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 2007  luglio 21 Sabato calendario

In tredici anni non si contano le volte che hanno discusso fino al litigio prima di riappacificarsi, ma Gianfranco Fini è consapevole che l’appuntamento di giovedì con Silvio Berlusconi sarà diverso dagli altri, «perché siamo al passaggio più difficile nella storia del centrodestra, che mai è stato diviso come adesso»

In tredici anni non si contano le volte che hanno discusso fino al litigio prima di riappacificarsi, ma Gianfranco Fini è consapevole che l’appuntamento di giovedì con Silvio Berlusconi sarà diverso dagli altri, «perché siamo al passaggio più difficile nella storia del centrodestra, che mai è stato diviso come adesso». In passato hanno affrontato insieme molti tornanti, «però nemmeno nel ’96 la situazione era tanto complicata: allora iniziammo la lunga marcia nel deserto che ci riportò al governo, mentre stavolta nel deserto potremmo perderci». Per Fini il «deserto» è rappresentato dal modello elettorale tedesco che prende corpo, è una distesa di sabbia che inghiottirebbe la Seconda Repubblica, lì cantano «le sirene» a cui Berlusconi non deve dare ascolto. In quel «deserto» il leader di An teme che si insabbi il sistema bipolare. Dunque dipenderà anche dal Cavaliere sventare la minaccia che si annida nella scelta della legge elettorale, «che non è un esercizio di Palazzo per professionisti della politica, come lui pensa, ma la madre di tutte le battaglie ». Fini è più che fiducioso, «sono ottimista ». Non crede infatti che il presidente di Forza Italia darà retta all’Udc, che punta a emarginare An, «perché – ironia della sorte – significherebbe per Berlusconi ammettere che aveva ragione Pier Ferdinando Casini». Né crede ai resoconti degli incontri riservati del Cavaliere con Piero Fassino e Francesco Rutelli, «non credo alla storia che gli abbiano prospettato un governo con il Partito democratico dopo le elezioni, magari per porre al riparo le sue televisioni e con la promessa di un futuro al Quirinale. Non ci credo – ha detto ai suoi – anche perché non credo che Berlusconi possa crederci». La fiducia («l’ottimismo») è dettata dall’idea che l’ideatore del Polo «è stato l’artefice del bipolarismo», e che «proprio il bipolarismo è la sua garanzia politica»: «In questo modo costringerebbe Casini a tornare sui suoi passi, e si garantirebbe un’altra chance per palazzo Chigi. D’altronde è giusto: non può uscire di scena con una sconfitta, vuol prendersi la rivincita e ne ha diritto». Ecco gli argomenti che inducono Fini a ben sperare. In caso contrario, se per davvero l’ex premier fosse disponibile al modello tedesco, scoppierebbe un conflitto «lacerante » tra An e Forza Italia, contro cui sarebbe rivolta l’accusa pesantissima di aver tradito la propria storia, e di aver accettato un sistema che «espropria i cittadini del diritto acquisito di scegliere prima delle elezioni un programma, un’alleanza e un premier che la guida». Il capo della destra non pensa di usare il referendum come un’arma verso l’alleato e confida che non si usino «pretesti» nella discussione, «come quello che sarei andato a braccetto con Antonio Di Pietro. Non è mica un’alleanza politica». La verità è che ogni qualvolta c’è di mezzo un referendum, tra Berlusconi e Fini sono scintille. Forse perché ogni referendum comporta la necessità di scegliere. E Fini ha scelto, preoccupato dalla «melassa » al centro, «non più luogo di elaborazione ma di conservazione». I rapporti con Casini si sono logorati. Se l’ex presidente della Camera lo accusa di essere rimasto «acriticamente supino » al Cavaliere, l’ex ministro degli Esteri replica, sostenendo che «in politica non si può essere permalosi, non si possono scambiare le critiche per calci negli stinchi». Giovedì con Berlusconi non sarà un incontro come gli altri, ed è chiaro dalle sue mosse che Fini non veste più il ruolo del delfino: «A parte il cliché logoro, a 55 anni non ci si può considerare di primo pelo». iniziata una nuova stagione. Lo si capisce dalla scelta referendaria e dall’ipotesi di scendere in campo per il Campidoglio, sulla scia di precedenti famosi, da Jacques Chirac a Rudolph Giuliani: «Come diceva un sindaco di Roma, quel posto vale tre ministeri. E per la campagna elettorale – ha scherzato con i fedelissimi – lancerei lo slogan "Meno nutella meno buche"». In realtà nel suo orizzonte c’è anche la presidenza della Camera, «immagino sarebbe contento Casini», e soprattutto l’approdo di An nel Ppe, «lì dove siede la nuova destra europea, quella di Nicolas Sarkozy e di David Cameron, quella destra che non si chiude in una politica identitaria, ma che vince quando sfonda al centro». Intanto giovedì chiederà a Berlusconi di non disperdere il centrodestra nel deserto, perché «c’è un patrimonio da proteggere », «quello del 2 dicembre a piazza San Giovanni»: «Non conta solo quanta gente ci fosse. Conta soprattutto che stava insieme».