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 2007  luglio 21 Sabato calendario

ETTORE LIVINI

MILANO - Le avevano date per spacciate. Travolte dalle public company, ridotte ad archeologia finanziaria dall´onda d´urto dei private equity. Le grandi dinastie imprenditoriali italiane, invece, hanno dimostrato ancora una volta di aver nove vite. E non solo non sono state spazzate via dal palcoscenico dei listini mondiali, ma anzi hanno ripreso addirittura a crescere e a macinare utili. L´esempio più luminoso – se non altro per la travagliata storia di famiglia – sono gli Agnelli. Quattro anni fa sembravano destinati a fare la fine della Fiat, candidata per decine di Cassandre a un´inevitabile crac. Oggi – senza aver ancora beneficiato del rilancio del Lingotto – brindano a un utile monstre (305 milioni contro i 20 del 2005) per la cassaforte di casa che ormai vede all´orizzonte un futuro decisamente più sereno. E sulla loro scia festeggiano bilanci da record anche la tribù dei Boroli-Drago – che ha raddoppiato i profitti a 271 milioni – e i quattro fratelli Benetton che smentendo le ricorrenti voci di divisioni familiari (e malgrado l´impasse su Autostrade-Abertis) archiviano il 2006 con oltre 300 milioni sonanti di profitti. Persino la Fininvest, orfana degli 1,7 miliardi di plusvalenze incassati nel 2005 grazie al collocamento Mediaset, è riuscita a premiare i suoi soci, staccando alla famiglia Berlusconi un dividendo di 230 milioni, il 10% in più dell´anno precedente.
Gli utili sono però solo una spia parziale della rinascita delle grandi famiglie di Piazza Affari. La vera novità – e forse anche il motore del rilancio – sono state le scelte strategiche fatte un po´ da tutte le dinastie di casa nostra negli ultimi anni. Una ricetta quasi uguale per tutti, fatta di due ingredienti: il passo indietro nella gestione, lasciata in molti case a manager estranei all´albero genealogico, e l´internazionalizzazione dei business. Gli Agnelli sono anche in questo caso una storia emblematica. Hanno delegato a Sergio Marchionne (per loro fortuna) l´improbo compito di rianimare il Lingotto. Hanno tagliato i rami secchi del loro impero, vendute le quote di minoranza in Club Med e nei vigneti di Chateaux Margaux. Poi, passata la tempesta, hanno ripreso a guardarsi attorno. Puntando sul settore immobiliare con la Cushman & Wakefield.
La strada è stata più in discesa per i Boroli-Drago. La De Agostini negli ultimi anni non ha sbagliato un investimento. Da Seat a Lottomatica, da Toro (945 milioni di plusvalenze nel 2006) ad Antena 3. E di recente la famiglia ha consegnato diverse leve operative a manager esterni come Lorenzo Pellicioli (autore già del blitz Usa da 4 miliardi su GTech e delle operazioni Cdb e Magnolia) e Lino Benassi.
L´internazionalizzazione resta invece il cavallo di battaglia di casa Benetton. Lo stop – forse solo temporaneo – ad Auto-Abertis è stato solo un incidente di percorso. Autogrill ha accentuato a suon di Opa la sua presenza oltrefrontiera e solo il vecchio core business della moda (malgrado i decisi segni di ripresa del titolo a Piazza Affari) fatica ancora a decollare. Non solo: l´ultimo riassetto delle casseforti di Treviso con la nascita di Sintonia segnala la voglia della famiglia di ampliare ancora i suoi orizzonti internazionali anche a costo di fare un passo indietro nell´azionariato delle imprese di famiglia.
L´estero è decisamente anche la nuova frontiera di casa Berlusconi. La Fininvest – concluso il riassetto dell´azionariato con la distribuzione dei titoli a tutti i figli dell´ex presidente del Consiglio – ha pilotato le sue controllate fuori dall´Italia. Mondadori ha comprato la francese Emap. Mediaset si è mangiata con John De Mol e Goldman Sachs il Grande Fratello, rilevando la Endemol. Il tutto senza appesantire la sua posizione economica. Anzi, proprio il Biscione, sul fronte del rilancio delle imprese di famiglia sembra il candidato numero uno a dare qualche sorpresa nel breve periodo. In cassa c´è ancora un miliardo buono di liquidità. E in bilancio sono segnalate linee di credito per 990 milioni mai estinte. Un trampolino di lancio su cui la dinastia di Arcore – malgrado la crisi della tv generalista – potrebbe costruire la sua seconda vita.