8 agosto 2011
La controffensiva in Siria
• In Siria il governo del presidente Bashir al-Hassad ha scatenato la controffensiva contro i ribelli entrando con i carri armati nella città di Hama, che fu già rasa al suolo da Bashir padre nel 1982. Hama si trova a 270 chilometri da Damasco e ha 800 mila abitanti. Domenica 31 luglio i tank piazzati in quattro punti diversi dell’abitato hanno bombardato le case al ritmo di una granata ogni 15 secondi. I cittadini si sono difesi con spranghe, coltelli e pali, innalzando barricate, incendiando qualche auto. Centotredici morti il primo giorno, 500 palazzi distrutti, migliaia di arresti. Clamorosa la vattura di Nawaf al-Bashir, capo di una tribù di un milione di persone. I bombardamenti sono continuati nei giorni successivi: lunedì le forze presidenziali hanno occupato tutto il nord del paese (dieci città) fino al confine con l’Iraq, e intensificato il bombardamento di Hama (una granata ogni dieci secondi) dove si sono cominciati a seppellire i morti nei giardini pubblici; giovedì 4 agosto è finito in prigione anche il portiere della nazionale siriana Mosab Balhous; venerdì Hama è rimasta senza acqua, luce, telefono: si sono portati in carcere i medici che curano i ribelli, si è cominciato a morire di fame. Sabato il ministro degli Esteri Walid al Muallin ha annunciato elezioni entro la fine dell’anno (con un «parlamento pluralista»), ma a Damasco i manifestanti hanno risposto con un “no” alla normalizzazione. Domenica, giorno in cui sono stati uccisi 60 civili in diverse città, il presidente Bashir ha dichiarato che «è un dovere dello Stato agire contro i fuorilegge». Lunedì s’è fatto il bilancio di cinque mesi di rivoluzione: 2000 morti tra i ribelli, 500 tra i militari. Nello stesso giorno 250 carri armati sono entrati a Deir Ezzor.
• La comunità internazionale, fredda fino ad oggi sulle stragi siriane, comincia a reagire. William Hague, ministro degli Esteri inglese, ha auspicato un via libera dell’Onu all’intervento con una risoluzione tipo la 1973, quella che fu adottata per la Libia. Cina e Russia però si oppongono. Vincent Cannistraro, ex direttore antiterrorismo Cia ed ex consigliere della Casa Bianca: «America e Europa non possono intervenire militarmente in Siria perché è troppo pericoloso. La Siria confina con Iraq, Libano e Israele, e quest’ultimo verrebbe coinvolto in un conflitto internazionale». Il consiglio di sicurezza dell’Onu si è tuttavia riunito nella notte tra il 1° e il 2 agosto e ha chiesto al regime di Assad di porre fine all’uso della forza contro i civili. Catherine Ashton, responsabile della politica estera, ha spiegato che l’Onu sta varando un nuovo round di sanzioni contro il regime siriano. Amnesty International chiede all’Onu di imporre l’embargo di armi e l’intervento della Corte penale dell’Aja per possibili crimini contro l’umanità. Il nostro ministro degli Esteri, Frattini, ha richiamato da Damasco l’ambasciatore Achille Amerio. Pressioni sul regime di Damasco perché la smetta cominciano a venire dai paesi arabi (a loro volta pressati dagli americani). Il Kuwait ha esortato Bashir a por fine alla violenza, Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi, Oman e Qatar hanno appoggiato ufficialmente il piano di riforme invocate dai ribelli. Lunedì scorso il re saudita Abdullah ben Abdul Aziz ha definito inaccettabile quello che sta accadendo in Siria e ha richiamato il suo ambasciatore. La Turchia ha annunciato l’invio in Siria del suo ministro degli Esteri con un duro messaggio per Assad. Il portavoce di Assad ha replicato che l’ambasciatore verrà rispedito ad Ankara con un messaggio ancora più duro. [Giorgio Dell’Arti]