti, cioè gli Stati Uniti, la Germania, la Francia. Debiti di migliaia di
miliardi di euro. Il dubbio che questi paesi siano in grado di restituire
quello che hanno preso in prestito è sensato. Le economie del mondo si sono
basate finora sul debito e devono quandi affrontare una risistemazione
complessiva del loro modo di essere. Non si tratta dunque semplicemente di
tagliare. La crisi cominciata nel 2007, e che ha preso adesso questa forma, è
semplicemente la presentazione di un conto che i politici della Terra non sanno
come saldare . Non finirà presto.
Ma come finirà?
Siccome la strada di unificare le politiche fiscali
europee mi pare molto difficile da seguire, è più probabile che si formi
un’area dell’euro forte, con Germania, Francia e i paesi nordici. L’Italia
potrebbe spaccarsi: il suo Nord aggregarsi all’Europa e all’euro forte, il suo
Sud far rinascere la lira o un euro debole (si tratta di vedere come sarebbe
ripartito il debito). Il dubbio è: ma la Germania e il resto del nord sono
abbastanza forti da sopravvivere a un cataclisma del genere? Ieri Alain Minc ha
detto: «L’Italia è un partner indispensabile. Se l’Italia salta, salta la
Germania, l’Europa e alla fine il mondo». Sono d’accordo. Poi aggiunge: «Quindi
l’Italia non salterà». E su questo mi limito a dire: incrociamo le dita
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 8 agosto 2011]
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