Varie, 8 agosto 2011
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 8 AGOSTO 2011
L’Italia è il terzo tra i paesi ricchi dell’Eurozona e il nostro debito pubblico vale il 25% del pil totale. Eugenio Scalfari: «Troppo elevato per farci fallire, ma anche impossibile da salvare se il fallimento diventasse inevitabile». [1] Al di là del debito (eredità del passato), i nostri conti pubblici non vanno male e bastano alcune cifre per rendersene conto. Fabrizio Galimberti: «L’anno scorso l’Italia ha registrato un deficit pubblico pari al 4,5% del nostro prodotto nazionale (Pil), e quest’anno il deficit scenderà al 3,9% (i dati dei primi sei mesi confermano il miglioramento). In ambedue i casi si tratta di disavanzi minori rispetto all’Eurozona. E questa è la ragione per cui, malgrado il nostro debito pubblico sia molto elevato, i mercati ci avevano lasciati in pace». [2]
Nel 2000 la Relazione generale sulla situazione economica del Paese presentata dall’allora ministro del Tesoro Giuliano Amato al Consiglio dei ministri rivelò che le spese statali avevano superato il milione di miliardi di lire (più o meno 500 miliardi di euro), la metà della ricchezza nazionale. La voce più importante (dati 1999) erano le spese correnti (riferite al funzionamento dei pubblici servizi) con 668.251 miliardi, la sanità era costata 119.472 miliardi, gli investimenti (strade, porti, aeroporti ecc.) ammontavano ad appena 64.421 miliardi, le spese per prodotti di consumo a 6.727 miliardi, quelle per locali e opere immobiliari a 2.267 (1.155 per gli affitti). Trasferimenti alle famiglie per 6.300 miliardi e alle imprese per 10.145, gli interessi sul debito pubblico avevano assorbito (1999) 145.863 miliardi di lire. [3]
Nel 2009 la spesa complessiva dello Stato ha raggiunto 752,593 miliardi di euro (un milione e mezzo di miliardi in lire). Gli interessi sul debito pubblico ci costano oltre 80 miliardi di euro l’anno, più di 1.300 euro a testa neonati compresi. La spesa corrente è arrivata a 486,759 miliardi (quasi un milione di miliardi di lire). [4] Tito Boeri: «Per più del 40 per cento è fatta di pensioni. La parte restante è rappresentata dalla spesa per beni pubblici quali difesa, istruzione, giustizia, sanità, ambiente, cultura, ammortizzatori sociali e assistenza». [5] La spesa pensionistica ammontava nel 2010 a 190,453 miliardi di euro. Al netto delle indennità di invalidità e di altre prestazioni assistenziali, la somma scende a 177,350 miliardi. Se si calcola l’incidenza di questa voce di spesa sociale sul Pil, al netto delle indennità di accompagno, è l’11,4 per cento (il 10,6 per cento se riferita solo alle gestioni previdenziali). Il 78 per cento degli assegni erogati è di tipo previdenziale, il resto è di tipo assistenziale. [6]
Il 54,5% dei pensionati italiani (7,5 milioni) vive con assegni sotto mille euro al mese; il 23,3% (3,2 milioni) deve cavarsela con cifre inferiori a 500 euro, altrettanti incassano una o più pensioni per un totale tra i mille e 1500 euro. A maggio, presentando il rapporto annuale 2010, il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, disse che dopo gli aggiustamenti degli ultimi sedici anni la “riforma delle pensioni” «è compiuta», il sistema ha raggiunto «l’equilibrio e la stabilità» e i giovani avranno «la loro giusta pensione»; nella stessa occasione, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi confermò che lo scenario delineato dall’istituto nazionale di previdenza non necessitava più di interventi: «Il sistema è sostenibile, c’è una unanime lettura sulla condizione di stabilità: nessun nuovo intervento nel settore pensionistico». Quanto agli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, sussidi di disoccupazione, mobilità), nel 2010 sono costati quasi 20 miliardi di euro. [6]
