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 2007  luglio 21 Sabato calendario

BEIRUT

La signora dal decolleté generoso mi viene a sedere accanto per rinfrescare il suo italiano appreso in Costa Smeralda. Ha una grazia che stordisce come il profumo del gelsomino: "Vede, io ho casa a Parigi, un passaporto francese, un marito ricco. Potrei andarmene in qualsiasi momento. Ma la vita sociale qui è impareggiabile. Ogni sera un invito, persone interessanti, terrazze come questa. La mattina vado a sciare sulla Montagna e la sera mi godo il tramonto sulla spiaggia. Niente a che vedere con l´orribile pista di neve artificiale e con gli albergoni pacchiani di Dubai, che pretenderebbe di fare concorrenza al mio Libano".
Alla mia destra siede invece un´importatrice di biancheria intima di lusso. Sta ristrutturando un appartamento nel quartiere cristiano di Achrafiye: "Se c´è una strage in città, l´indomani le mie boutiques restano vuote. Ma i giorni successivi la clientela raddoppia per la voglia di vivere e godere".
Bentornato a casa, levantino d´Europa: la dolcevita t´accoglie con la seduzione dei suoi luoghi comuni decadenti: "Meglio Beirut sotto le bombe che Parigi sotto la pioggia". Oppure: "Beirut è un fiore magnifico. Sappiamo che il suo profumo è velenoso ma non possiamo impedirci di respirarlo".
La signora che parla italiano propone una curiosa teoria su "i nostri vicini del Sud". Nomina così gli israeliani, con ironico distacco, avendo saputo che lì sono emigrati i miei parenti vissuti in una Beirut paradisiaca per quasi trent´anni: "I nostri gentili vicini del Sud sanno che un Libano pacificato metterebbe in ginocchio il loro budget turistico. Per questo ci riservano tante sgradevoli attenzioni". Ma gli Hezbollah che governano di fatto il Libano meridionale e la parte ovest della capitale? I palestinesi segregati nei campi profughi? Come non esistessero. Sarebbe unfair nominare a tavola estranei così sgradevoli.
Qualche sera prima avevo commesso la gaffe allo Ski Bar. Un luogo che, arrivando da Milano, è riuscito a farmi sentire tremendamente provinciale con le sue centinaia di bottiglie superalcoliche illuminate a disegnare i contorni del golfo, il nero del design minimalista concepito per esaltare il cielo stellato. Lì dunque ho fatto un cenno ai miei commensali sul pomeriggio trascorso fra le macerie del quartiere sciita di Dahiye, bombardato un anno fa dagli israeliani. Stupore. George, marito della bella giornalista Cristiane Tawil, direttrice del mensile Déco, la butta sul ridere. "Ti hanno accompagnato in visita a Ground Zero?". Ma la sua amica che ce l´ha a morte con la Siria perché il marito costruttore ha tuttora un contenzioso di 37 milioni di dollari con Damasco, esclama: "Come ha potuto?". Signora, replico, Dahiye è un quartiere della sua città; non lo conosce forse? "Mai messo piede in quel posto, sono un´europea, io! Cosa c´entra quella gente incivile col Libano?". Lei in effetti vive la più parte del suo tempo a Marbella, dove cura gli interessi dello stilista Roberto Cavalli. E se tiene aperto il palazzo di Beirut è solo perché a una patria così non si rinuncia facilmente.
Ma dove sono capitato? O meglio, dove sono ritornato cinquant´anni dopo? A raccontare forse lo splendore agonizzante di un luogo sin troppo favoleggiato, elevato a mito nei racconti dei miei genitori che parlavano l´arabo, l´ebraico, il francese, ma non certo l´italiano, quando mi misero al mondo a Beirut nel 1954?
Questo ritorno al Vieux Pays, come i libanesi emigrati chiamano fra di loro la terra che rimpiangono, è oggi un viaggio sulla frontiera insanguinata di quell´etnocentrismo malsano – basta con la mescola comunitaria: a ogni terra un solo popolo - che ha stravolto i connotati millenari del Mediterraneo. Sono bastati meno di cent´anni perché città-mosaico come Salonicco, Istanbul, Smirne, Aleppo, Haifa, Alessandria d´Egitto, a furia di trapianti, genocidi, pulizie etniche, guerre civili eterodirette, vedessero schiacciata nell´uniformità comunitaria quella che fu la loro ricchezza levantina. Una riduzione brutale della pluralità cui a fatica resiste l´eccezione libanese per il semplice motivo che qui l´instaurazione di uno Stato islamico comporterebbe un bagno di sangue paragonabile solo allo sterminio degli armeni del 1915.
Allo Ski Bar osservo l´eleganza di questa borghesia che si affida volentieri alla chirurgia estetica pur di mantenersi impeccabile. Continui saluti da un tavolo all´altro. Raffinate perfidie femminili. Arriva una signora ornata di collier spettacolare e Christiane, impassibile: "Mignon la tua camicetta!". Ci degna invece solo di un "a presto" frettoloso l´amica che s´accompagna al banchiere ebreo De Picciotto, temerariamente rientrato da Ginevra a Beirut per amor suo. L´evento mondano della stagione. Pare abbiano affittato l´intero ultimo piano dell´Albergo, l´unico relais de charme a cinque stelle. Tutti quanti s´inebriano quando risuona la voce bianca di Mika, il cantante pop figlio di fuoriusciti libanesi che eleva la sua acutissima lode da hit parade a Grace Kelly.
