Fabrizio Rondolino, La Stampa 21/7/2007, 21 luglio 2007
Sono Mario Segni, quello che ha perso il biglietto della lotteria. L’uomo che aveva l’Italia in mano, come mi è stato detto molte volte
Sono Mario Segni, quello che ha perso il biglietto della lotteria. L’uomo che aveva l’Italia in mano, come mi è stato detto molte volte. Ho cercato di spiegare che avevo perso le elezioni, non la lotteria, perché nel ”94 ero candidato contro Berlusconi e lui prese molti più voti di me. Ma sono rimasto quello che ha perso la lotteria»: così il leader storico dei referendum elettorali si presentava in una lettera aperta del novembre di due anni fa. E proseguiva: «Pazienza, un po’ mi dispiace. Ma non più di tanto, perché so che la vera lotteria erano i referendum e che con quelli abbiamo cambiato il sistema politico, cosa successa nel secolo scorso solo a De Gaulle, in Francia nel ”58. Il fatto che, senza alcuna carica, io sia stato il promotore di tutto questo mi rende orgoglioso». Ironia, tenacia, orgoglio: in queste parole, oneste e sincere proprio nella dissimulazione retorica che le imbastisce, c’è molto, c’è quasi tutto di «Mariotto» Segni, il figlio del Presidente cresciuto nei giardini del Quirinale, l’anticomunista montanelliano, il dc laico, e, naturalmente, l’artefice principale – diresti con Mario Chiesa e Antonio Di Pietro – del crollo della Prima Repubblica. Fu Berlusconi, dopo aver vinto le elezioni del ”94 – le prime con il sistema uninominale maggioritario ”, a rivolgergli la feroce battuta sul biglietto vincente della lotteria, che Segni avrebbe perduto come uno sciocco. In realtà, le cose sono un poco più complicate: e non soltanto perché Segni, in quell’occasione, fu bocciato nel suo collegio ed eletto – lui, il padre del maggioritario! – soltanto grazie al recupero proporzionale. Le cose sono un po’ più complicate perché nella parabola politica di Segni – oggi tornato nuovamente in prima pagina con un nuovo referendum elettorale ”, nei suoi successi e ancor più nei suoi insuccessi, si misura e si compendia buona parte della crisi stessa del sistema politico italiano e della sua impermeabilità all’autoriforma. In altre parole, Segni ha avuto (quasi) sempre ragione, ma le sue ragioni non sono bastate. O anche: ha vinto sì la lotteria, ma di un altro Paese. L’Italia di Segni, infatti – l’Italia liberaldemocratica, occidentale, moderna e moderata che già teorizzava in feroce opposizione al compromesso storico, a metà degli Anni Settanta, con il movimento dei «Cento» e poi con «Proposta» ”, non è mai veramente esistita se non, appunto, nella razionalità e nella ragionevolezza dei suoi promotori. Segni, e in questo pare quasi un azionista post litteram, appartiene alla storia delle élites di questo Paese, che da Cavour in poi hanno sempre dovuto soccombere alla Realpolitik alle vongole dell’Italia postunitaria. In questo scacco – in questo dramma – c’è anche la spiegazione di una qualche ingenuità del Segni «politico», che più volte, nel corso degli anni, ha mutato collocazione e alleanze senza mai davvero incidere nel disegno complessivo, e anzi diresti senza mai crederci davvero troppo. Cofondatore di Alleanza democratica nel ”92, salutato a sinistra come il nuovo leader su cui puntare, nel ”94 dà vita al «Patto Segni» e si allea con il Ppi di Martinazzoli; la vittoria di Berlusconi polverizza il movimento (tra gli altri se ne allontana Giulio Tremonti, votando la fiducia al governo) e Segni, che pure due anni dopo appoggerà la Lista Dini alleata con il centrosinistra, torna all’insegnamento universitario. Non meno confuso il suo ritorno sulla scena, quando nel ”99, all’indomani e alla vigilia di ben due referendum elettorali andati falliti per mancanza di quorum, si unisce a Fini per dar vita all’«Elefantino» (in onore dei repubblicani americani), forse la più strampalata fra le tante compagini apparse in questi pur turbolenti anni. Fallita anche questa esperienza, Segni torna di fatto nell’ombra: ma senza rinunciare, da cocciuto liberale sardo qual è, all’utopia della riforma elettorale e istituzionale. D’altra parte la parola d’ordine con cui cavalcò la prima campagna referendaria – dar vita ad un sistema che consentisse di eleggere il «sindaco d’Italia» – è tuttora attualissima. Segni, dunque, continua ad avere ragione, proprio come nel ”92: e chissà che, passati altri quindici anni, le cose questa volta non vadano meglio. ROMA Era nell’aria da giorni, ma adesso è ufficiale: le 500 mila firme necessarie per il referendum ci sono. Lo ha annunciato ieri lo