Tra il 2001 e il 2009 la spesa per il personale pubblico in Italia è passata dal 10,5% all’11,2% del Pil arrivando a 171 mld di euro. Nello stesso arco di tempo, secondo i dati forniti dalla Cgia di Mestre, i dipendenti pubblici sono diminuiti di quasi 110.000 unità (-3%) ma le retribuzioni sono cresciute del 30%. Secondo i calcoli del Centro studi di Confindustria, negli ultimi dieci anni le retribuzioni pubbliche sono cresciute di 8.900 euro all’anno a testa, «quasi il doppio dei dipendenti privati». [7] Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia: «Se in Italia i costi per il pubblico impiego al netto dell’inflazione fossero cresciuti seguendo il trend tedesco (-6,2%), la spesa per tale voce nel 2009 sarebbe stata di 148,1 miliardi di euro, anziché 171, vale a dire 22,9 miliardi di euro in meno». [8]
I 22,9 miliardi di euro che avremmo potuto risparmiare trattando i dipendenti pubblici “alla tedesca”, sono pari pari il costo di politica e istituzioni (23 miliardi di euro all’anno). Il Sole 24 Ore: «Una somma in cui entrano le spese di funzionamento degli organi istituzionali di Parlamento e enti territoriali ma anche consulenze, auto blu e rimborsi elettorali ai partiti». [9] I rimborsi elettorali ai partiti per le elezioni costano 180 milioni di euro. Carmelo Lopapa: «Il voto di ogni tedesco oggi viene ripagato ai partiti con 38 centesimi, in Italia continuiamo a viaggiare sui 3,5 euro». Le auto blu, oltre 15 mila, costano 1 miliardo di euro l’anno. Camera e Senato sborsano per le indennità circa 144 milioni all’anno: passare dall’attuale «trattamento economico» base (al netto delle varie voci accessorie) di quasi 12 mila euro mensili lordi ai 5.339 euro della media europea ci farebbe risparmiare 82 milioni l’anno. [10]
I vitalizi agli ex parlamentari, 2.238 assegni staccati ogni mese da Camera e Senato, costano 218,3 milioni l’anno. Eugenio Scalfari: «Personalmente riscuoto come ex deputato un assegno netto di 2400 euro mensili. Cinque anni fa inviai una lettera ai questori della Camera chiedendo che mi fosse annullato. La risposta fu che ci voleva una legge recepita dal regolamento della Camera, in mancanza di che l’assegno mi sarebbe stato comunque accreditato». [11]
Le amministrazioni locali costano allo Stato quasi 150 miliardi di euro l’anno: secondo uno studio della Cgia, fra il 2001 e il 2008 le Regioni hanno aumentato le spese del 47,7 per cento. Andrea Garibaldi: «Magari è folklore ricordare certe spese pagate dalla collettività appena pochi anni fa: 75 mila euro, in Veneto, per uno studio sullo “sviluppo del turismo congressuale verso forme di organizzazione e gestione evolute”, 10 mila euro in Toscana per una consulenza “in materia di procedure di acquisto di beni di rappresentanza”, 192 mila euro in Campania per un “team di animatrici di pari opportunità”. È folklore ricordare - come fa il giornalista Mario Giordano - che presso la Regione Lazio, anno 2009 (era Marrazzo), furono spesi 6 mila euro di caffè per le riunioni di giunta, molte tazzine per ciascun assessore. Più sostanziale è la notizia che la Regione Sicilia ha più di 19 mila dipendenti, ognuno dei quali costa in media 43 mila euro l’anno (il 40 per cento in più dei ministeriali romani)». [12]