Tragedia e futilità convivono nelle medesime persone. L´attempata celebrità locale Vivian Eddé, titolare della rubrica di gossip più letta del Medio Oriente, mi racconta della volta che suo fratello Joe – capo milizia dei falangisti maroniti durante la guerra civile - le portò a cena in rue Monod niente meno che Ariel Sharon, nella Beirut occupata del 1982. Ora vuole fondare un nuovo partito pro-israeliano, dal seguito temo assai problematico.
E´ come se questi signori, cosmopoliti giocoforza per gli anni trascorsi all´estero durante la guerra civile 1975-90, ma aggrappati a una tradizione semi-feudale, non volessero riconoscere il nuovo volto del paese che amano, ritornato sbocco mediterraneo dell´Iran per la prima volta dopo duemila anni: la fisionomia atavica di un capo sciita come Hassan Nasrallah, l´architettura del centro storico ricostruito da Rafic Hariri con gigantismo saudita.
Finchè la nostra vita continua, sembrano dire i signori di Beirut, non si può vivere che così. Riconosco in loro l´innato senso di superiorità che avvolge le memorie della mia famiglia e perdura ostinato anche tra le macerie. La certezza che in lusso, prelibatezza di cibi, eleganza di modi, bellezze naturali, nessun altro luogo al mondo potrà mai competere con questo tuo Libano. E in effetti il confronto con gli arredi, i servizi alberghieri, il garbo libanesi è imbarazzante per chi come me è abituato alla compagnia spiccia dei "vicini del Sud".
Ma ora che questo Vieux Pays sta ricominciando a praticare l´inventario delle gocce di sangue e delle particelle d´anima ”stremato nel braccio di ferro con le pretese di dominio siriane e l´integralismo oscurantista degli Hezbollah sciiti- è l´idea stessa del Levante a rischiare l´estinzione. Serve a nulla la nostalgia di un´epoca novecentesca in cui il pascià Ohannes Kouyumjian, governatore della Montagna, proclamava: "Turchi, armeni, arabi, greci ed ebrei, cinque dita dell´augusta mano del sultano". Ignaro, quel povero funzionario armeno, del fatto che proprio allora stava cominciando il massacro del suo popolo, e la guerra mondiale avrebbe posto fine all´impero della Sublime Porta. Da poco Sélim Boustani aveva decantato il Libano "ventre accogliente", quasi una femmina orientale ansiosa d´incontrarsi con l´Europa. E Gérard de Nerval, colpito dalle montagne innevate, aveva coniato la fortunatissima metafora della Svizzera di Levante. Ma il trentennio cruciale che va dal 1918 al 1948, cioè dalla dissoluzione dell´impero ottomano alla nascita dello Stato d´Israele, avrebbe violentato l´idea di Levante. L´indipendenza ottenuta nel 1943 da un Libano multiconfessionale, lo condannava all´anacronismo in un Medio Oriente panarabo, turco, sionista – in una parola - sempre più etnocentrico.
Questo Levante, in arabo Mashriq, "la terra dove sorge il sole", grazie allo straordinario legname dei cedri così a ridosso del mare, ha generato un popolo di navigatori e favorito i primi scambi del Mediterraneo. Nei secoli la levantinità è divenuta un carattere proverbiale, simbolo d´astuzia e intraprendenza. Qui chiamano levantini gli europei venuti d´oltremare, esattamente come noi chiamiamo levantina la gente della sponda sud. E´ la compagine riunita dei popoli che hanno fatto ricca e grande la civiltà mediterranea.
Questa pulsione antichissima a trafficare insieme spiega il mistero della vitalità insopprimibile di Beirut. Città che cade e risorge in continuazione, sprigionando energia produttiva di giorno e passione dionisiaca la notte.
Distruzione e ricostruzione, è il moto perpetuo del Levante, come le onde del suo mare. A Jounieh ho incontrato uno dei pochi ebrei rimasti in Libano, il professore di storia dell´arte Joe Tarrab. Mi racconta una Beirut stratificata da quattromila anni sulle sue rovine, sempre però rinnovando l´impressione di essere nata ieri. Porto d´approdo per i rifugiati d´ogni genere, ne riunisce i saperi come la pentola col coperchio. Basta osservare la classica casa libanese a due o tre arcate tipicamente orientali. Dal 1860 sono cominciate ad arrivare le tegole di Marsiglia: i mastri massoni libanesi e gli architetti italiani ne hanno fatto un tutt´uno, arabeschi e tetti rossi. Miracolosamente sopravvissuta tra gli albergoni della Corniche ”in rue Inb Sina, che poi sarebbe Avicenna- ho ritrovato intatta quella in cui sono nato. Che fortuna ho avuto a andarmene per tempo. Ma che cosa mi sono perso…