Giorgio Dell’Arti, La Stampa 8/8/2011, 8 agosto 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 150 - FACCIA A FACCIA CON GARIBALDI
Come mai andò tutto così liscio? La sinistra non aveva niente da dire?
Brofferio fece notare, con insistenza, che il ministero a Parigi non aveva ottenuto niente. Il secondo giorno rivelò che Francia, Inghilterra e Austria avevano stretto, venti giorni prima, un’intesa, senza invitare e senza informare il Piemonte. Il conte quindi abbassasse le ali...Cavour rispose che l’accordo Francia-InghilterraAustria riguardava l’Impero ottomano, robe di cui la Sardegna non poteva e non voleva occuparsi...Però il colpo non gli era piaciuto, e se ne lamentò con Napoleone. «E come avreste potuto entrare in un’alleanza con l’Austria? - rispose l’imperatore - È una fortuna per voi che non ve l’abbiamo proposto. Se vi avessimo invitato, non avreste potuto dir di sì per via dell’Austria. E non avreste potuto dir di no per non inimicarvi inglesi e francesi». Questo le dice quanto era complicata la posizione di Torino in Europa. Oltre tutto Clarendon, a Londra, aveva giudicato il discorso di Cavour troppo anti-austriaco. Al conte gli inglesi fecero sapere che, su quella strada, Londra non gli sarebbe mai andata dietro. Si delineava infatti un nuovo schieramento internazionale: gli inglesi con gli austriaci, i francesi con i russi. I russi avevano rotto le relazioni diplomatiche col Regno di Sardegna nel ‘48, quando Carlo Alberto aveva osato dichiarare la guerra all’Austria. E adesso le riallacciarono. Lo zar non poteva più essere amico di Francesco Giuseppe, che gli aveva mandato l’ultimatum, e si metteva quindi volentieri col nemico degli austriaci. La zarina sbarcò in Riviera per le vacanze. Stackelberg, ancor prima di venire a Torino come ministro, portò l’annuncio ufficiale che Alessandro II era stato incoronato. Cavour se lo tenne vicino sul balcone ad assistere alla sfilata dei soldati di ritorno dalla Crimea.
C’è la storia dei patrioti. Lei l’altra volta ha detto che Cavour si mise a cospirare.
Aveva cominciato già nel ‘54. Non mi domanda come mai uno che da trent’anni faceva la faccia feroce a Mazzini adesso sentisse improvviso il desiderio di una qualche rivoluzione nel resto d’Italia?
Mi sono già risposto che è una specie di connubio. Comunque glielo chiedo.
Ma dopo il colpo di stato a Parigi, dopo la svolta a destra dei francesi, la rivoluzione non aveva più chances ! Nessuna rivoluzione era possibile senza la Francia. E Napoleone III voleva casomai la guerra, ma niente Mazzini. Quindi non c’era pericolo, adesso, a maneggiare rivoluzionari. Mazzini, dopo la catastrofe del moto milanese del ‘53, era nuovamente caduto in disgrazia tra i patrioti. Lo stesso Valerio era convinto che i metodi dell’Apostolo non portassero da nessuna parte, e a un attacco rispose: « Non sono col sig. Mazzini...le sue provocazioni mi forzano a dichiarare...sembrarmi l’opera sua presente e degli ultimi tempi nocevole alla causa italiana, siccome alla causa italiana grandemente nuocciono le intemperanti e dissolventi sue polemiche...sarei con lui il giorno in cui Mazzini fosse coll’Italia, le cui condizioni interne egli ha sempre poco conosciute e che oggi, è pur forza il dirlo, ignora più che mai ». S’era guadagnato, con questo articolo apparso sul «Diritto» del 2 novembre 1854, l’elogio di Garibaldi: « Hai fatto bene di rispondere alla lettera di Mazzini. Tu avesti un coraggio che non ebbi, e non ebbero tanti che come noi la pensano, circa a quel simulacro, ormai putrido, che un solo crollo deve precipitare dall’arena Italiana, ove si mantiene ancora per debolezza nostra, ed ove impiccia l’andamento dell’avvenire Italiano ».
Non abbiamo mai parlato di Garibaldi.
Quell’estate era andato a fare le acque a Voltaggio e gli abitanti del paese gli avevano cantato la serenata sotto al balcone. Era già convinto - e siamo appena nel ‘54, cioè prima del congresso di Parigi - che il Piemonte fosse la guida del movimento nazionale. Benché Mazzini premesse per la rivoluzione in Sicilia, s’era scagliato contro « le fallaci insinuazioni d’uomini ingannati od ingannatori, che spingendo la gioventù a de’ tentativi intempestivi, rovinano, almeno screditano, la nostra causa ». S’era stabilito a Genova. Giorgio Pallavicino voleva farlo entrare nel movimento. Garibaldi rispose: « Io devo dunque in due parole dirvi che sono con voi, con Manin e con qualunque de’ buoni italiani che mi menzionate; vogliate dirmi quando dobbiamo cominciare. Desidero mi comandiate in ogni circostanza ». Poco dopo lo portarono da Cavour. Il conte lo fece sedere. Garibaldi parlava alla maniera dei generali, tutto punti esclamativi. Cavour sorrideva. «Ma sì» disse «anch’io voglio la redenzione politica della nostra penisola». E poi: «Sa qual è l’ostacolo? Il vero ostacolo, generale?». Garibaldi lo fissava. «I francesi! Ecco il solo ostacolo grave: la presenza de’ francesi».
Ma non era proprio sui francesi che puntava?
Era una frase doppia, e voleva dire: finché Napoleone teneva truppe a Roma, i francesi avevano una buona scusa per non allearsi, eventualmente, col Piemonte contro l’Austria. Ma, detta a quel modo, ebbe un suono speciale perché i francesi stavano a Roma, appunto, dopo aver battuto e cacciato Garibaldi. Garibaldi venne via da quel colloquio tutto soddisfatto