Nel Lazio bastano 50 anni per cominciare a incassare il vitalizio che spetta di diritto anche a chi abbia concluso un mandato in consiglio regionale. Garibaldi: «Nel 2010 per 220 vitalizi Polverini ha visto volar via oltre 16 milioni di euro. Sempre il Lazio ha il record della spesa-clou delle Regioni, la spesa sanitaria. Per ogni cittadino la regione della capitale spende 3349 euro, seguito da Abruzzo (3239), Calabria (3.090), mentre sul fronte dei più misurati stanno la Basilicata (1616), il Veneto (1665), la Puglia (1734). Entrando nel merito delle prestazioni si può ricordare che l’Emilia Romagna ha un centro unico che fa milioni di analisi l’anno al costo medio di 50 centesimi l’una, mentre in Campania, nei 1200 centri privati convenzionati, le stesse analisi pesano per 6-7 euro l’una». [12] In totale, la spesa sanitaria à passata dal 2000 al 2010 dall’8,2 per cento al 9,5 per cento del pil. [13]
Le province spendono circa 12 miliardi di euro all’anno, dei quali circa 8 miliardi e mezzo per spesa corrente, circa 3 miliardi per spese in conto capitale e circa mezzo miliardo per rimborso di prestiti. La loro abolizione, si dice, farebbe risparmiare fino a 10 miliardi, ma secondo alcuni esperti non se ne risparmierebbero più di 2. Luigi Oliveri: «Immaginare di tagliare di colpo 10 miliardi, significa accettare l’illusione che aboliti gli enti, la spesa possa limitarsi a finanziare il solo costo del personale, pari a circa 2,5 miliardi di euro. Le cose sono un po’ più difficili. Intanto, non è possibile azzerare la spesa per rimborso prestiti: abolite le province, qualcuno dovrebbe accollarsela, per evitare ovviamente danni ai creditori. La spesa in conto capitale a sua volta appare molto difficile da ridurre. È in larghissima misura dovuta a interventi di manutenzione, ampliamento, ristrutturazione e gestione dello sterminato patrimonio immobiliare, composto da 125 chilometri di strade e da circa 5mila edifici scolastici. Anche se si dovessero abolire le province, queste spese dovrebbero comunque essere sostenute». [14]
Nel 2009 le spese per la Difesa dello Stato sono state pari a 20,299 miliardi di euro: 4,185 per l’Esercito, 1,549 per la Marina, 2,342 per l’Aeronautica, 5,504 per i carabinieri ecc. [15] Le missioni all’estero costano ogni anno un miliardo e mezzo di euro. [16] Per ridurre questa spesa senza intaccare l’efficienza e la sicurezza dei contingenti, il ministro della Difesa Ignazio La Russa pensa a «riduzioni del numero di uomini e mezzi in alcune missioni minori come il Kosovo e il Congo» e alla «eliminazione di doppioni come una nave con funzioni di prevenzioni antiterrorismo nel Mediterraneo, inutile data la missione in Libia». [17] Infine, è bene ricordare che secondo il rapporto annuale della Guardia di finanza nel 2010 gli italiani non hanno dichiarato al fisco redditi per quasi 50 miliardi di euro, una somma cresciuta del 46% rispetto all’anno precedente. [18]
Note: [1] Eugenio Scalfari, la Repubblica 13/7; [2] Fabrizio Galimberti, Il Sole 24 Ore 20/7; [3] Marco Cecchini, Corriere della Sera 12/4/2000; [4] Rapporto sulla spesa delle amministrazioni centrali dello Stato 2009; [5] Tito Boeri, la Repubblica 13/6; [6] Tonia Mastrobuoni, La Stampa 26/5; [7] Roberto Bagnoli, Corriere della Sera 24/6; [8] adnkronos 14/5; [9] Il Sole 24 Ore 11/7; [10] Carmelo Lopapa, la Repubblica 16/7; [11] Eugenio Scalfari, la Repubblica 13/7; Carmelo Lopapa, la Repubblica 16/7; [12] Andrea Garibaldi, Corriere della Sera 18/7; [13] Corinna De Cesare, Corriere della Sera 4/7; [14] Luigi Oliveri, lavoce.info 26/7; [15] Ministero della Difesa - Bilancio per Capitoli - Decreto 30 dicembre 2008; Direttiva generale per l’attività amministrativa e la gestione per l’anno 2010; [16] Francesco Bei, la Repubblica 7/7; [17] Cristina Nadotti, la Repubblica 7/7; [18] Corriere della Sera 31/1.