Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Romano Prodi e i sindacati hanno discusso tutta l’altra notte sulla riforma delle pensioni e all’alba hanno raggiunto una qualche intesa. Poche ore dopo Prodi ha spiegato l’accordo raggiunto al Consiglio dei ministri. Non c’è stata votazione e, per quanto se ne sa, i ministri non hanno mosso – almeno in quella sede – obiezioni importanti. Perplessità, ma di natura diversa, hanno manifestato solo Emma Bonino (radicale) e Paolo Ferrero (Rifondazione).
• In che consiste questo accordo?
Lei sa che sindacati e sinistra radicale non volevano lo scalone, cioè la regola per cui dal prossimo 1° gennaio non bastano più 57 anni per andare in pensione, ma ce ne vogliono 60. Un salto di tre anni che è stato battezzato scalone e che al momento è legge dello Stato. Da mesi si tratta duramente per sostituirlo con qualcosa. Ma che cosa? Abolirlo e basta non si può, perché i soldi per mantenere con la pensione tutta questa gente non ci sono. Dài e dài, si è arrivati a un’intesa che prevede:
- dal 1° gennaio 2008, se si avranno 35 anni di contributi, si andrà in pensione a 58 anni (aumento di un anno dell’età pensionabile rispetto a ora);
- dal 1° luglio 2009 (diciotto mesi dopo) bisognerà avere come minimo 59 anni e raggiungere quota 95. Quota 95 significa: sommo all’età che ho gli anni di contributi. Se viene fuori almeno 95, posso andare in pensione. Quindi se uno ha 59 anni deve avere 36 anni di contributi, se uno ne ha 60 35, 61 34 e così via.
- dal 1° gennaio 2011 (altri diciotto mesi) l’età minima diventa 60 anni e la quota 96. Quindi: 60 e 36 oppure 61 e 35, eccetera.
- dal 1° gennaio 2013 (stavolta dopo ventiquattro mesi) età minima a 61 e quota a 97.
• Che casino. Non si poteva trovare un sistema più semplice?
Guardi, lasci stare, sono mesi che se la battono su anni, quote e quant’altro. Oltre tutto il 2013 non è neanche sicur insedieranno una commissione che studierà l’andamento dell’economia e se i conti andranno bene manterranno in vigore quote ed età minima del 2011. Poi c’è la questione dei coefficienti di trasformazione, dei lavori usuranti, delle donne, delle finestre.
• Che gli fanno alle donne?
Alle donne non gli fanno niente (per ora) e questa è la notizia: durante la trattativa la Bonino voleva che andassero in pensione a 62 anni, perché vivono più degli uomini. Le "finestre" sono i momenti, da prendere al volo, in cui si può chiedere e ottenere di andare in pensione. Di regola ci sono due finestre all’anno. Ma chi ha 40 anni di contributi, avrà quattro possibilità (quattro finestre) per andarsene a casa. I lavori usuranti riguardano un milione e 400 mila persone che fanno lavori molto pesanti, tipo i minatori, chi sta alla catena di montaggio, chi lavora nelle cave. Questi continueranno ad andare in pensione a 57 anni. I lavori non usuranti sono invece quelli degli autonomi, categoria che già in altre occasioni il governo ha mostrato di detestare. Per costoro l’andata in pensione è ritardata di un anno, cioè: nello schema di sopra, dove c’è scritto 58 bisogna leggere 59, dove c’è scritto 60 bisogna leggere 61, eccetera. Infine, per i coefficienti di trasformazione: sono dei moltiplicatori che abbassano l’assegno della pensione man mano che le statistiche dimostrano che la vita media s’allunga. La riforma Dini prevedeva che questi ri-calcoli si facessero ogni 10 anni. Saltato il 2005, i sindacati hanno ottenuto che si facciano nel 2010, e di lì ogni tre anni. Anche qui si dovrà insediare una commissione.
• Queste regole sono già in vigore?
No, ci vuole una legge. O più probabilmente: le ficcheranno in Finanziaria, in modo da farle passare insieme a tutto il resto e col voto di fiducia.
• Quindi potrebbe ancora non succedere nulla?
Potrebbe ancora non succedere nulla, sì. Tenga anche conto del fatto che, anche con l’approvazione del Parlamento, l’unica norma che scatterà di sicuro è quella relativa al 2008. Per il resto, i sindacati, quando arriverà il momento, ricominceranno a far le barricate per ottenere nuovi rinvii o condizioni migliorative. La pratica delle pensioni, in realtà, non sarà chiusa mai. Oltre tutto Rifondazione e Pdci dànno dell’accordo un giudizio negativo e non è detto che non facciano qualche scherzo. Sono piuttosto negative, almeno in questo primo momento, anche le agenzie internazionali, che stanno facendo i conti ma hanno fatto sapere di aver l’impressione che i conti italiani, con questo nuovo sistema, peggioreranno. L’agenzia Fitch ha fatto capire che vuole abbassare il rating sul nostro debito, cioè dargli un giudizio ancora più negativo. Se questo accadesse, rischieremmo di vederci appesantito l’interesse sul debito, che già adesso è di 70 miliardi l’anno. Significa una cosa sola: altre tasse. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 20/7/2007]
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