stesso presidente del comitato organizzatore, Giovanni Guzzetta. In realtà le adesioni raccolte in giro per l’Italia sono molte di più, ma ancora non sono giunte a Roma nella sede del comitato per essere contate, controllate e depositate in Corte di Cassazione che da martedì prossimo ne vaglierà la validità. Da qui l’invito del costituzionalista a fare presto: «Faccio appello al rientro delle firme. La soglia di sicurezza è di 570 mila e non è stata ancora raggiunta». E dopo il successo dell’iniziativa referendaria, Guzzetta è pronto a trasformare il comitato in un vero movimento che si batta per le riforme istituzionali. «Siamo all’inizio di una primavera riformista - spiega - . Andremo oltre il referendum. Ci impegneremo a favore delle riforme». Ma non sarà un altro partito, rassicura il leader dei referendari: «Il nostro compito non può essere quello di far nascere un’altra lista, ne abbiamo già troppe. Vogliamo rafforzare il bipolarismo». Il raggiungimento del quorum accelera anche la resa dei conti nel centrodestra tra contrari (Udc e Lega) e favorevoli (An) alla consultazione, mettendo in serie difficoltà il leader della coalizione Silvio Berlusconi. Dopo le frizioni dei giorni scorsi prima con Berlusconi e poi con Casini su bipolarismo e referendum, Gianfranco Fini ha annunciato infatti che giovedì incontrerà il Cavaliere per individuare una strategia condivisa sulla legge elettorale. «Ora che le firme ci sono - ha spiegato - è essenziale che la Cdl non vada in ordine sparso. L’incontro con Berlusconi è finalizzato proprio alla ricerca di una posizione comune». L’obiettivo di Fini è quello di scongiurare un accordo su una nuova legge elettorale di stampo proporzionale come chiedono, nella Cdl, Udc e Lega. Per questo l’ex ministro degli Esteri spiega che una riforma si può anche fare, ma a tre condizioni: «Che il sistema bipolare venga rafforzato, che le alleanze si facciano prima e non dopo le elezioni e con uno sbarramento degno di questo nome». Tre condizioni che escludono di fatto proprio il modello tedesco tanto caro all’Udc di Pierferdinando Casini e alla Lega. Intanto gli esponenti politici dei due poli favorevoli al referendum salutano il raggiungimento del quorum come una svolta per il Paese e per la politica. Di «grande giornata per l’Italia e la democrazia» parla il ministro della Difesa, Arturo Parisi, e il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, festeggia le 500 mila firme con un «evviva la politica partecipata e diretta», mentre Walter Veltroni definisce l’avvenimento un «giorno importante per la democrazia». Entusiasta anche Gianni Alemanno di An che considera il risultato un «confine ineludibile per il cambiamento della vita politica italiana». Sempre molto critico invece il giudizio dell’Udeur che con il capogruppo alla Camera, Mauro Fabris, liquida la consultazione come «liberticida» e si augura polemicamente che si passi «dalla propaganda sugli effetti taumaturgici del referendum a una sera analisi dei contenuti»./ Prove di distensione tra Forza Italia e Udc: i vertici dei due alleati della Casa delle Libertà, entrati spesso in rotta di collisione negli ultimi mesi riguardo alla legge elettorale e alla leadership del centrodestra, si sono incontrati ieri in un summit riservato. Protagonisti del colloquio, il coordinatore nazionale azzurro Sandro Bondi e il suo vice Fabrizio Cicchitto e una delegazione dell’Udc guidata dal segretario Lorenzo Cesa. Erano presenti anche i capigruppo di Camera e Senato di Fi Elio Vito e Renato Schifani. Al centro del dibattito sembra sia stata la riforma del sistema di voto: favorevoli al sistema tedesco i centristi, orientati invece solo a qualche modifica dell’attuale modello di voto i forzisti. Dopo il colloquio gli esponenti dell’Udc hanno preferito non rilasciare dichiarazioni ufficiali, ma hanno alluso al fatto che «Forza Italia ha dato l’impressione di poter convergere sul modello tedesco». Più cauti gli azzurri: «abbiamo ribadito che per noi la soluzione in assoluto migliore resta quella di piccoli aggiustamenti all’attuale legge, secondo lo schema del professor D’Alimonte. In subordine, ma solo in subordine, si può valutare il sistema tedesco», ha riassunto un partecipante di Fi. E tra i correttivi proposti, un «patto federativo vincolante» che imponga ai partiti del centrodestra il rispetto dell’alleanza. Sarebbe stato lo stesso leader azzurro Berlusconi a dare mandato alla delegazione del suo partito di cercare un confronto con i colleghi dell’Udc per trovare un’intesa in Parlamento.