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 2007  luglio 21 Sabato calendario

OSVALDO GUERRIERI

L’aria di Catania è «molle e pastosa, dà l’impressione di camminare in mezzo al miele». Per quanto sciroccosa, quest’aria è stata il nutrimento primario di Vitaliano Brancati, che nasceva cent’anni fa non a Catania ma a Pachino, e tuttavia si considerò catanese in tutte le sue fibre di uomo e di scrittore. Questa città si offriva ai suoi occhi come un doppio teatro. Teatro urbano e teatro sentimentale. Il primo era compreso tra la via Etnea, la fontana con l’Elefante e il caffè Italia, ai cui tavolini si parlava fino allo sfinimento di politica, di letteratura, di donne; e parlare di donne procurava un «maggior piacere che le donne stesse». L’altro, il sentimentale, aveva a che fare con la nostalgia, scoccava dalla lontananza, dal desiderio di tornare, come succede in quella specie di manifesto del gallismo che è il romanzo Don Giovanni in Sicilia. L’eroticissimo Giovanni torna con la moglie a Catania, ritrova le sorelle che l’adorano e, come ai vecchi tempi, vuol riprovare il piacere di fare la siesta nella sua camera da scapolo. Ma, appena sotto le coperte, la sua antica natura risorge. «Tutto il corpo gli s’intiepidì, e fin dai calcagni, che a Milano s’era tirato dietro come pezzi di ghiaccio, gli salì alla testa un’onda di sangue calda e mormorante». Per tutta la vacanza, Giovanni rimarrà a dormire nella propria camera.
Martedì Catania e l’Etnafest celebrano Brancati con incontri letterari, mostre, il recital con cui Anna Proclemer e sua figlia Antonia ricordano rispettivamente il marito e il padre. Non successe niente per il cinquantenario della morte, dice oggi Anna Proclemer con una velatura polemica; ma adesso, per i cent’anni dalla nascita, si fanno le cose in grande, non solo per ritrovare un significativo scrittore del Novecento, ma anche per definirlo, per sottrarlo al complicato bozzolo di solitudine nel quale Brancati si è sempre richiuso e che influirà sulla sua fama. Nemico della chiesa nera e della chiesa rossa, estraneo al fascismo, al Vaticano e a Botteghe Oscure, Brancati non si è mai accodato. Lo ha danneggiato questo appartarsi? Leonardo Sciascia non aveva dubbi, così come era sicuro che a suo sfavore giocassero la scelta del registro comico, la vena satirica, il tema del sesso.
Paolo il caldo, Don Giovanni in Sicilia, Il bell’Antonio: nei suoi romanzi il sesso, la virilità come ossessione, il «machismo» come malattia etnica trovano una voce derisoria e a tratti buffonesca. Ma per questa sua inclinazione artistica Brancati pagherà conseguenze durissime, come dimostra la vicenda de La governante, la commedia scritta nel 1951 per Anna Proclemer e proibita nel ”52 dalla censura democristiana. Giulio Andreotti, sottosegretario allo Spettacolo, ne vietò la rappresentazione per immoralità. Lo stesso provvedimento colpì La mandragola di Machiavelli e Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams. Immorale La governante? Vi si parla di una calvinista francese che, nella casa romana dei Platania, favorisce il licenziamento della serva Jana attribuendole le proprie tendenze omosessuali e provocandone il suicidio.
«Parlo più di calunnia che dell’amore tra due donne», cercherà di giustificarsi Brancati, che uscirà ferito dalla vicenda, al punto da scrivere il violento, memorabile pamphlet Ritorno alla censura offerto invano al proprio editore Bompiani e successivamente a Einaudi. Soltanto Laterza gli darà ascolto e accetterà di pubblicare pamphlet e commedia nella collana «Libri del tempo». La governante riuscì a trovare la via del palcoscenico nel 1965. Ma Brancati non poté vederla. Era morto in una clinica di Torino il 25 settembre 1954, durante un’operazione chirurgica che avrebbe dovuto asportargli una ciste polmonare. Accanto a lui c’era Anna Proclemer, dalla quale lo scrittore si era separato l’anno prima.