Sergio Romano, Corriere della Sera 21/7/2007, 21 luglio 2007
In molte città tedesche la bioedilizia è una realtà e in alcuni casi la riduzione di gas nocivi raggiunge punte del 30%
In molte città tedesche la bioedilizia è una realtà e in alcuni casi la riduzione di gas nocivi raggiunge punte del 30%. In Spagna i treni ad alta velocità sfiorano una puntualità del 100%. In Irlanda il Pil cresce del 5% all’anno, mentre la disoccupazione è scesa sotto il 4%. In Svezia, in media, nei Consigli di Amministrazione delle grandi aziende siede una donna ogni 4 uomini (in Italia una ogni 55) e il governo svedese destina il 3% del Pil alle famiglie, contro il nostro misero 1%. In Gran Bretagna la legislazione flessibile in materia di occupazione consente l’ entrata nel mondo del lavoro a molti ventenni: lo stesso Tony Blair, appena quarantenne entrò a Downing Street. Siamo sicuri che l’Italia faccia parte dell’Unione europea? Mauro Luglio mamolulo@alice.it Caro Luglio, fra i settori in cui l’Italia non può vantare primati lei ha elencato quello, poco noto, della bioedilizia. Credo che questa sia una buona occasione per dare qualche informazione, tratta fra l’altro da un articolo apparso nel Sole 24 Ore di qualche mese fa. Il principale esempio di bioedilizia tedesca è una casa per uffici inaugurata agli inizi del 2003 in un quartiere ecologico alla periferia di Ulm. Ha una forma triangolare, cinque piani e uffici che si affacciano su un grande cortile illuminato, attraverso un lucernaio, dalla luce del cielo. Si estende su un’area di 7 mila metri quadrati, ospita 420 persone ed è costruita con un disegno e materiali (angoli smussati, muri di 60 cm, vetro, legno, materiali isolanti) che consentono di evitare dispersioni di energia. Il sistema di condizionamento, se ho ben capito, è questo. L’aria viene aspirata dall’esterno e spinta attraverso un lungo tunnel di cemento verso una grande «cisterna» sotterranea, a 100 m di profondità, dove la temperatura è costantemente 12 gradi. Da questo deposito riparte attraverso un circuito di riscaldamento e passa attraverso i muri o entra nella stanze alla temperatura costante, estate e inverno, di 22 gradi. Aria stantia? Odore di cibo, di sudore, di fumo? No. Ogni ora l’aria vecchia viene espulsa dal palazzo mentre quella nuova arriva contemporaneamente dalla cisterna sotterranea. E’ addirittura permesso fumare ovunque fuorché nel cortile. Le lampade, d’altro canto, si spengono quando la stanza è vuota, e la loro luce aumenta o diminuisce a seconda dell’intensità di quella naturale che entra dalle finestre. Per riscaldare e raffreddare aria e acqua, naturalmente, occorre energia. Quella usata dalla casa di Ulm è prodotta dei pannelli solari a cui si aggiunge, con tecniche che non saprei descrivere, l’uso accorto del calore prodotto dai corpi e dai computer. Ma vi sono circostanze in cui l’amministratore del palazzo vende la sua energia fotovoltaica per comprare quella prodotta con centrali tradizionali. Lo scambio è reso conveniente da una legge tedesca che offre sussidi a chi compra pannelli solari e costringe le aziende elettriche a pagare un prezzo superiore a quello del mercato per l’energia prodotta dai pannelli. Sembra che l’intera operazione sia, sotto il profilo economico, un successo. Dall’articolo del Sole apprendo che il costo della costruzione del palazzo è stato di poco inferiore ai tredici milioni di euro e che l’affitto, per metro quadrato, è di poco superiore (2 euro) a quello di un palazzo nel centro della città. Ma non credo che la riuscita dell’impresa in questo caso, possa essere giudicata in termini esclusivamente economici. Dopo avere letto una mia risposta precedente sul problema del nucleare e delle energie alternative, qualche lettore ha scritto che l’Italia dovrebbe fare una scelta e concentrare ogni sua risorsa sul perseguimento di un particolare obiettivo. A me sembra invece che in questa fase ogni Paese sviluppato abbia piuttosto interesse a esplorare contemporaneamente diverse strade per realizzare le esperienze che gli permetteranno di fare, al momento giusto, la migliore delle scelte possibili. Ogni esperimento, anche quello che risulterà meno conveniente, permette di acquisire conoscenze e brevetti che arricchiscono il patrimonio scientifico di un Paese. Chi se ne sta con le mani in mani finirà per pagare, al momento della scelta, le tecnologie che gli altri, nel frattempo, avranno messo a punto. Potrebbe essere questo, temo, il caso dell’Italia.